Sismografo, foto di repertorio da ImagoeconomicaSismografo - terremoto - sisma - Imagoeconomica Sofia Laudani 14...
A Tokyo il terremoto non è una notizia. È una possibilità quotidiana. Può arrivare mentre si è su un treno, dentro un grattacielo, in una scuola o in un appartamento. La città continua a vivere perché, negli anni, il Giappone ha costruito attorno al rischio un sistema fatto di norme, tecnologie, controlli, infrastrutture progettate per resistere e procedure che entrano in funzione in pochi secondi. La domanda per Catania non è se sia possibile replicare Tokyo. Non lo è, e non avrebbe senso. La domanda è un’altra: quanto di quella esperienza può diventare un modello per una città e per un territorio che con il terremoto hanno una familiarità antica quanto drammatica? Perché la Sicilia sud-orientale non è un territorio che scopre oggi la propria pericolosità. È uno dei luoghi della storia sismica italiana nei quali il problema è più evidente. E proprio per questo, secondo l’ingegnere Luigi Bosco, non c’è più tempo da perdere.
Catania, il territorio dove la memoria del 1693 non basta
L’11 gennaio 1693 la Sicilia sud-orientale fu colpita da uno dei terremoti più devastanti della storia italiana. L’INGV attribuisce all’evento una magnitudo momento Mw 7,32 ± 0,10, con intensità epicentrale XI della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Catania venne praticamente distrutta. Bosco ricorda la dimensione della catastrofe anche attraverso il dato demografico: prima del terremoto la città contava circa 20 mila abitanti; dopo la tragedia ne rimasero circa 5 mila. “Fu quello del 1693 che ebbe una magnitudo pari a circa 7,3-7,4 e colpì il Sud-Est della Sicilia», ricorda Bosco. “E quello che ha provocato più morti fu quello del 1908, Messina e Reggio Calabria. Quindi noi abbiamo questo triste primato del terremoto con più morti e del terremoto con maggiore magnitudo”. Il 1908 rappresenta infatti l’altra grande ferita della storia sismica dell’area: il terremoto dello Stretto devastò Messina e Reggio Calabria e provocò un bilancio di vittime stimato nell’ordine delle 100 mila persone. Ma la Sicilia non è una regione sismicamente uniforme. L’INGV ricorda come la parte orientale sia stata segnata dagli eventi del 1693 e del 1908, mentre la Sicilia occidentale ha conosciuto un altro terremoto devastante con il Belice del 1968. Anche eventi di magnitudo inferiore, come quello del 1990 nel Siracusano, quello del 1993 nelle Madonie e quello del 2002 nell’area di Palermo, hanno dimostrato che il problema riguarda l’intera Isola, seppure con caratteristiche e livelli di pericolosità differenti. Nell’area etnea, inoltre, si aggiunge una sismicità legata all’attività vulcano-tettonica dell’Etna. La classificazione regionale aggiornata nel 2022 distingue oggi quattro zone sismiche, dalla zona 1, a maggiore pericolosità, alla zona 4, a minore pericolosità. Nella stessa provincia di Catania molti Comuni ricadono in zona 2, mentre alcuni presentano valori di pericolosità tali da essere classificati in zona 1. La classificazione, tuttavia, non esaurisce la valutazione del rischio: per la progettazione delle nuove costruzioni le Norme tecniche fanno riferimento alla pericolosità puntuale del sito, indipendentemente dai confini amministrativi. Questo significa che parlare genericamente di «rischio sismico della Sicilia» può essere fuorviante. Il Sud-Est, l’area etnea, il Messinese e il resto dell’Isola presentano storie sismiche, pericolosità e patrimoni edilizi differenti.
