Con la politica eretica dell’arte dei pupi de-fascistizzata et de-territorializzata

redazione

Con la politica eretica dell’arte dei pupi de-fascistizzata et de-territorializzata

Condividi su:

mercoledì 09 Settembre 2026 - 17:43

degli incontri flash mob, alle poiet* performative e baccanti il sacer dell’ieri prostituzione lilibetana di “Via Trusso”

e-Wat?, se per la seconda volta (6 settembre 2026, museo di Marsala – lungomare Boeo …) mi incammino per errare tra le parole, i concetti, le immagini, gli umori, le voci, i gesti, le linee, i colori, le tele, il dentro che non è dentro e il fuori che non è fuori dello spettacolo itinerante del puparo — Come il fascismo ha sconfitto definitivamente la mafia … (forse). Il teatro dal basso di Erotavlas↔Salvatore (-Inguì), il regista fluttuante che, tra il fondo e la superficie delle scene in offerta, gratis, quella sera, si/ci co-muove con la follia del dono. Il dono delle parole che tras-mutano pelle come un serpente l’abito e i colori di stagione — … il nome di Gano di Magonza che si muta … in cani di mannara e/o traditore della famiglia dei poteri mafiosi locali — che il sapere-potere-sapere della violenza istituzionale legalizzata deve abbattere sans trêve ni merci (senza tregua né pietà). Il dono-insieme-con degli affetti, delle percezioni est-etiche e degli effetti del divenire plurale che hanno ingravidato e fatto rizoma con il sangue della tribù (più o meno stanziale), le cose e le singolarità individuali del gruppo che interagivano. Il gruppo dei modi d’essere — non-persone — dei collaboratori diretti e indiretti (luoghi, pubblico, scenografi, sarti, suoni etc.) che si fa campo di forze intrecciato con una camicia ‘fuori’ ordinanza o immaginaria immagine del nostro Salvatore↔Erotavlas. La maglietta magliara di un’utopia del co-esistere eretico dell’io dei “non-io”, il “noi” disossato della permanenza sostanziale, immutabile e intoccabile degli antimigranti:

La camicia non nera né grigia che il puparo di una nuova polis presentava — non rappresentava — al presente spazio-temporalizzato come l’atto di un’arte del teatro dal basso, fluido: il teatro delle scene che non fa politica ma ‘si’ fa politica espansa e pensiero visibile.

Politica “eretica” di singolarità di “io” e di “non-io”, il noi multitudinario che anticipa una molteplicità di futuri in divenire. I futuri che fuggono la sostanzialità dell’“è” immobilizzato/immobilizzante per avanzare un “È-evento” che ‘si’ fa eretico e crea linee di fuga in conflitto vs il credere-obbedire-combattere del fascismo democratico contemporaneo. Il totalitarismo del capitalismo digitale che, urbi et orbi, amministra la “guerra delle razze” (cosa diversa dal vecchio razzismo biologico), ovvero il conflitto di contrapposte vitalità di gruppi storico-linguistici o sociali in rapporti di esclusione e implosione (idem, religiosi). Nel nuovo razzismo, si può dire, giocano le abitudini e i comportamenti dei corpi e del pensiero in conflitto: i “noi”/non-io che lasciano cadere la permanenza dell’identità sostanziale e gerarchica di un regime d’ordine chirurgico quanto comando liturgico distribuito dalla/con la copula “è” (l’è del vecchio fascismo: l’ordine è il fascismo, la legge è il duce che fa e disfa, nomina il prefetto Mori e lo dispensa …).

Lo spettacolo che rivedo nel qui e ora di una sala del museo archeologico “Baglio Anselmi” — in un’anteprima sperimentale ero seduto sui frammenti della terrazza del “Baluardo Velasco (e tra gli altri invitati ad hoc) — ora mi urge balbuziente conversazione o alla maniera, forse, del “Pourparler” di Gilles Deleuze (confesso: gli rubo il pensiero, non l’idea); ora me lo spumeggio e me lo spupazzo con il chi-asma di Judith Revel (“la potenza creativa della politica, la potenza politica della creazione”), con “L’arte fuori di sé – Un manifesto per l’età post-tecnologica” (Andrea Balzola & Paola Rosa, 2011) e “La conquista del tempo – Società e democrazia nell’era della rete” (Derrick de Kerckhove, a cura di, 2003) e con la lettura della pitto-scrittura eretica della maglietta di Salvatore↔Erotavlas (sarebbe il caso di curiosare sulla quantità-qualità dei presenti che hanno visto e letto fra le righe il tipo di incisione … cromo-simbolico del messaggio).

Il teatro dei pupi del gruppo Inguì (qui e ora) si fa un’arte del fuori perché esce dal chiuso dei luoghi per intrecciarsi con gli spazi-tempi, nel caso, di un museo e un abitare cittadino che si sottrae alla museificazione e si pone taglio nel caos del tempo dei disequilibri e delle diseguaglianze. Una de-cisione che si muove però con la lentezza che urta e rende rugosa la velocità dei tempi digitalizzati, quella che muove alla conquista del mercato del tempo come capitale vitale e dell’attenzione dei cittadini della rete come forza produttiva senza opera (inoperosa) … ma ¡Ya basta!, e ora basta (Subcomandante Marcos…) del teatro-maglietta e la voce combattente dell’arte: è l’azione e la voce errante dell’arte e della poesia (la resistenza della libertà) che fa di ognuno o del qualunque un militante vivente in conatus di disaccordo permanente (ma che la democrazia fascistizzata del nuovo millennio persegue quale disobbedienza criminale …).

Con amore, passione, lascio agli altri l’e-Wat?, la costante decimale dell’irrazionale potenza saltellante del numero-nepero in combutta con la potenza del corpo-mente del qualunque, l’individualità della singolarità creativa-critica che non si assoggetta di suo alla vita amministrata. La sua azione si posiziona con l’infinita varietà del senso dell’arte-poesia-teatro di minoranza contro il linguaggio securitario del nuovo fascismo che organizza e pubblicizza le catture digitalizzate archiviandole sotto forma di profilati identitari. La disciplina carceraria dei luoghi chiusi di una volta è ormai fuori uso. Chi possiede e manipola il controllo delle informazioni e delle condotte (le abitudini) attiva così il comando anti-libertario mediante l’offerta di un gratuito, spontaneo e automatico assoggettamento — all’istante archiviato nel sacco virtuale dei big-data —, rendendo disponibile e immediata la subordinazione del proprio immateriale costume espressivo fattuale.

L’erotica dei propri sogni eretici processuali, connessa con le rapide percezioni spazio-temporali modificate provocate dalla/nella rete cyberspaziale globalizzata, può farsi ancora attiva “interattività” espressiva inventiva, rivoluzionaria (… è l’arte/poesia che rende militanti le soggettività in divenire …). Portando il “teatro fuori da sé” si immaginano e sperimentano — non ultimo quello politico — mondi possibili praticabili che vorticano fra i virtuali reali.

Antonino Contiliano

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta