C’è un pendolo che oscilla tra la letteratura e la cronaca giudiziaria. Solo che, questa volta, non serve la fantasia di uno scrittore per immaginare complotti, società opache e misteri da decifrare. Basta guardare a quello che succede al Palazzo della Regione siciliana. Quando Eco scrisse “Il pendolo di Foucault”, finì per costruire una trama intricata tale da metteva in guardia proprio dalla tentazione di trovare connessioni ovunque, di trasformare indizi in certezze e di confondere le costruzioni della mente con la realtà. A 40 anni di distanza, un altro pendolo è tornato alla ribalta in questi giorni, per motivi meno nobili di quelli del filosofo francese.
Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, l’ex vicepresidente della Regione siciliana Gaetano Armao avrebbe ricevuto denaro da imprenditori attraverso la mediazione di un avvocato, Pierluigi Matta. Le somme sarebbero state mascherate da compensi per consulenze e collegate, secondo l’accusa, a presunti favori. Ma è soprattutto un dettaglio a rendere questa vicenda degna di un romanzo: il denaro sarebbe stato nascosto proprio dentro un orologio a pendolo, nello studio universitario di Armao. Una vicenda che ha portato Schifani ad essere ascoltato per quasi 3 ore dalla Commissione Antimafia all’Ars.
A questo punto, viene quasi da chiedersi se la realtà abbia deciso di rendere omaggio a Eco, scegliendo però una versione meno intellettuale e decisamente più inquietante della sua opera. Ogni evento diventa un indizio, ogni coincidenza una prova. Credere di conoscere il disegno segreto degli eventi dà un senso di potere.
Nella cronaca siciliana, l’orologio ha assunto una funzione molto più concreta: custodire ciò che non doveva essere trovato. Il paradosso è irresistibile, per il vero. Nel mondo di Eco, i protagonisti inventano un complotto e finiscono per credere alla propria invenzione. Nel “Paese reale”, anche Armao, probabilmente, crede a quello che dice sostenendo che i pm affermano cose non vere. Gli inquirenti cercano di ricostruire una presunta rete di rapporti, denaro e favori attraverso intercettazioni, filmati e riscontri. In entrambi i casi, il confine tra ciò che appare e ciò che si nasconde diventa il vero terreno della narrazione.
E qui la Sicilia aggiunge il suo capitolo più amaro, perché stiamo parlando di una figura che ha ricoperto ruoli istituzionali di primo piano e quando un’indagine coinvolge chi ha avuto responsabilità pubbliche, la questione non riguarda soltanto le eventuali responsabilità individuali: investe anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella trasparenza delle decisioni e nell’imparzialità di chi è chiamato a esercitare il potere. Il pendolo, intanto, continua a oscillare. Da una parte il tempo, dall’altra il denaro; da una parte le dichiarazioni pubbliche, dall’altra le stanze in cui gli investigatori cercano risposte. E ogni oscillazione sembra ricordarci che il potere, quando si sottrae alla luce, finisce per produrre storie che nessuno vorrebbe leggere. Il libro di Umberto Eco ci lascia una lezione utile anche oggi: diffidare delle apparenze, pretendere prove e non confondere i sospetti con le sentenze. Resta però una domanda, molto meno letteraria di quanto sembri: in una terra già stanca di promesse, emergenze e scandali, quanto può ‘oscillare’ ancora la fiducia dei cittadini prima di fermarsi? Perché il problema non è il pendolo. È quello che, eventualmente, qualcuno pensa di poter nascondere dietro di esso.