Il punto critico è il patrimonio costruito
Il problema, però, non è soltanto la forza del terremoto. È ciò che il terremoto trova davanti a sé. Bosco individua proprio nella vulnerabilità degli edifici la principale criticità di Catania. “Mentre, ad esempio, Messina fu dichiarata sismica subito dopo il terremoto del 1908 e l’area di Palermo fu dichiarata sismica dopo il terremoto del Belice, Catania solo nell’81 fu inserita tra le città che dovevano essere sottoposte a questa norma sismica”. La conseguenza, secondo l’ingegnere, è pesante: “Solo nella metà degli anni ’80 si cominciò a costruire con i requisiti antisismici. Il che significa che l’80% del costruito è privo dei requisiti per resistere a un grande terremoto”. Il dato va inteso come una stima riferita al patrimonio edilizio che Bosco considera non adeguato agli standard richiesti per affrontare un sisma di forte intensità, non come una percentuale ufficiale dell’intero patrimonio edilizio regionale. La questione non riguarda comunque soltanto gli edifici più vecchi. “Gli stessi edifici costruiti dopo il terremoto del 1693 – spiega Bosco, citando come esempio il tessuto edilizio di via Etnea – all’inizio furono costruiti con nella mente questo dramma del terremoto. Però poi cosa successe? Gli sventramenti a piano terra per fare negozi, garage, botteghe e così via, e le sopraelevazioni hanno reso vulnerabile anche questo patrimonio”. È qui che entra in gioco un concetto fondamentale: la vulnerabilità non si vede necessariamente dalla facciata di un edificio. Un fabbricato può essere stato modificato, sopraelevato, privato di elementi strutturali o alterato nel corso dei decenni senza che il cittadino abbia la possibilità di comprenderne le conseguenze.
La differenza con Tokyo comincia molto prima del terremoto
È esattamente su questo punto che il confronto con il Giappone diventa interessante. Il Giappone non ha eliminato i terremoti e non può farlo. Ha cercato, invece, di ridurre la vulnerabilità degli edifici e delle infrastrutture attraverso un processo lungo decenni. Dopo il terremoto del Kantō del 1923, che provocò oltre 100 mila morti e mise in ginocchio Tokyo e Yokohama, il Giappone introdusse già nel 1924 nuove prescrizioni sulla resistenza degli edifici alle azioni sismiche. Il Ministero giapponese delle Infrastrutture considera quella modifica una tappa storica: fu la prima introduzione, a livello normativo, di requisiti specifici per le forze sismiche. Poi arrivarono altre scosse, altre vittime e altre modifiche alle regole. Nel 1981 entrò in vigore il cosiddetto New Seismic Design Code, con requisiti più severi. Il terremoto di Kobe del 1995 dimostrò però che anche gli edifici esistenti costruiti secondo standard più vecchi rappresentavano una vulnerabilità enorme. Dopo il sisma, il Giappone approvò nell’ottobre dello stesso anno la Act on Promotion of Seismic Retrofitting of Buildings, la legge per promuovere l’adeguamento antisismico degli edifici. Quindi la lezione è semplice: non basta costruire bene il nuovo. Bisogna intervenire sul vecchio. Precisamente il problema che oggi Catania deve affrontare.
Bosco: “Quando ero assessore stavamo andando in quella direzione”
Durante la sua esperienza amministrativa a Catania, Bosco cercò di portare il tema della prevenzione dentro la programmazione ordinaria del Comune. Non soltanto emergenza e soccorso, dunque, ma conoscenza preventiva della vulnerabilità. “Durante l’ultima recente sindacatura Bianco, in qualità di assessore alla Protezione civile ho fatto porre come punto prioritario del programma l’avvio di una serie di azioni per la messa in sicurezza sismica della nostra città, attraverso indagini propedeutiche alla verifica di vulnerabilità sismica di numerose scuole”. Il percorso prevedeva di partire dagli edifici scolastici, raccogliere dati, individuare quelli più vulnerabili e quindi stabilire una graduatoria degli interventi. È un approccio che presenta una sorprendente analogia con quello oggi adottato dal Giappone nella politica nazionale di resilienza: valutare la vulnerabilità, stabilire le priorità e intervenire progressivamente, invece di aspettare il disastro per decidere cosa fare. Nel 2013 il Giappone ha approvato la Basic Act for National Resilience, seguita nel 2014 dal Fundamental Plan for National Resilience. Il principio è esplicito: prepararsi prima ai grandi disastri attraverso valutazioni della vulnerabilità, definizione delle priorità e programmazione degli interventi. Il piano considera non soltanto gli edifici, ma anche sanità, energia, comunicazioni, trasporti, acqua, infrastrutture e continuità dei servizi essenziali. “Quando ero assessore – spiega Bosco – avevamo fatto degli studi preliminari sulla vulnerabilità sismica su 30 scuole”. Poi il problema che, a suo giudizio, rappresenta uno dei maggiori limiti della politica italiana: “Sapete dove sono questi studi? In un cassetto”. Non è soltanto una questione amministrativa. È il contrario della logica giapponese, dove la valutazione della vulnerabilità dovrebbe essere il punto di partenza per stabilire cosa mettere in sicurezza per primo. E Bosco, già allora, portava nel dibattito catanese anche il tema delle tecnologie antisismiche moderne, compreso l’isolamento sismico. Nel 2014 partecipò a un convegno dedicato proprio alle moderne tecnologie antisismiche e alle loro applicazioni in Italia e nel mondo. Oggi in Giappone l’isolamento sismico è una delle tecnologie disponibili per ridurre la trasmissione del movimento del terreno agli edifici. Non è una soluzione universale: dipende dalle caratteristiche della struttura e dal contesto. Ma è uno degli strumenti che possono essere utilizzati, insieme a sistemi di dissipazione dell’energia e interventi di rinforzo.
Dal cemento armato agli isolatori: cosa fa il Giappone
Il modello giapponese non si basa su un’unica tecnologia. In Giappone la legge stabilisce prima di tutto un obiettivo: un edificio deve essere in grado di resistere al terremoto e proteggere chi lo occupa. Dal 2000 le norme fissano le prestazioni di sicurezza che una struttura deve garantire, lasciando agli ingegneri maggiore libertà nella scelta delle soluzioni tecniche. È così che possono essere utilizzati, a seconda dei casi, isolatori sismici, sistemi di dissipazione dell’energia o interventi di rinforzo della struttura. La normativa distingue, in sostanza, diversi livelli di comportamento dell’edificio: sotto un terremoto moderato la struttura deve mantenere la propria integrità; sotto un’azione molto più severa l’obiettivo fondamentale diventa evitare il collasso e proteggere la vita umana. Per le infrastrutture, lo stesso principio viene applicato a ponti e viabilità: un ponte strategico non deve necessariamente uscire completamente indenne da un terremoto, ma deve evitare il collasso e poter recuperare rapidamente la propria funzione. La sicurezza non significa necessariamente che l’edificio non si muova o non si danneggi. Significa che il danno viene controllato e che la struttura non deve trasformarsi in una trappola per chi la occupa. Bosco lo spiega dal punto di vista tecnico. “Quando è possibile si può fare l’isolamento sismico degli edifici, in Giappone abbastanza diffuso, ma non si può fare sempre. I tecnici e gli ingegneri, sanno come mettere le mani su un edificio per dargli una resistenza adeguata a quella che può essere la forza sismica del terremoto”.
Non solo palazzi: anche strade, ponti, acqua e treni
L’altra grande lezione che arriva dal Giappone riguarda le infrastrutture. Sappiamo che un terremoto non colpisce soltanto le abitazioni. Ma se dopo una scossa non funzionano strade, ponti, ferrovie, acqua, energia, telecomunicazioni e ospedali, anche un edificio rimasto in piedi può trovarsi del tutto isolato. La strategia giapponese lavora quindi sulla continuità dei servizi. Per i ponti lungo le vie di trasporto strategiche il Ministero giapponese delle Infrastrutture porta avanti interventi di adeguamento finalizzati a limitare i danni anche durante terremoti importanti e a consentire un rapido ripristino della funzionalità. Tra le tecniche utilizzate figurano il rafforzamento dei collegamenti, la sostituzione degli appoggi e l’installazione di dispositivi di controllo delle vibrazioni. È una filosofia che, dopo il terremoto di Kobe del 1995, ha interessato anche il sistema ferroviario e le infrastrutture urbane: le strutture danneggiate sono state ricostruite o rinforzate secondo standard più elevati, con l’obiettivo non solo di limitarne i danni, ma anche di garantirne il rapido ripristino. Dopo il terremoto e lo tsunami del Tōhoku del 2011, questa strategia si è ulteriormente evoluta, estendendo il concetto di sicurezza alla capacità dell’intero sistema urbano di continuare a funzionare anche di fronte a una catastrofe di proporzioni eccezionali. Il piano nazionale giapponese di resilienza include infatti esplicitamente energia, acqua, fognature, comunicazioni, trasporti, sanità e infrastrutture strategiche.
Salvare una vita è questione di pochi secondi
C’è un altro elemento che a Tokyo fa parte della normalità e che in Sicilia appare ancora lontano: l’allerta sismica anticipata. Il sistema giapponese di Earthquake Early Warning, gestito dalla Japan Meteorological Agency, analizza rapidamente i dati dei sismografi e comunica la stima dell’intensità e dell’arrivo del movimento principale. Non prevede il terremoto prima che inizi: lo rileva quando è già cominciato e sfrutta la differenza di velocità tra le onde sismiche per guadagnare secondi preziosi. Un allarme o una semplice notifica sul telefonino (persino quando è impostato in modalità “non disturbare”) basta a fermare o rallentare treni, controllare gli ascensori e consentire alle persone di mettersi al riparo. Un servizio avviato nel 2007. Non è la soluzione al rischio sismico. È un ulteriore anello di una catena che comincia molto prima: con la qualità della costruzione, la manutenzione, la conoscenza della vulnerabilità e la pianificazione.
Il Giappone ha imparato dai terremoti. Anche Catania deve farlo
In Giappone, le continue catastrofi hanno accelerato le politiche di adeguamento. E la politica nazionale giapponese continua ancora oggi a essere aggiornata sulla base delle lezioni dei disastri. È una storia che presenta una somiglianza inquietante con quella siciliana: anche qui ogni grande terremoto ha prodotto nuove norme. Il problema è quanto tempo passa tra un terremoto e l’applicazione effettiva della lezione che quel terremoto ha lasciato.
Il punto di Bosco: “Siamo nel periodo di ritorno”
Per Catania, dunque, la questione non è costruire grattacieli come quelli di Tokyo o importare automaticamente tecnologie giapponesi. Il punto è costruire un sistema di prevenzione prima che sia troppo tardi. E secondo Bosco c’è anche una ragione legata al tempo che non può essere ignorata. “Il tempo di ritorno dei sismi fortemente distruttivi in questo territorio è pari a 300-500 anni», spiega l’ingegnere. “Dal 1693 ad oggi sono passati 333 anni. Quindi siamo nel pieno del periodo di ritorno di questi grandi terremoti”. Non significa, naturalmente, che sia possibile prevedere quando avverrà il prossimo terremoto: la sismologia non consente di fissare una data sulla base del cosiddetto periodo di ritorno. Per Bosco, però, il dato storico e statistico è un motivo in più per accelerare sulla prevenzione, soprattutto considerando la vulnerabilità del patrimonio edilizio. Da qui la sua proposta di una legge speciale per la Sicilia sud-orientale, costruita attorno a tre soggetti: Stato, amministrazioni locali e cittadini. La priorità, innanzitutto, sono gli edifici nei quali si concentra la popolazione più esposta, a partire dalle scuole. “Le scuole per l’80% esistenti sono prive dei requisiti sismici”, sostiene Bosco. “E abbiamo il dovere morale di proteggerla”. Il primo passo dovrebbe essere la verifica della vulnerabilità degli edifici, per arrivare a una graduatoria che permetta di individuare le strutture più fragili e programmare gli interventi nell’arco di almeno vent’anni. Prima le scuole più vulnerabili, poi gli altri edifici pubblici, gli ospedali, le infrastrutture e infine il vastissimo patrimonio privato. Per le abitazioni Bosco indica una serie di strumenti: incentivi fiscali, finanziamenti bancari a tassi agevolati, riduzione degli oneri comunali, premialità volumetriche per chi demolisce e ricostruisce e l’indicazione del livello di sicurezza sismica negli atti di compravendita. Una sorta di carta d’identità sismica dell’edificio, che permetta a chi acquista una casa di conoscere anche il suo livello di vulnerabilità. Ma il problema è anche culturale. “Quando c’è un grande terremoto, il giorno dopo tutti telefonano: “Cosa possiamo fare a casa mia?”. Poi passano i giorni e se lo dimenticano”. Per questo, secondo Bosco, la prevenzione deve diventare una pratica permanente, sostenuta da un’informazione costante e corretta, senza creare allarmismi.
Quanto costa mettere in sicurezza il Sud-Est?
La stima elaborata da Bosco serve a dare un ordine di grandezza alla sfida. Per l’edilizia privata del Sud-Est, considerando circa 2 milioni di abitanti, una superficie media di 20 metri quadrati per abitante e ipotizzando che il 75% del patrimonio debba essere sottoposto a interventi, la superficie da mettere in sicurezza sarebbe di circa 30 milioni di metri quadrati. Con un costo medio ipotizzato di 500 euro al metro quadrato, l’investimento complessivo arriverebbe a circa 15 miliardi di euro, da distribuire su vent’anni: 750 milioni di euro l’anno. Per l’edilizia scolastica, Bosco stima per la provincia di Catania circa mille plessi. Il costo delle verifiche di vulnerabilità sarebbe nell’ordine dei 30 milioni di euro, mentre l’adeguamento del 75% del patrimonio scolastico viene stimato in circa 1,39 miliardi. Estendendo il calcolo all’intero Sud-Est, la cifra arriverebbe a circa 2,78 miliardi di euro, pari a circa 139 milioni di euro l’anno nell’arco di vent’anni. Si tratta di stime preliminari, elaborate per definire l’ordine di grandezza di un possibile piano di prevenzione, non di un computo economico di un programma pubblico già finanziato. Ma il ragionamento di Bosco parte da un dato preciso: i soldi per affrontare i terremoti dopo che sono avvenuti, in Italia, sono stati trovati. “Se noi abbiamo speso 150 miliardi negli ultimi 50 anni, direi che i soldi sono stati trovati», osserva. “E se li trovassimo invece che per riparare il guasto, per evitare che il guasto avvenga?…È tutta questione di programmazione”. A Tokyo nessuno pensa che i terremoti siano stati sconfitti. Il Giappone resta uno dei Paesi più esposti al rischio sismico e il governo continua a pianificare gli scenari legati a terremoti di grande intensità. La differenza sta nel fatto che il rischio è entrato stabilmente nella programmazione del Paese. Gli edifici vengono progettati e verificati in funzione delle azioni sismiche, quelli più vulnerabili vengono adeguati, le infrastrutture strategiche vengono rinforzate e i sistemi di trasporto sono progettati per limitare i danni e ripristinare rapidamente i servizi. A questo si aggiungono i sistemi di allerta, le esercitazioni e una cultura della prevenzione costruita nel tempo. È questa, più che la tecnologia dei grattacieli, la lezione che può interessare Catania. Anche perché alcune delle soluzioni che il Giappone utilizza oggi erano già presenti nella riflessione di Bosco quando ricopriva l’incarico di assessore alla Protezione civile. L’obiettivo era partire dalle verifiche di vulnerabilità delle scuole, individuare gli edifici più fragili e costruire un programma pluriennale di interventi. Un approccio che in Giappone è diventato parte integrante della strategia nazionale di riduzione del rischio. Il Giappone, naturalmente, non può essere copiato in blocco. Ha una storia normativa, una struttura amministrativa, risorse e caratteristiche urbanistiche differenti. Ma dimostra che convivere con un territorio sismico significa soprattutto conoscere in anticipo ciò che è vulnerabile e intervenire prima che arrivi la scossa. Per la Sicilia sud-orientale il tema è particolarmente urgente proprio alla luce della combinazione indicata da Bosco: un territorio che ha già conosciuto terremoti catastrofici, un lungo intervallo trascorso dall’evento del 1693 e un patrimonio edilizio in larga parte realizzato prima dell’introduzione delle moderne norme antisismiche. Il vero confronto con Tokyo, quindi, non è tra due città che hanno terremoti diversi. È tra due modi di affrontare lo stesso problema. Da una parte una città che sa che il terremoto arriverà e considera la prevenzione una politica permanente. Dall’altra un territorio che conosce da secoli la propria vulnerabilità e che, secondo Bosco, deve ancora trasformare questa consapevolezza in un grande programma strutturale. “Occorre non tenere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi”, dice l’ingegnere. “Occorre una politica di prevenzione”. Il terremoto non può essere fermato. Ma i suoi effetti possono essere ridotti, se si interviene prima.
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