A Marsala, a questo punto, mancano solo le cavallette. Per il resto, il repertorio delle piaghe bibliche sembra quasi completo: ladri, inseguimenti, pestaggi, furgoni incendiati, paura nelle contrade, arresti e, per non farci mancare niente, una tromba d’aria che ha scaraventato auto, scoperchiato tetti, abbattuto muri e seminato distruzione tra Marsala e Petrosino. Se qualcuno avesse proposto tutto questo come trama di una serie tv distopica, probabilmente gli avrebbero consigliato di ridimensionare la sceneggiatura. Troppa roba, tutta insieme, persino per la fantasia di uno sceneggiatore.
E invece è la realtà. O almeno, è la realtà che si è presentata ai marsalesi in questi giorni, senza chiedere il permesso e senza lasciare il tempo di riprendersi da un episodio prima di precipitare nel successivo. Nelle contrade del versante sud, da settimane, la preoccupazione per i furti e le intrusioni nelle abitazioni ha progressivamente lasciato spazio a una tensione sempre più preoccupante. Poi, domenica, il nuovo capitolo: cittadini in strada, urla contro i presunti ladri e diversi arresti dopo una serie di furti e tentati furti tra negozi e abitazioni. Una sequenza che racconta una paura concreta, quella di chi vuole semplicemente dormire tranquillo a casa propria e non ritrovarsi estranei in salotto. Ma racconta anche il rischio che, quando la fiducia nelle risposte istituzionali si indebolisce, qualcuno cominci a pensare che basti organizzarsi da sé per ristabilire l’ordine. E lì la situazione può diventare ancora più pericolosa: perché tra la legittima richiesta di sicurezza e la giustizia fai-da-te passa una linea che non dovrebbe essere oltrepassata.
Come se non bastasse, venerdì 9 ottobre il cielo ha deciso di metterci il proprio drammatico contributo: una violenta tromba d’aria ha colpito Marsala e Petrosino, lasciando dietro di sé edifici danneggiati, auto ribaltate, strade compromesse e feriti. Famiglie alle prese con i danni, attività da salvare, abitazioni da mettere in sicurezza. In poche ore, alle preoccupazioni quotidiane si è aggiunta la necessità di fare i conti con una devastazione che nessuno avrebbe voluto vedere. E qui, nel momento in cui servirebbero solidarietà, informazioni attendibili e una mano concreta a chi ha perso tanto, è arrivato anche il contributo immancabile della fantasia social: le scie chimiche causa, per alcuni, delle trombe d’aria.
Peccato che non esistano prove scientifiche credibili che colleghino le cosiddette scie chimiche degli arei alla formazione di tornado. Le spiegazioni meteorologiche chiamano in causa condizioni atmosferiche favorevoli allo sviluppo di fenomeni violenti, non complotti nebulosi. Ma si sa: studiare il tempo è più complicato che individuare un nemico invisibile, e una teoria cospirativa viaggia sui social molto più velocemente di una spiegazione scientifica. Naturalmente, l’ironia non cancella la gravità di quanto sta accadendo, non vuole certo sminuire la paura dei residenti, la sofferenza delle famiglie colpite dal tornado o il lavoro di chi è impegnato nei soccorsi. L’ironia serve, semmai, a mettere in fila gli avvenimenti e a restituire il senso di smarrimento di una comunità che, nel giro di pochi giorni, si è ritrovata a fare i conti con emergenze diverse, ma tutte capaci di alimentare insicurezza.
La domanda, allora, non è se a Marsala manchino davvero le cavallette. Quelle, per fortuna, ancora non si sono viste. La domanda è quante altre emergenze debbano accumularsi prima che si riesca a distinguere ciò che è urgente da ciò che è soltanto rumoroso, ciò che è accertato da ciò che è raccontato, ciò che richiede risposte da ciò che produce soltanto commenti. Perché contro le trombe d’aria non bastano le invettive, contro i furti non bastano le ronde improvvisate e contro le teorie strampalate non basta alzare gli occhi al cielo; servono prevenzione, controlli, indagini, interventi tempestivi e informazioni corrette. Forse Marsala è davvero “a ferro e fuoco”, come quelle strane scritte comparse sui muri di alcune vie del centro cittadino. Sembra quasi un disegno, poco divino e molto terribilmente terreno.