Ormai sembra tutto degradato. C’è chi sostiene che siamo già dentro la spirale discendente della democrazia, nel preludio di un armageddon civile che segnerà la fine del mondo come l’abbiamo conosciuto. Che il colpo si abbatterà sugli uomini di buona volontà senza lasciare appello, come se avessimo invertito la marcia dell’evoluzione e stessimo tornando indietro a passo spedito. Magari lasciando nelle mani dell’Intelligenza Artificiale quel poco di responsabilità che ci saranno allora rimaste.
È una visione quasi escatologica, da fine del mondo, intrisa di quel pessimismo cosmico che riaffiora ogni volta che il mondo perde il proprio orientamento. Cioè oggi.
Ora, a parte gli scongiuri apotropaici – che in Sicilia non si negano a nessuno – una riflessione logica però s’impone.
Se dopo milioni di anni di evoluzione fossimo davvero arrivati al punto di massimo sviluppo proprio in questi anni, allora una domanda nasce spontanea: è possibile che il culmine della civiltà coincida con figure come Trump e con il circo che gli ruota attorno, popolato da personaggi che sembrano usciti da una saga fantasy-horror?
E, volendo fare un parallelo – in minore, mi rendo conto – a casa nostra: è credibile che il punto di non ritorno sia segnato dal teatrino del duo Salvini-Vannacci sotto l’egida della ducessa della Garbatella?
Davvero il progresso – e con esso il mondo – dovrebbe arrestarsi davanti a figure così marginali, così poco “hegeliane” nel loro peso specifico storico? La tesi da sostenere è che, nonostante il dilettantismo e la mediocrità di un’élite prepotente e arrogante, convinta di guidare il pianeta come fosse sull’ottovolante, essa non riuscirà – almeno non ancora – a invertire o bloccare il processo, per sua natura inarrestabile, dello sviluppo tecnologico e umano.
E allora non ci resta che affidarci alla Storia, almeno a quella che conosciamo. Che ci racconta che essa ha sempre avuto accelerazioni improvvise: le guerre mondiali, la caduta del Muro, la dissoluzione dell’URSS. Ma anche nei momenti più convulsi e tragici, l’evoluzione ha mantenuto un suo passo, lento ma costante.
Se davvero fossimo al turning point dell’umanità, sarebbe quantomeno curioso che a cavalcare la faglia della storia fossero figure così prive di scrupoli e così poco all’altezza del compito. Prima di imboccare la discesa, ci si aspetterebbe almeno un gigante, non una caricatura.

Nemmeno figure totalmente negative come Hitler o Mussolini – e nemmeno cinque anni di devastazione bellica dal ‘40 al ‘45 – hanno portato a parlare di un processo involutivo della storia. Nemmeno la consapevolezza della forza distruttiva di due bombe atomiche, con tutto ciò che hanno significato, è bastata ottant’anni fa a indirizzare il mondo verso la china della scomparsa dell’uomo. Anzi: da lì l’umanità si è rialzata più forte e più cosciente del valore della vita.
Inoltre, prima di arrivare a un processo di involuzione, bisognerebbe almeno aver segnato il picco evolutivo dell’uomo sulla terra.
A meno che non si voglia sostenere che il vero picco dell’Occidente siano stati gli anni a cavallo del Duemila, con Clinton o poi con Obama, con Hollywood, i colleges e le università americane, la democrazia di esportazione e la faccia semipulita del liberalismo.
Ma se davvero avessimo già raggiunto il massimo in quegli anni, allora quel massimo non potrebbe poggiare oggi sul contrario di ciò che allora ci affrettavamo a condannare: oligarchie immorali, capitalismo predatorio, ingiustizie sociali strutturali, colonialismi vecchi e nuovi. Tutto ciò che oggi governa il mondo. E no, non può essere quello il vertice dell’evoluzione dell’uomo sulla terra: quello cioè che ha creato la deriva di oggi.
A meno che non si voglia retrodatare il punto più alto della evoluzione agli anni successivi al secondo dopoguerra: gli anni Sessanta e Settanta, anni di boom economico e di nuove speranze, ma anche anni piagati da terrorismo, apartheid, disuguaglianze sociali.
E allora, seguendo la logica – forzata ma coerente – non credo affatto che oggi abbiamo invertito la marcia in modo definitivo. Diritti, democrazia, stato di diritto, progresso civile: tutto questo non può essere morto e seppellito. È in una fase di arresto, sì, ma non di estinzione. E no! Non è ancora al suo picco.
Questo non significa credere ciecamente nell’evoluzionismo della storia, né che l’umanità abbia dentro di sé una tendenza intrinseca a migliorarsi necessariamente.
Eppure, la storia dell’umanità è sempre stata un movimento in avanti: doloroso, contraddittorio, ma inarrestabile. E, in mancanza di una palla di cristallo che ci faccia scorgere il futuro, credo che anche oggi sia così.
Le figure che dominano la scena – Trump, Putin, Xi Jinping, con posture istrioniche o gelide – non sono la fine del percorso. Non ancora almeno. Sono un inciampo. Un blackout dell’anima collettiva, nato da una serie di coincidenze economiche, sociali, culturali, politiche e umane.
È probabilmente la dialettica del progresso: ogni avanzamento conosce la sua fase di regressione apparente, il suo momento di oscurità. Per poi reindirizzarsi in avanti. Anche ai tempi del Re Sole, così come oggi, una minuscola percentuale della popolazione deteneva la quasi totalità della ricchezz. Ma questo non ha impedito al mondo di cambiare il mix nel corso dei secoli. Si può fare. E rifare.
E per finire: il mondo non può permettersi di morire. Non così. E proprio perché non può, troverà il modo di superare questo buio, pur con perdite e sofferenze.
Sembra quasi scritto nel destino dell’uomo quell’istinto di sopravvivenza e di autoconservazione delle società, lo stesso che dalle caverne ci ha portato nello spazio.
E poi, diciamolo: non è pensabile che il picco della civiltà coincida con Epstein e la sua cricca, incistati nell’alta società degli ultimi quarant’anni. Non può essere lui il capolinea dell’evoluzione umana. Chiunque abbia immaginato l’universo non può aver pensato a Jeffrey Epstein come fermata finale.
Per pura logica, ci saranno ancora linee evolutive da percorrere. Certo che ci saranno, ma a patto di spegnere lo smartphone e tornare a guardare le persone negli occhi, invece che i like sui social.