Partiamo da un’ammissione di colpa: questo articolo farà uso di luoghi comuni. Molti luoghi comuni. Non certo per pigrizia intellettuale – non solo – ma perché, come ha detto qualcuno di molto più saggio di me, non c’è niente di più vero di un luogo comune. Detto questo, chiariamo subito una cosa: l’idea romantica di nazione è una bugia bellissima. Una di quelle bugie che hanno prodotto cattedrali, eserciti, poesie epiche e un numero imbarazzante di conflitti armati. E di morti. L’identità nazionale è una costruzione – spesso arbitraria e storicamente contingente: non va certo ricordato a un siciliano doc come me. Eppure, nonostante tutto, i francesi restano francesi, i tedeschi tedeschi e gli italiani italiani. Una coerenza quasi irritante, se si pensa allo sforzo – troppo spesso retorico – di superare le nazionalità per approdare all’anello successivo: l’Europa, questa sconosciuta e spesso disconosciuta. Alla fine, nel dibattito pubblico, a tornare alla ribalta sono sempre le singole nazioni, con le loro peculiarità, le loro specificità e i loro retaggi spesso pericolosi.
A noi, in questo piccolo saggio, più che il confine o il dato anagrafico, ci interessa più che altro il “sentire” delle nazioni, la loro “essenza”. Quella cosa impalpabile, che però si percepisce, perché potente e che fa sì che Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra; o che, per lo stesso motivo, nemmeno per sbaglio Macchiavelli avrebbe potuto avere natali scandinavi. E che Marx, paradossalmente, non sarebbe potuto essere che tedesco. Ma andiamo con ordine.
Prima di tutto, c’è un pregiudizio che bisogna sgomberare fin da subito: quello che i tedeschi non sono – come spesso li si dipinge – un popolo razionale. Ma sono, quanto meno, un popolo profondo. Ed è importante stabilire questo, almeno per una questione di metodo. Dal momento che la Germania, compressa a ovest e a sud dalla latinità, a est da una pletora di popoli slavi, e a nord dai cugini vichinghi, è stata spesso l’ago della bilancia storico e culturale dell’Europa. Specialmente negli ultimi due secoli.
La filosofia germanofona ha intanto prodotto due delle tradizioni di pensiero più potenti e opposte della modernità: l’Idealismo e il Marxismo. In apparenza, un paradosso. In realtà, due facce della stessa medaglia. Sia Hegel che Marx condividono un’urgenza totalizzante, una fame di sistema, un bisogno di spiegare tutto: storia, spirito, contraddizioni, destino dell’umanità, dentro a una cornice unitaria e coerente. Per loro non basta capire una parte delle cose. Per poter andare avanti bisogna capire il Tutto. Possibilmente subito e magari in un solo volume molto denso. La storia della filosofia tedesca è piena di mattoni di questo tipo: da Hegel a Fichte, da Schelling a Nietzsche, passando per Schopenhauer, il più simpatico del gruppo.
Ora, anche attualizzandolo, il fil rouge dello spirito tedesco, non è mai la logica, ma la totalità, la regola per la regola. Un esempio da manuale: la rigidità della cancelliera Merkel alle prese con l’austerità politica del 2010, nel salvataggio della Grecia. Mettere “ordine nel caos”, costi quel che costi, solo per i più ingenui può essere scambiata per ragione. Invece è piuttosto “l’anima romantica” tedesca applicata alla filosofia e quindi alla realtà. Distillato puro di germanesimo.
Certo, Kant che era tedesco, è l’eccezione che conferma la regola. Vive a Königsberg in uno splendido isolamento che rasenta il misticismo del quotidiano e costruisce un sistema filosofico che, al contrario dei suoi successori idealisti, pone dei limiti alla ragione. Cosa possiamo conoscere? Fin dove possiamo spingerci? Kant è illuminista, figlio di un’epoca che guardava a Parigi e a Londra. È, in un certo senso, un tedesco che ha deciso di non esserlo del tutto. E infatti i suoi successori romantici non gliel’hanno mai perdonato: hanno preso la sua Critica della ragion pura e l’hanno usata come trampolino per saltare esattamente dove lui aveva messo il cartello “vietato l’accesso”.
E così, mentre a Parigi si decapitavano re in nome della Liberté, Egalite e Fraternite’, a Jena, a Gottinga, a Weimar si costruivano sistemi filosofici in nome dello Spirito. Due risposte diverse alla stessa domanda: cosa significa essere liberi? I francesi hanno risposto facendo le rivoluzioni rumorose e tagliando un po’ di teste, in nome della libertà. I tedeschi hanno scritto trattati di mille pagine prima e poi, interpretando un po’ troppo alla lettera quello che qualcuno di loro aveva messo per iscritto. E durante il nazismo la storia ha parlato per loro.
A proposito di filosofia, la Francia moderna nasce da un atto filosofico. C’è un uomo, all’inizio del Seicento, che decide di ricominciare tutto da capo. Butta via secoli di tradizione scolastica, di teologia, di aristotelismo e comincia a dubitare di tutto. Di tutto, tranne di una cosa: che sta dubitando. Cogito ergo sum. Penso, dunque sono. Cartesio fonda la filosofia moderna, e nel farlo fonda anche qualcosa di francese: l’idea che la ragione sia il punto di partenza imprescindibile, e non di arrivo.
La Rivoluzione francese è il Cogito applicata alla politica. Cioè il grado zero. In suo nome, si butta via tutto – il re, la nobiltà, il calendario stesso – e si ricomincia daccapo. Anno I. Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Certo, il fatto che la cosa sia degenerata abbastanza in fretta in un bagno di sangue è un dettaglio che i francesi preferiscono non approfondire troppo, ma la struttura intellettuale rimane. Da allora, la Francia ha una certa allergia a farsi abbindolare dai totalitarismi. Non è immunità – il collaborazionismo di Vichy è una dolorosa eccezione – ma è una resistenza culturale profonda all’idea che qualcuno possa sospendere la ragione in nome di qualcos’altro.
La filosofia francese – da Descartes a Voltaire, da Rousseau a Sartre, da Foucault a Derrida – è infatti quasi sempre una filosofia critica. Una filosofia che smonta, che interroga, che relativizza. I tedeschi costruiscono sistemi spesso incomprensibili. I francesi li decostruiscono. Probabilmente è il loro modo di amare la ragione: litigandoci ma alla fine facendo sempre pace. Ma solo dopo aver bloccato, per l’ennesima volta, mezza Parigi con un nuovo sciopero e dopo aver minacciato, stavolta metaforicamente, il taglio delle teste dei ministri.
Il risultato è una Francia che, pur con le sue derive – e Bardella e Le Pen non sono certo philosophes illuminati – mantiene una certa lucidità nell’autoanalisi. E si spera che, alle ormai prossime presidenziali, gli illuministi veri riescano ancora a contarsi almeno uno in più dei loro avversari.
Al di là della Manica, gli inglesi non hanno fatto una rivoluzione: ne hanno fatte due. Eppure restano così discreti sulla faccenda che, a sentirli, sembrerebbe quasi se le siano dimenticate. Le loro rivoluzioni sono state silenziose, quasi indolore, senza guillotine e senza Terrore. Con un accordo. Un documento. Quasi un gentleman’s agreement. Non a caso gli inglesi hanno inventato la democrazia liberale come si fa quando si mette su un club privato: con regole non scritte, precedenti storici e una certa diffidenza verso chi urla troppo. Sotto il regno del magnifico understatement tutto britannico.
Locke e Hume non sono un caso. La filosofia anglosassone ha un certa affezione, per così dire, al detto di san Tommaso apostolo: “credo solo se vedo”. È infatti empirista per vocazione: parte dai fatti, non dai principi. È induttiva mai deduttiva. Parte dall’esperienza, non dall’idea. Hume arriva persino a dubitare della necessità della causa-effetto, mettendola in dubbio, come se dire «forse il sole non sorgerà domani» fosse una questione da discutere davanti a un tè, non una crisi esistenziale. Ecco, anche Hume non sarebbe potuto essere che inglese, anzi pardon, “scozzese fino al midollo” come amava ricordare lui.
Per lo stesso ordine di principi, il liberalismo non può che nascere in Inghilterra, protetta dal suo splendido isolamento. Inghilterra che non si è mai sentita parte di nessun continente o meglio, si è sentita al centro di tutto mantenendo però le distanze con tutti. E in effetti, a ben vedere, gli inglesi guardano dall’altro lato della Manica come si guarda un parente un po’ stravagante: con un certo affetto, con sufficienza e una certa preoccupazione.
La Brexit è, in fondo, il gesto più inglese della storia recente: come dire “ragazzi, e’ stato un piacere, ci siamo divertiti, ma ora torniamo a casa nostra”. Certo, Nigel Farage di Reform UK è grottesco, ma è grottesco in modo strambo, perfettamente inglese: populista, eccentrico, ma con un bicchiere di birra in mano e un’aria da svampito in uno sperduto pub di contea. Niente uniformi, niente torce. Solo indignazione e fiumi di birra.
Se Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra, o Locke in Germania, di certo Macchiavelli non poteva essere britannico. E ci sta tutto. L’Italia è il paese che ha dato al mondo poeti santi e navigatori. Ma certo non è la terra di grandi pensatori, con l’eccezione del già citato – spesso bistrattato – Machiavelli e certo di alcuni altri, come Bruno, Vico, Croce e probabilmente qualche altro che dimentico colpevolmente … C’e da credere che qua da noi i filosofi abbiano capito l’antifona: che si fa una gran caciara attorno ai pensatori ma poi finiscono al peggio per essere bruciati, derisi quando va bene e inascoltati quando gli va di lusso. Non è un caso che la tradizione filosofica italiana tenda all’idealismo, come quella tedesca, ma senza la disciplina germanica. Un idealismo barocco, shue’ schue’, spesso magnifico nella forma e caotico nella sostanza.
Il fascismo italiano è un caso di studio che i politologi di tutto il mondo continuano a frequentare con un misto di sinistra fascinazione e profondo orrore. Non è nato dal niente: è nato da una cultura che aveva una certa propensione per il grande gesto dannunziano, il capo carismatico, la lealtà quasi medievale del gregge, la retorica del sangue e della terra, ma filtrata attraverso la latinità, cioè senza la sistematicità tedesca. Il fascismo italiano era, in un certo senso, un romanticismo decaduto. Grandioso nelle intenzioni, tragicomico, quasi fantozziano nell’esecuzione. Mussolini parlava dal balcone come la caricatura stanca di un comico – viene in mente lo splendido Palmiro Cangini di Zelig, ma in versione malvissuta, tragicomica, da palcoscenico di un teatro‑tenda. Hitler, al contrario, teneva comizi oceanici con la postura dell’ingegnere capo che illustra un progetto ai suoi adepti. È lì che si vede la distanza fra i due idealismi: uno grottesco e teatrale, l’altro tecnico, totalizzante, quasi liturgico.
Di riporto, la cosa più inquietante di quest’Italia unita suo malgrado non è la presenza di partiti autoritari o sovranisti – Fratelli d’Italia o la Lega – fenomeni europei con equivalenti ovunque, e per questo non meno preoccupanti nelle loro derive. È più che altro l’incapacità strutturale di fare i conti con il passato. Quando il presidente del Senato, seconda carica dello stato, onorevole Ignazio La Russa, a pochi giorni dal 25 aprile, prova a mettere sullo stesso piano i partigiani della Liberazione e i combattenti della Repubblica di Salò, non sta facendo storia revisionista: sta facendo psicoanalisi involontaria. Sta cioè mostrando una ferita che non si è mai cicatrizzata. Parafrasando un Nanni Moretti d’annata: rossi e neri tutti insieme, come se fossimo in un film di Alberto Sordi.
D’altra parte, il sistema politico italiano ha sempre premiato le polarizzazioni. La Prima Repubblica era un bipolarismo congelato: DC contro PCI, Occidente contro Est, con la Democrazia Cristiana eternamente al governo grazie alla paura del comunismo. La Seconda Repubblica ha replicato lo schema con attori diversi. L’italiano, forse, non si sente a suo agio al centro: o è molto di qua, o è molto di là. Chissà. Forse è un riflesso del paesaggio stesso ? Montagne impervie, vulcani minacciosi, isole isolate… Ma certamente molte delle colpe stanno nella sua storia irrisolta.
In merito a questo problema, la Spagna ha invece un vantaggio che non sembra un vantaggio: il franchismo è caduto solo nel 1975. Troppo vicino per dimenticarlo, troppo recente per ridurlo a dato storico neutro. Quella data è ancora nella memoria biologica di molti spagnoli vivi oggi: chi aveva vent’anni nel 1975 ne ha settanta adesso. Il franchismo non è un libro di storia, bensì un ricordo di famiglia. Questo crea un meccanismo di difesa culturale che i paesi con traumi più lontani non hanno. Così, quando l’estrema destra di Abascal, Vox, avanza – e avanza, in alcune regioni con numeri preoccupanti – c’è una parte dell’elettorato spagnolo che non vota contro Vox per convinzione liberal-democratica astratta: vota contro Vox perché ricorda cos’è successo l’ultima volta. La memoria come anticorpo. Non è la forma più nobile di democrazia, ma pare funzioni.
Il Don Chisciotte è d’altra parte, il libro spagnolo per eccellenza non perché gli spagnoli siano degli ingenui idealisti, ma perché meglio di altri comprendono la differenza che corre tra i mulini a vento e i giganti. Perché lo hanno imparato a caro prezzo sulla loro pelle.
Per finire questa fenomenologia: gli americani. Gli americani non sono europei con più spazio, come amava dire qualcuno. Sono qualcosa di diverso: sono europei che hanno deciso di dimenticare di esserlo. La psicologia americana è fondata su un mito fondativo che non ha equivalenti in Europa: il pioniere. L’uomo che parte, che apre, che costruisce dal nulla. Il self-made man. Il futuro come promessa sempre rinnovabile. C’e’ un riflesso importante nella storia di Israele, per lo meno in alcune sue componenti estremiste, che si richiama allo stesso identico principio del pioniere americano alla conquista del FarWest. Lo sta dimostrando in tutte le sue nefandezze il governo Netanyahu. In questo e non a caso, l’America di Trump che l’appoggia, si riconosce pienamente.
E intanto che la cara vecchia Europa porta il peso della storia come un vecchio cappotto – pesante, logoro, impossibile da togliersi – l’America ha cercato di sfilarselo e a procedere ora senza. In un certo senso, ci è riuscita. In un altro senso, il cappotto lo indossa ancora, solo che non lo chiama più storia: lo chiama, con un certo disprezzo, zavorra. Coerentemente, il pragmatismo americano – James, Dewey, Peirce – è la filosofia di un paese che non ha tempo per i sistemi filosofici. Non chiederti se la verità esiste in sé: chiediti solo se funziona. Una teoria è vera se produce risultati. Stop. È una filosofia da ingegneri, da costruttori, da gente che deve far funzionare le cose. Magnificamente efficace e, allo stesso tempo, quasi commovente nella sua cecità per tutto ciò che non si può misurare.
Trump d’altra parte non è un’anomalia americana: è lui stesso un’americanata all’ennesima potenza. Nel senso più letterale. È il self-made man diventato presidente, il businessman che entra in politica perché la politica è solo un altro settore da conquistare. In questo senso, il trumpismo non poteva che succedere in America. Ma l’inquietante non è solo Trump: è scoprire che il sistema si scopre debole, senza anticorpi e non all’altezza delle derive autoritarie. Per finire. C’era un vecchio sogno illuminista – e Kant ne era il profeta più sobrio – secondo cui la ragione avrebbe potuto, col tempo, sciogliere le catene della tradizione, del pregiudizio, del sangue e della terra. Che l’umanità sarebbe diventata, gradualmente, un po’ più universale e un po’ meno tribale. Non è andata così. O meglio: è andata così in parte, nei modi più inaspettati, e nel frattempo le identità collettive hanno trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuovi algoritmi attraverso cui riprodursi.
I partiti nazionalisti crescono ovunque in Europa, con una velocità e coerenza che fa riflettere, oltre che tremare. Ma non crescono perché la gente ad un tratto è diventata più stupida. Crescono perché l’identità è un rifugio reale, quando le istituzioni – la politica – smettono di rispondere. E se le risposte non arrivano, non c’ è quasi mai partita: vince chi urla più forte. La domanda finale non è se possiamo sfilarci dalla nostra storia e dalla nostra cultura. Certo che possiamo farlo, siamo esseri umani e, come tali, straordinariamente adattabili. E poi la storia è piena di conversioni, di migrazioni, di contaminazioni felici. Il punto è se lo vogliamo davvero. E la risposta, guardando l’Europa del 2026, è: non ancora. E non abbastanza.