La Sicilia si svuota, 213 piccoli Comuni contro lo spettro dello spopolamento: il piano per farli rinascere

Roberto Greco

La Sicilia si svuota, 213 piccoli Comuni contro lo spettro dello spopolamento: il piano per farli rinascere

Condividi su:

Roberto Greco |
giovedì 29 ottobre 2026 - 5:01
La Sicilia si svuota, 213 piccoli Comuni contro lo spettro dello spopolamento: il piano per farli rinascere

Rischio spopolamento per i piccoli comuniRischio spopolamento per i piccoli comuni Roberto Greco 29 Ottobre...

29 Ottobre 2026, 06:01

L’Italia si sta lentamente prosciugando. Non con il fragore dei crolli finanziari, ma con la forza silenziosa e inesorabile dei numeri demografici, che segnano il destino delle sue dorsali montane, dei borghi collinari e delle aree geograficamente marginali. Il fenomeno dello spopolamento dell’Italia interna non è più un tema follicolare per esperti di geografia sociale, né una nota a margine nei bilanci degli Enti locali. Rappresenta una frattura strutturale e democratica che investe il tessuto economico, il presidio idrogeologico e la tenuta democratica dell’intero Paese.

Spopolamento in Sicilia: 213 Comuni sotto i 5.000 abitanti

In Italia ci sono 5.522 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,93% del numero totale dei centri italiani. In Sicilia, invece, su 391 comuni quelli con meno di 5.000 abitanti sono 213. Ma il divario strutturale dell’Isola non riguarda soltanto la dimensione demografica dei suoi 391 enti locali, ma configura una vera e propria emergenza di coesione territoriale e diritto di cittadinanza.

Secondo gli approfondimenti del Censimento Istat e le analisi sulla Strategia nazionale per le Aree interne (Snai), i piccoli centri, prevalentemente concentrati nelle aree montane e interne dell’Isola, affrontano un marcato decremento della popolazione (-0,8% annuo nelle località più piccole) alimentato dall’invecchiamento progressivo e dalla contrazione delle nascite.

Trasporti, sanità e istruzione: i servizi che mancano nei piccoli Comuni

A questa spirale demografica si affiancano deficit di servizi essenziali: dai dati Istat emerge un sistema di mobilità fortemente penalizzato, con un utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico locale pari a solo il 7,1% (contro una media nazionale dell’11,8%) e una rete ferroviaria regionale priva di elettrificazione per oltre il 42% dell’estensione complessiva. La mancanza di presidi sanitari di prossimità, unita alle criticità delle infrastrutture viarie secondarie, riduce drasticamente l’accessibilità alle cure e all’istruzione per i residenti delle zone periferiche e ultraperiferiche.

Spopolamento e dissesto idrogeologico: i rischi per il territorio siciliano

Il fenomeno dello spopolamento presenta implicazioni dirette anche sulla gestione del dissesto idrogeologico e sulla sicurezza del territorio. L’abbandono delle attività agricole montane, della pastorizia e delle manutenzioni boschive primarie priva il territorio della prima e più efficace forma di tutela idrogeologica. I costi sociali ed economici della mancata prevenzione, misurati nelle ricorrenti emergenze legate a frane, alluvioni e incendi, superano ampiamente le risorse necessarie a finanziare gli incentivi per la presenza dell’uomo nei bacini montani.

Agenda Controesodo Anci: il piano per rilanciare i piccoli Comuni

Di fronte a questo scenario si pone la risposta istituzionale sintetizzata nella proposta strategica dell’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, denominata “Agenda Controesodo”. Questa piattaforma trasversale non intende alimentare un mero assistenzialismo di nostalgia, bensì ribaltare la percezione dei territori periferici, da marginali a luoghi d’investimento e di prospettiva per il sistema produttivo della Nazione. Le parole d’ordine sono tre: “Restare, tornare, accogliere”.

“Abbiamo deciso di affrontare la problematica – spiega al QdS Daniele Formiconi, Responsabile Anci Area Piccoli Comuni Montagna/Aree Interne – definendolo come la necessità di un controesodo, che forse rende più l’idea. Rappresenta una scelta operativa. Non solo il restare ma l’avere la possibilità di tornare. Se analizziamo i dati degli ultimi quarant’anni ci accorgiamo di comuni che hanno avuto uno spopolamento pauroso, drammatico. Sappiamo anche che ci sono dei casi che non saranno recuperabili. Al tempo c’erano delle condizioni di vita, di lavoro, che oggi in alcuni luoghi non ci sono più e magari quei posti erano nati proprio perché c’erano quelle condizioni di vita”.

Ma per la realizzazione di tutto ciò, non serve semplicemente un piano strategico nazionale, ma la possibilità di declinarlo sulla base delle specificità regionali, privilegiando quindi le necessità dei singoli territori. “L’Agenda Controesodo – racconta al QdS Alessandro Santoni, coordinatore nazionale Anci Piccoli Comuni – è una cornice istituzionale che prevede una quindicina di obiettivi strategici che, ovviamente, hanno un respiro nazionale. E, a questo punto, intervengono le Anci regionali. Nel caso della Sicilia, sono stati individuati tre pilastri fondamentali per il funzionamento degli enti locali: risorse, personale ma anche soprattutto nell’individuazione delle politiche dell’abitare come il vero grande motore di rigenerazione”.

