C’è un potere che non ha bisogno di vietare le parole, perché gli basta decidere quali parole farci ascoltare. Non deve necessariamente nascondere la realtà: può semplicemente mostrarne una parte: il potere dei media è quello di condizionare non soltanto ciò che pensiamo, ma persino ciò che siamo disposti a considerare degno della nostra attenzione. Per decenni la televisione ci ha insegnato a desiderare. Oggetti, stili di vita, modelli di bellezza, ambizioni confezionate per diventare bisogni. Il consumismo ha trovato nel piccolo schermo il suo alleato più potente. Oggi, però, la questione va oltre. Non si tratta più soltanto di convincerci a comprare qualcosa, ma di orientare la nostra percezione del mondo, stabilire quali problemi esistano davvero e quali, invece, possano essere ignorati.
Pier Paolo Pasolini aveva intuito il pericolo dell’acculturazione, dell’omologazione, individuando nel nuovo potere dei consumi una forma di trasformazione profonda della società. Il fascismo, nella sua riflessione, non era soltanto quello delle divise e dei manganelli: esisteva anche la possibilità di un potere capace di uniformare desideri, linguaggi e coscienze. Non si tratta di sovrapporre automaticamente il presente al passato, ma di riconoscere quanto sia attuale quella domanda: siamo davvero liberi di pensare quando il nostro immaginario viene costruito, giorno dopo giorno, dagli stessi modelli? La televisione continua ad avere una responsabilità enorme. I social network, con tutti i loro rischi, hanno almeno incrinato questo monopolio: vi si trova di tutto, dall’IA più becera alle testimonianze che difficilmente troverebbero spazio nei Tg. Eppure, proprio in questi giorni, alcune domande meritano di essere poste: perché viene riservato poco spazio alla protesta degli autotrasportatori nel Mezzogiorno? Perché non andare sul posto, parlare con i camionisti, mostrare le loro ragioni e le conseguenze concrete dei blocchi? Gli scaffali vuoti, le difficoltà di approvvigionamento, i distributori in sofferenza, sono il segno di una crisi che coinvolge lavoratori, imprese e famiglie.
Esistono le scelte editoriali, quelle politiche, le gerarchie delle notizie, gli interessi economici, la ricerca dell’audience. Alcuni esempi. A Milano, la manifestazione del 17 ottobre è finita sotto i riflettori per gli scontri, i danneggiamenti e le violenze. Fatti gravi, che non possono essere giustificati né minimizzati. Ma che fine fanno le ragioni di chi scende in strada pacificamente? Dove finisce il volto di una ragazza ferita, di uno studente che protesta, di chi vorrebbe un futuro diverso? La cronaca degli scontri può diventare l’unica chiave di lettura, fino a cancellare le motivazioni da cui una mobilitazione è nata. Le lotte del ’68, con le loro contraddizioni e i loro eccessi, hanno contribuito a trasformare profondamente la società. Il sindaco di Milano Beppe Sala, però, ha invitato a distinguere gli episodi di teppismo da una protesta violenta nel suo complesso.
Il G8 di Genova del 2001 resta una ferita nella memoria collettiva: le violenze dei Black Bloc, la morte di Carlo Giuliani, i fatti della scuola Diaz e le responsabilità accertate di appartenenti alle forze dell’ordine. Poi ci sono le altre piazze, quelle che sembrano scivolare via dal dibattito nazionale. La manifestazione della Cgil a Roma, la protesta di Taranto sul futuro dell’ex Ilva, le rivendicazioni degli studenti di Trapani per impianti sportivi adeguati. Quanto spazio ricevono? Il rischio più grande non è soltanto la disinformazione, ma l’assuefazione. Abituarci a vedere sempre le stesse immagini, ad ascoltare sempre le stesse interpretazioni, a indignarci per ciò che ci viene mostrato e a dimenticare ciò che scompare dal nostro campo visivo. È così che l’omologazione può diventare una forma di obbedienza inconsapevole. Forse, allora, dovremmo preoccuparci meno di svuotare gli scaffali dei supermercati delle grandi catene e di più di difendere la nostra capacità di scegliere, informarci, contestare, l’unica vera resistenza.