Dario Safina (PD): “Bisogna avere il coraggio di dire da che parte si sta”

redazione

Dario Safina (PD): “Bisogna avere il coraggio di dire da che parte si sta”

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giovedì 04 Giugno 2026 - 14:09

C’è un’idea di politica che rischia di morire di pragmatismo. Una deriva tecnocratica che riduce le città a un insieme di lampadine da accendere e buche da colmare, cancellando la capacità di sognare e di programmare il futuro. Dario Safina, deputato regionale del Partito Democratico, non ci sta. Con una riflessione che affonda le radici nella grande tradizione del pensiero novecentesco ma guarda dritto alle sfide amministrative di Trapani ed Erice, Safina lancia un monito chiaro: governare significa scegliere. Senza infingimenti, senza calcoli da “corsa alla seggiola“, ma con la nobile parzialità di chi ha una visione del mondo. L’abbiamo incontrato per capire dove si dirigerà l’asse di questo territorio nei prossimi anni.

Onorevole Safina, partiamo da una provocazione colta. Ha ancora senso evocare la figura dell’intellettuale organico gramsciano in un’epoca di profonda crisi dei valori?

Oggi sarebbe fuori da ogni logica, siamo onesti. Quel modello di intellettuale schierato e militante appartiene a un altro tempo storico. Eppure, se riportiamo la discussione alla continenza dei fatti, l’esigenza profonda di quel pensiero resta intatta: c’è ancora bisogno di una politica capace di farsi parte attiva della società per orientarla, non solo per assecondarla.

Nelle grandi città, però, le appartenenze sembrano sbiadite. Le elezioni amministrative non rischiano di essere solo una conta di piccoli gruppi di potere?

Questo può accadere nei micro comuni, dove il sistema maggioritario spesso attenua le differenze. Nelle città complesse, nei grandi centri dove vige il proporzionale, le regole stesse del gioco testimoniano che la contrapposizione esiste ed è viva. Certo, non parliamo di uno scontro meramente ideologico, stante le competenze concrete di un Comune, ma di una contrapposizione autentica tra diverse visioni di città.

Trapani ed Erice negli ultimi vent’anni sono state governate da dinamiche polarizzate. Qual è il bilancio di questo scontro?

Si sono affrontati due blocchi politici legittimi, specchio di precisi blocchi sociali. Da un lato c’è chi ha faticosamente costruito un percorso, dall’altro chi ha tentato di demolirlo proponendo un’idea alternativa. Il punto non è demonizzare l’avversario, ma riconoscere che dietro quelle sigle c’erano e ci sono modi radicalmente diversi di immaginare la nostra terra.

Molti cittadini chiedono solo che la macchina comunale funzioni: strade pulite, illuminazione, servizi efficienti. Non è questo il cuore del governo locale?

Se riduciamo tutto all’ordinaria amministrazione, allora non serve un sindaco, non serve la politica. Basterebbe nominare dei bravi burocrati, pagarli bene e lasciare che gestiscano l’esistente. Ma l’amministrazione è un’altra cosa: è programmazione, è proiezione verso il futuro, è capacità di astrazione. Bisogna dire da che parte si sta, nel senso più nobile del termine.

Cosa intende, esattamente, per “dire da che parte si sta”?

Significa dare un profilo identitario chiaro al governo del territorio. Vogliamo che Trapani ed Erice abbiano una vocazione industriale o che vivano esclusivamente di turismo? Quando disegniamo il bilancio, finanziamo l’attrazione di start-up innovative o il prolungamento del tempo pieno nelle scuole? Scegliere l’innovazione o limitarsi alla manutenzione dell’esistente è una scelta identitaria che fa la differenza. Ed è ciò che permette ai cittadini di valutare e decidere consapevolmente da chi farsi guidare.

Essere così marcatamente identitari non rischia di spaccare le comunità, governando solo per una parte?

Questo è l’errore in cui cade chi confonde l’identità con il settarismo. Avere un’idea chiara non significa governare solo per chi ti ha votato. Quando si sale al governo, si amministra per tutti, indistintamente. Chi governa non si impossessa delle istituzioni: le tutela, le mantiene al di sopra delle parti. Ma il confronto con i cittadini deve avvenire sulla base del profilo progettuale che si è scelto di costruire.

Eppure lo slogan “siamo tutti uniti per il bene della città” funziona sempre molto bene in campagna elettorale…

Perché è l’inganno del consociativismo. Non è vero che tutti sono d’accordo sullo stesso percorso. Esistono differenze legittime e chi si candida ha il dovere di esplicitarle. Mettere insieme tutto e il contrario di tutto non è democrazia, è opportunismo. Il programma elettorale è il punto di caduta in cui diverse anime si incontrano; ciascuno può anche rinunciare a un pezzo di sé per stare insieme, ma quel documento deve indicare una via univoca. Giocare su più tavoli contemporaneamente per non scontentare nessuno significa non rispettare l’elettore.

Quindi nessuna via di mezzo: o tecnocrati o politici?

Assolutamente sì. Quando si amministra serve la Politica con la P maiuscola, non la tecnocrazia. Questo non significa che il Partito Democratico non possa dialogare e allearsi con i moderati o con uomini e donne che provengono da percorsi diversi. Significa, invece, che ci si deve incontrare su un progetto comune, trasparente e chiaro. Altrimenti assistiamo alla solita e desolante ‘corsa alla seggiola’, dove pur di toccare il potere ci si allea con chiunque.

Un’ultima battuta. Il dibattito politico in città sembra essersi rinvigorito negli ultimi tempi. Qual è il suo auspicio?

Spero che questo fermento non si spenga nelle stanze dei bottoni. Io credo nella buona fede di chi sta rianimando il confronto in questi giorni. Proprio per questo torno a dire che bisogna avere il coraggio di essere ‘partigiani’: le persone stanche della palude politica hanno il diritto sacrosanto di sapere da che parte stiamo quando ci candidiamo e quale modello sociale, culturale ed economico abbiamo intenzione di offrire al loro futuro.

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