Fondi, assunzioni e incentivi fiscali per far rinascere i borghi siciliani

Nello specifico, interventi sul piano della capacità amministrativa, perché anni di tagli hanno svuotato gli organici municipali, impedendo tra le altre cose l’accesso ai fondi Pnrr. Per superare questa criticità si richiedono una deroga permanente alle assunzioni e la creazione di strutture di area vasta per la condivisione di personale qualificato. Riguardo alla fiscalità incentivante, è necessario radicare le attività produttive e per fare ciò serve un regime fiscale favorevole e strutturale, basato su detassazione d’impresa, azzeramento iniziale dell’Irap e sgravi contributivi volti a compensare il divario infrastrutturale. Infine, sul fronte dei servizi pubblici essenziali, la chiusura progressiva di scuole, presidi sanitari e uffici postali riduce i diritti di cittadinanza, trasformando la permanenza in questi borghi in un atto di pura necessità o eroismo.

La sfida, suffragata dalle analisi dei dati socio-economici correnti, non ammette ulteriori dilazioni temporali o scorciatoie di propaganda. Senza una politica industriale, sociale e fiscale d’impianto strutturale destinata alle periferie geografiche dell’Italia, il rischio concreto è che le misure possibili rimangano l’ennesima diagnosi inascoltata di una desertificazione irreversibile.

Daniele Formiconi, Responsabile Anci Area Piccoli Comuni Montagna/Aree Interne: “Puntare sulle Unioni”

Daniele Formiconi è il responsabile Anci Area Riforme istituzionali, Piccoli Comuni e Unioni di Comuni. Al QdS racconta alcune delle ricette possibili per far partire le contromisure necessarie a contrastare lo spopolamento dei piccoli centri e delle aree interne.

Quali possono essere le ricette necessarie per sopperire allo spopolamento delle aree interne?
“Ovviamente diverse. Si potrebbe partire da una nuova formula di turismo per queste aree. Un turismo che non sia invasivo, perché quei luoghi sono in genere piccoli e comunque non adatti per accogliere flussi di massa. È quindi necessario, per esempio, pensare a un turismo di tipo esperienziale, proprio per evitare il fenomeno dell’overtourism che, purtroppo, non fa altro che accelerare l’abbandono dei luoghi da parte dei pochi rimasti, peggiorando quindi la situazione”.

Come rendere appetibili quei territori ai giovani?
“Ci sono giovani che svolgono attività professionali che noi non riusciamo nemmeno a immaginare come tali. Questi potrebbero essere stimolati dal poterlo svolgere in luoghi e contesti da cui provengono. E questo attirerebbe anche quanti, potendo lavorare a distanza, potrebbero scoprire il piacere di andare in un luogo in cui le case costano il giusto prezzo, dove ci si affaccia alla finestra e, invece dei palazzi o del traffico, si vedono bellissimi panorami e in cui si respira aria buona, non inquinata. Però hanno bisogno di poter essere connessi con il mondo e non ancora dappertutto questo avviene, soprattutto nei piccoli comuni dove i collegamenti ultra-veloci sono ancora un sogno. Pensiamo alla necessità di una banda larga, che permetta di poter partecipare in videoconferenza e trasferire e ricevere una grossa mole di dati rapidamente”.

Ma non c’è solo il problema del collegamento internet…
“Assolutamente no. Inevitabilmente sono necessari i servizi primari, quelli che ti permettono di stare in un posto in cui ci siano delle cose che purtroppo sono diventate desuete, penso alla sanità di prossimità. Tutte le volte che parliamo della mancanza di servizi, inevitabilmente dobbiamo fare i conti con i soldi e quindi con i trasferimenti. Oggi abbiamo comuni in cui non si è più in grado di garantire alcun un servizio perché manca il personale. E qui dobbiamo considerare che lavorare nella pubblica amministrazione oggi non è più attrattivo. Sia in termini economici, sia in termini di carico di lavoro, dovuto agli organici depauperati da leggi di stabilità e pensionamenti”.

Quindi, qual è la soluzione?
“Laddove ci sono le condizioni, mettiamo da parte il campanilismo e guardiamo al comune confinante. Bisogna puntare alle Unioni di comuni, alle convenzioni. Quindi a unire le forze per cercare di migliorare, o di dare ancora, quel servizio che non si riusciva più a dare prima. Questo sarebbe già un passo avanti che permetterebbe di avviare un processo virtuoso. Che sia chiaro che sto parlando non di fusioni, che sono altra cosa, che cambiano identità all’ente locale. L’unione, invece, consente di collaborare con il comune vicino, mantenendo inalterata la propria identità e storia”.

Condividi su:

  • Inchiesta

Fonte: QdS.it