Satira sì, gogna no: quando l’ironia perde il senso della misura

Nicola Baldarotta

Satira sì, gogna no: quando l’ironia perde il senso della misura

Non tutti siamo Maurizio Crozza, non tutti siamo Corrado Guzzanti, non tutti siamo Ricky Gervais e, di certo, non tutti siamo redattori di Charlie Hebdo

Condividi su:

martedì 29 Settembre 2026 - 07:05

Partiamo subito col dire che siamo solidali con l’onorevole Dario Safina. E non perché siamo bigotti o ruffiani o poco affini alla satira, anzi. Proprio chi vi scrive, in quanto personaggio pubblico esposto, è uno dei soggetti maggiormente opzionati per farci meme, vignette o battutine (a volte anche al vetriolo) e ci ho sempre sorriso.

C’è una linea sottile, però, e fondamentale, tra la satira e la gogna. Ed è quella del buon senso.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la satira, soprattutto quella politica, abbia bisogno di libertà. Deve poter esagerare, deformare, provocare. Deve poter mettere alla berlina chi ricopre incarichi pubblici e sottoporre al ridicolo anche chi esercita responsabilità politiche. Altrimenti non sarebbe satira. Ma proprio perché la satira è uno strumento potente, bisogna interrogarsi sull’uso che se ne fa. Non tutti siamo Maurizio Crozza, non tutti siamo Corrado Guzzanti, non tutti siamo Ricky Gervais e, di certo, non tutti siamo redattori di Charlie Hebdo.

La fotografia diffusa ieri pomeriggio sui social, realizzata con l’intelligenza artificiale e costruita per rappresentare l’onorevole Dario Safina in carcere, con la divisa da detenuto e le manette ai polsi, supera — almeno sul piano del buon senso e della responsabilità — una semplice battuta politica. Non perché chi ricopre un ruolo pubblico debba essere immune dall’ironia, ma perché l’immagine introduce un elemento preciso: la rappresentazione visiva di una condizione detentiva che, nella realtà, non esiste.
Gli interrogativi che, proprio in questi giorni, ci si pone sull’uso nei social dell’intelligenza artificiale per la comunicazione istituzionale e/o politica, forse non sono del tutto errati. L’intelligenza artificiale rende oggi facilissimo fabbricare immagini apparentemente realistiche. Proprio per questo impone una responsabilità maggiore a chi le utilizza. Una volta pubblicata sui social, infatti, un’immagine può circolare molto più velocemente della spiegazione che dovrebbe accompagnarla. Può essere condivisa, ritagliata, ripubblicata e privata del contesto originario.

Dire “era solo per ridere” può spiegare l’intenzione di chi l’ha realizzata ma poi, specialmente dopo che in tanti (quasi tutti) sotto il post dove è stata pubblicata quella realizzazione grafica ti dicono che “l’hai scafazzata”, dovresti capire che sarebbe meglio chiedere scusa e cancellare quella stupidata. Insistere nel dire che “era solo per ridere” e lasciare il post sempre a bella vista aggrava, a parere mio, quanto fatto. La satira deve far riflettere, deve mettere in mostra i difetti, le incongruenze, le incompatibilità, gli errori… e magari è la stessa vittima che ci ride su e, perché no, ci riflette anche. Una foto FALSA come quella pubblicata ieri, invece, possibilmente non urta chi ne è protagonista ma destabilizza chi gli sta accanto a cominciare dalla sua famiglia. Ci ha riflettuto in merito il novello Stephen Colbert di casa nostra?

Una cosa è contestare un amministratore, ironizzare sulle sue scelte, caricaturizzarne i comportamenti politici. Un’altra è associarlo graficamente alla condizione di un detenuto, soprattutto mentre è coinvolto in una vicenda giudiziaria ancora priva di un esito definitivo. La differenza non è sottile. E no, non fa ridere. Soprattutto quando viene utilizzata un’immagine falsa ma apparentemente reale. E probabilmente il problema, alla fine, non è nemmeno la battuta. È proprio la facilità con cui, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, possiamo costruire una menzogna visiva e consegnarla alla rete con la pretesa che basti chiamarla “ironia” per renderla innocua.

Per questo, la solidarietà a Dario Safina non è una solidarietà di parte. È una solidarietà alla persona, prima ancora che al politico. E soprattutto è una presa di posizione su un principio che dovrebbe riguardare tutti: si può essere avversari, si può essere feroci nel confronto politico, si può persino essere spietati con le parole. Ma non tutto ciò che può essere pubblicato merita di essere pubblicato.

La satira va difesa. Perché la satira, quando è davvero satira, può ferire l’orgoglio. Può mettere in imbarazzo. Può persino far arrabbiare. Ma non dovrebbe mai avere bisogno di una menzogna per far ridere.

Ed è questo, anche, il motivo per cui in questo pezzo non vedete la grafica incriminata.

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta