In Natura l’istinto, nell’uomo la coscienza

Claudia Marchetti

Ka...link...ka

In Natura l’istinto, nell’uomo la coscienza

Condividi su:

sabato 10 Ottobre 2026 - 07:00

Ci sono immagini che restano impresse. Un tetto strappato via, una casa che non è più un focolare, alberi piegati, automobili scaraventate dalla furia del vento. E poi ci sono gli occhi di chi, in pochi minuti, ha visto la propria vita cambiare. Quelli dei bambini che hanno avuto paura, degli insegnanti che hanno cercato di proteggerli, delle famiglie che oggi non sanno dove dormiranno. E quelli di un preside che, davanti alla sua scuola devastata, non ha trovato la forza di allontanarsi da quei luoghi nemmeno per un istante.

La tromba d’aria che il 9 ottobre ha colpito Marsala e Petrosino, devastando abitazioni, campagne e strutture, non è soltanto una tragedia locale. È una ferita collettiva. Ogni volta che un evento meteorologico estremo colpisce il nostro territorio, torna puntuale il dibattito tra chi riconosce la gravità della crisi climatica e chi continua a ridimensionarla, o a collegarla alle scie chimiche degli aerei. Lo scetticismo ostentato anche in ambienti politici, in uno stile che richiama certe posizioni pubbliche di Ignazio La Russa, può diventare un modo per eludere il problema anziché affrontarlo. Il riscaldamento globale modifica le condizioni in cui si sviluppano molti fenomeni meteorologici estremi e può aumentarne l’intensità o la probabilità, a seconda del fenomeno e del contesto. È questo il punto che dovremmo affrontare, senza trasformarlo nell’ennesima guerra ideologica. Il Mediterraneo è una delle aree particolarmente esposte agli effetti del riscaldamento globale. Si pensi ad esempio alle nuove fattispecie di pesci o molluschi e crostacei che abitano il Mare Nostrum. Si pensi ai granchi blu. E la Sicilia, con le sue coste, le sue campagne, le sue fragilità infrastrutturali e il suo patrimonio edilizio, non può considerarsi al riparo. La natura non fa sconti alla nostra incredulità. E non aspetta i tempi della politica.

C’è poi un’altra ferita, meno spettacolare di quella lasciata dalla tromba d’aria, ma altrettanto dolorosa. Perché le stesse zone che oggi piangono i danni del maltempo erano state segnate, appena pochi giorni prima, da un’altra emergenza: quella del degrado, dei furti, delle incursioni attribuite a gruppi di persone, anche tossicodipendenti, e della crescente esasperazione di cittadini arrivati a pensare di dover farsi giustizia da soli. Due fenomeni diversi, da una parte la violenza di un evento naturale, dall’altra comportamenti umani che richiedono indagini, prevenzione e risposte delle istituzioni. Eppure, entrambi ci costringono a guardare le fragilità di un territorio e la paura di chi lo abita. Quando le persone arrivano a sentirsi sole, quando hanno la percezione che le forze dell’ordine non siano presenti a sufficienza o che le risposte tardino ad arrivare, il rischio è che la fiducia nelle istituzioni si sgretoli. La sicurezza non può dipendere dalla rabbia dei cittadini. Deve essere garantita da uno Stato presente, da controlli adeguati, da interventi tempestivi e da una giustizia che funzioni. Eppure, il 9 ottobre, proprio in quelle ore drammatiche, una parte essenziale di quella macchina pubblica ha dimostrato di saper funzionare.

Ai medici, agli operatori sanitari, all’Asp di Trapani, a chi si è attivato sul posto per prestare le prime cure ai bambini e al personale scolastico. Grazie a chi ha risposto alle richieste di aiuto senza perdere tempo, a chi ha raggiunto le zone devastate, a chi ha lavorato tra detriti, strade interrotte e strutture pericolanti. Grazie alle forze dell’ordine, ai militari, alla Protezione civile e ai Vigili del fuoco, impegnati nei soccorsi e nella messa in sicurezza. Grazie a chi ha contribuito a evacuare e mettere al riparo i bambini della scuola “Alcide De Gasperi”, trasformando la paura in una catena di gesti concreti. Grazie al personale scolastico, che in una situazione di estremo pericolo ha continuato a occuparsi dei propri alunni. E perchè no, anche alle amministrazioni comunali e all’Iacp, impegnati a individuare in meno di 24 ore una sistemazione per chi è rimasto senza casa. In una giornata in cui tutto sembrava crollare, qualcuno ha provato a ricostruire almeno una certezza.

E c’è un’immagine che più di altre racconta il senso di questa giornata: quella di un preside, il professor Claudio Gulotta, rimasto accanto alla sua scuola, davanti a ciò che ne resta, con il dolore di chi non vede soltanto un edificio danneggiato, ma un luogo di crescita, di relazioni e di futuro. La telefonata del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara alla sindaca Andreana Patti è un segnale di attenzione istituzionale. Ma la vicinanza, per quanto importante, deve tradursi in fatti. E non può esaurirsi in una telefonata, in una dichiarazione o in una visita sul luogo del disastro. Il presidente della Regione Renato Schifani arriverà oggi davanti alla scuola che, prima della tromba d’aria, era un luogo di bambini, lezioni e speranze. Davanti a un preside distrutto dal dolore, che non ha mai abbandonato quei luoghi devastati. Davanti a famiglie che hanno bisogno di risposte immediate e di certezze per il futuro. Sul tavolo ci sarà una variazione di bilancio da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea regionale siciliana per sostenere la popolazione colpita. È un passaggio necessario. Ma la domanda è un’altra: perché dobbiamo sempre aspettare che accada qualcosa di devastante per mobilitare risorse, mettere in moto procedure e cercare soluzioni?

Lo Stato non è assente soltanto quando non arriva nessuno. Può esserlo anche quando interviene dopo, quando si limita a tamponare i danni senza aver costruito prima le condizioni per prevenirli. Bisogna chiedersi che cosa si sarebbe potuto prevenire, quali strutture siano vulnerabili, quali interventi siano stati rinviati e quali risorse servano per mettere in sicurezza il territorio. Pensiamo al Giappone, un Paese che convive con un elevato rischio sismico e che da decenni investe in norme edilizie, tecnologie, prevenzione e sistemi di allerta. Non significa che i terremoti non provochino più vittime o danni: le conseguenze dipendono anche dalla magnitudo, dalla profondità, dalla localizzazione e dalle caratteristiche del territorio. Ma dimostra che la prevenzione, le costruzioni adeguate e la preparazione possono fare una differenza enorme.

La solidarietà è indispensabile, ma non può sostituire la politica. L’impegno dei soccorritori è prezioso, ma non può compensare all’infinito le carenze della prevenzione. La disponibilità delle amministrazioni locali è fondamentale, ma non può diventare il pretesto per lasciare ai Comuni tutto il peso di emergenze che richiedono risorse regionali e nazionali. La vera emergenza non è soltanto ciò che è accaduto a Marsala e Petrosino, ma è il rischio che, una volta spenti i riflettori, tutto torni come prima. Disperatamente come prima…

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta