Quando il “Teatro dei Pupi” ci insegna a fare “una vita non fascista”

redazione

Quando il “Teatro dei Pupi” ci insegna a fare “una vita non fascista”

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martedì 01 Settembre 2026 - 10:54

L’anteprima al Baluardo Velasco dello spettacolo di Salvatore Inguì e “Finestre sul Mondo”: Come il fascismo ha sconfitto definitivamente la mafia … (forse). Un viaggio – suggerisce chi scrive – in compagnia (non escluso) di pensatori del Novecento — J. Derrida, M. Foucault, G. Deleuze/F. Guattari ed Étienne de La Boétie (XVI secolo) — per decostruire il mito della “sicurezza” a scapito della libertà.

Non è un semplice richiamo alla memoria, né una rassicurante operazione di nostalgia storica. L’anteprima andata in scena la sera del 28 agosto negli spazi culturali del Baluardo Velasco, su invito di Salvatore Inguì e dell’associazione Finestre sul Mondo, ha avuto il merito di trasformare il Teatro dei Pupi in un severo tribunale della coscienza critica. Il titolo dello spettacolo … con quel “(forse)” finale suona come una lama ironica e, a prima vista, sembra evocare le ingombranti e goffe figure — corpi impagliati/imbalsamati — di Benito Mussolini e del “Prefetto di ferro” Cesare Mori. Eppure, dietro la cronaca d’epoca sceneggiata, si nasconde come una drammaturgia — di filosofia politica — di straordinaria attualità.

In un’epoca segnata dal trionfo di un neocapitalismo totalizzante, che aveva illuso la società occidentale circa la “morte delle ideologie”, gli spettri che si aggirano sul palco del Baluardo Velasco non sono quelli evocati da Derrida nei suoi *Spettri di Marx*. Sono spettri diversi, forse più insidiosi: i fantasmi dell’autoritarismo e della seduzione per l’ordine imposto dall’alto. Spettri che continuano a infestare l’identità storica italiana, e non meno quella siciliana, pronti a riemergere ogni volta che la complessità del presente spaventa.

È qui che la messinscena si fa prettamente foucaultiana. Michel Foucault ci ha insegnato come il biopotere non si limiti a legiferare, ma si iscriva direttamente sui corpi. Corpi materiali, soggettivati, storicizzati. Sul palco, l’asciuttezza delle figure, i movimenti rigidi e legnosi, il lucido nero delle divise fasciste dei pupi mettono in scena la pulsione di una società “fascistizzata” fin nei comportamenti passivizzati. La scenografia disegna il “deserto” del dissenso, dove l’ordine apparente viene pagato con l’annullamento del pensiero critico.

Ma è nel raffronto con la storia che il paradosso si svela nella sua interezza. La rievocazione dell’assenso corale e plaudente (che accolse la visita del Duce in Sicilia) non è solo un dato d’archivio: è la messa in scena della *servitù volontaria* teorizzata da Étienne de La Boétie. Il corpo delle milizie e dei dipendenti militarizzato (e funzionale anche per uno Stato odierno fascistizzato, il totalitarismo democratico), ci ricorda come la libertà venga spesso barattata con l’illusione della “sicurezza securitaria”.

Ma c’è una “lingua minore” che buca il totalitarismo!

E proprio qui si innesta un’ulteriore chiave di lettura, quella che Gilles Deleuze e Félix Guattari tracciano quando propongono l’arte come una macchina da guerra senza guerra. Nel loro pensiero, l’arte — e il teatro in particolare — non è mai mera rappresentazione, ma una macchina di guerra creativa contro le codificazioni normative del potere. L’Opera dei Pupi, con la sua lingua “minore”, popolare e radicata nella tradizione siciliana diventa così uno strumento di de-territorializzazione del senso comune controllato. Usando, il puparo, in proprio quel linguaggio — e neanche ignoto alle classi subalterne (che il fascismo aveva cercato di ingabbiare nella sua retorica di Stato) — buca l’ideologia totalitaria dall’interno.

Il puparo, con la sua voce ironico-roboante, quella sera d’anteprima sperimentale, ne ha provato una postura in fieri…, esercitando quella che il filosofo Gilles Deleuze chiamerebbe una “potenza del falso”: non la menzogna, ma la capacità di creare linee di fuga, di aprire varchi nell’apparato rigido del potere. Il teatro dei pupi, nella sua apparente semplicità artigianale, si rivela così una pratica sovversiva, mentre il fascismo imponeva una lingua unica, ufficiale, monumentale. In questa contrapposizione, l’arte popolare dei pupi, rispondendo con una lingua minore (ironia, ambiguità, attese spiazzate …), mostra che il totalitarismo ha di fronte soggetti che non può controllare e che la fascinazione del potere assoluto si può combattere!

Si realizza quello che Foucault definiva “l’irriducibile nucleo dell’antifascismo”, ovvero il fare “una vita non fascista” e la risposta, nello spettacolo di *Finestre sul Mondo*, arriva attraverso la voce del puparo. Una voce roboante, ironica, che esercita la *parresia* — il coraggio della parola franca-libera, senza filtri. La voce narrante non si limita a muovere i fili di legno e metallo, ma guida lo spettatore in un necessario processo di “rigetto”. Rigettare non significa ignorare il passato, ma guardare in faccia la tentazione della semplificazione autoritaria, smascherando la finzione della “vittoria totale” sul male. Il linguaggio tradizionale dell’Opera dei Pupi, animato da questa intenzione civile, si rivela così un’arma teorico-pratica spiazzante, una macchina da guerra in cammino. La “visione” parresiaca del puparo disarma la retorica del forte, ricordandoci che la vera lotta alla mafia e al fascismo non passa per la delega in bianco a un “uomo della provvidenza”, ma per la decolonizzazione delle nostre menti e dei nostri corpi.

L’appuntamento con questa riflessione, aperta a tutta la cittadinanza, è ora fissato per domenica 6 settembre nella suggestiva cornice del Museo Archeologico Regionale “Lilibeo” del Baglio Anselmi. Uno spettacolo che, sotto le mentite spoglie della rievocazione in armatura, ci lancia un monito urgente: finché cercheremo rassicuranti padri padroni a cui delegare la nostra libertà, gli spettri del fascismo non smetteranno mai di abitare le nostre case.

Antonino Contiliano

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