Mille ettari in cenere nel trapanese: il sistema antincendio funziona davvero?

redazione

Mille ettari in cenere nel trapanese: il sistema antincendio funziona davvero?

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lunedì 15 Giugno 2026 - 07:00

Più di 1.100 ettari di vegetazione ridotti in cenere tra Montagna Grande e Casal Monaco. Un disastro ambientale che ha colpito il territorio trapanese e che riporta prepotentemente al centro del dibattito una questione che ogni estate torna d’attualità: la Sicilia è davvero pronta a fronteggiare gli incendi boschivi? Le immagini del vasto rogo che ha devastato una delle aree naturalistiche più importanti della provincia raccontano di un fronte di fuoco esteso, difficile da contenere e capace di divorare in poche ore un patrimonio ambientale costruito in decenni. Eppure, appena poche settimane prima dell’inizio della stagione più calda, istituzioni e organismi competenti avevano illustrato piani, esercitazioni e strategie per affrontare l’emergenza incendi.

Istituzioni a lavoro da marzo

A maggio la Direzione regionale dei Vigili del Fuoco aveva promosso diverse esercitazioni AIB (Antincendio Boschivo) in Sicilia, coinvolgendo squadre operative, direttori delle operazioni di spegnimento e numerosi enti impegnati nella gestione delle emergenze. Parallelamente, la Prefettura di Trapani aveva convocato tavoli tecnici e riunioni di coordinamento per predisporre le misure di prevenzione e contrasto agli incendi boschivi e d’interfaccia. A livello regionale, inoltre, sono stati coinvolti oltre 1.200 volontari, centinaia di operatori specializzati e più di 300 mezzi nelle esercitazioni preparatorie alla campagna estiva 2026. Un dispiegamento di uomini e risorse che, sulla carta, dovrebbe rappresentare una macchina organizzativa imponente.

L’interforce: funziona davvero?

E allora da qui la domanda: se al primo grande incendio della stagione si contano già oltre mille ettari distrutti, qualcosa non dovrebbe essere messo in discussione? Non si tratta di attribuire responsabilità immediate a chi ha operato sul campo. Vigili del Fuoco, Forestale, Protezione Civile, volontari e forze dell’ordine intervengono spesso in condizioni proibitive, con temperature elevate, vento e territori difficili da raggiungere. Il punto è un altro: il sistema complessivo di prevenzione riesce davvero a prevenire? Da anni si parla di coordinamento interforze, di protocolli, di pianificazione, di monitoraggio del territorio e di sinergia tra enti. Ogni stagione estiva si annunciano nuove esercitazioni, nuovi tavoli tecnici e nuove strategie. Ma il risultato finale continua ad essere lo stesso: migliaia di ettari che bruciano, ecosistemi devastati e comunità costrette a convivere con l’emergenza.

Tutti i dubbi della prevenzione

Forse è arrivato il momento di porsi alcune domande scomode. Le attività di prevenzione sono realmente efficaci oppure restano troppo spesso confinate nelle riunioni e nelle simulazioni? Le aree più a rischio vengono monitorate e messe in sicurezza durante tutto l’anno o soltanto alla vigilia della stagione estiva? La manutenzione del territorio, la pulizia delle fasce tagliafuoco e il controllo delle aree abbandonate sono adeguati? E ancora: l’enorme macchina dell’interforce, che coinvolge decine di enti e centinaia di operatori, riesce davvero a tradursi in una maggiore capacità di prevenzione o interviene soltanto quando il disastro è già in corso?

La preoccupazione

Sono interrogativi che meritano risposte concrete, soprattutto davanti a numeri così impressionanti. Perché oltre 1.100 ettari bruciati al primo incendio stagionale non rappresentano soltanto una statistica. Sono boschi perduti, biodiversità cancellata, danni economici e paesaggistici che richiederanno anni per essere recuperati. La sensazione è che la Sicilia continui a rincorrere gli incendi anziché anticiparli. E se questo scenario si ripete puntualmente ogni estate, forse il problema non è l’emergenza del momento ma un modello che, da troppo tempo, mostra evidenti limiti strutturali. L’incendio di Montagna Grande e Casal Monaco dovrebbe diventare l’occasione per un bilancio serio e senza autocelebrazioni. Perché quando il territorio perde oltre mille ettari di vegetazione in poche ore, limitarsi a dire che il sistema ha funzionato rischia di essere una risposta insufficiente.

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