Elogio dei Vastasi: dai portantini del Medioevo fino a Cetto La Qualunque

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Elogio dei Vastasi: dai portantini del Medioevo fino a Cetto La Qualunque

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venerdì 11 Febbraio 2022 - 09:43

C’è voluta una serie TV estera per portarmi sulle tracce di vastasu (pronunciato a secondo delle latitudini: vastaciu o anche bastasu), parola chiave della sicilianità che ogni isolano che si rispetti riconoscerebbe, anche sotto forma di anagramma.

La serie cui si fa riferimento è La cattedrale del Mare, tratta dall’omonimo romanzo di Ildefonso Falcones, ambientato nella Barcellona del XIV secolo dove si raccontano le terribili vicende del giovane Arnau, figlio di un onesto e decaduto borghese, al quale fanno da sfondo la confraternita di cui è membro, i bastaixos, gli scaricatori di porto, che si occupavano di “trasportare” sulle proprie spalle le enormi pietre necessarie all’innalzamento della Basilica di Santa Marìa del Mar.

In linea con il significato in lingua catalana, anche il termine cugino in siciliano, vastasu, tradisce il comune etimo greco (bastazo), dal momento che, nel suo significato originario, indica l’azione di qualcuno che con fatica e non senza difficoltà porta o trasporta qualcosa o qualcuno. Da lì si comincia a capire che il vastàsu dei tempi che furono non era ancora diventato la persona volgare, rozza, maleducata e scostumata cui invece ci si riferisce oggi comunemente.

Una parola che, con il significato corrente, qualche momento di gloria e di popolarità pan-italica sembra averla avuta grazie alle celebri performances di Cetto La Qualunque, che durante i suoi interminabili comizi soleva lanciare strali contro il suo nemico politico di sempre, quel De Santis, additato con il noto epiteto di “Vastasu e Caino!”. Siffattamente, direi.

Ma prima di rappresentare “l’impresentabile” per antonomasia, perché tale è oggi per il dialetto siciliano, vastasu era una parola con una precisa identità e di una certa classe… La ritroviamo ad esempio in un documento dei primi dell’800 che, nel descrivere in dettaglio le caratteristiche del fercolo da usare in processione per la statua della Madonna della Favara a Contessa Entellina, ci fa sapere che vastasu era colui che decideva per devozione di portare la cosiddetta vara sulle spalle durante le sacre processioni paesane.

Ulteriori approfondimenti filologici ci confermano che la parola vastasu, in uso in Sicilia fin dal tardo medioevo, indicava un’intera categoria sociale, quella dei facchini: più precisamente dei portantini che trasportavano i passeggeri su seggiole agghindate a mo’ di cabine o, se si vuole, a piccole carrozze, a uno o due posti, chiuse e coperte in alcuni casi da sontuosi baldacchini. Ovviamente baroccheggianti.

Le cosiddette “sedie volanti”, venivano chiamate, appannaggio nel corso dei lunghi secoli spagnoli, di: Viceré, pretori, presidenti della Regia Corte e, in generale, da tutti i Palermitani, aristocratici o in odore di aristocrazia.

Nel frattempo, una vera e propria confraternita, nella quale questi portantini si riconobbero, detta dei “Bastasi e Siggittieri“, venne fondata a Palermo nel 1649 e vide parecchi di loro stringersi attorno a due santi protettori: San Giuliano e Sant’Euno, martiri d’Alessandria d’Egitto, cui fu dedicata una chiesa edificata a partire dal 1651, eretta in stile barocco, sul lato sud del Giardino di Piazza Magione.

I siggitteri erano anche detti “vastasi di cinga” perché per il loro servizio usavano una cinghia di cuoio che, passando attorno alla nuca e agganciandosi alle stanghe della seggetta, li aiutava a reggere il peso del mezzo a cui si aggiungeva il peso del viaggiatore.

Interessante notare, peraltro, come in tempi in cui di certo non facevano difetto né i cavalli né i carretti, la portantina a spalla contasse fra i nobili e i cosiddetti “cappelli” un gran seguito di clientela. Principalmente, per ragioni di versatilità durante i percorsi cittadini, visto che le “siggette”, piccole e maneggevoli, riuscivano ad insinuarsi nei quartieri più bui e impenetrabili, potendo contare sull’elasticità dei movimenti dei siggitteri che riuscivano a piedi a schivare qualsiasi tipo di ostacolo che avrebbe potuto, invece, intralciare la marcia di un carretto.

Di solito i trasportatori erano due, uno davanti e uno dietro, ma nelle uscite più importanti le sedie volanti potevano essere circondate da uno stuolo di servitori in divisa che reggevano le torce e accompagnavano la portantina padronale a piedi. In questo caso specifico, se si vuole: una “vastasata” completa, in piena regola d’arte.

Mi viene, poi, difficile non immaginare la spocchia elitaria di quei facoltosi passeggeri impegnati a “sorvolare” la folla attraversando il Cassaro, i Quattro Canti, la Cattedrale, potendo contare su un esclusivo e prezioso mezzo di trasporto, spesso allestito su misura: uno status symbol a bordo del quale far crepare d’ invidia il resto dei palermitani.

Sia come sia, nella seconda metà dell’Ottocento, con l’avvento dei nuovi mezzi di trasporto, la portantina a spalla (fortunatamente) scomparì del tutto. E scomparirono pure i portatori. Ma non i “vastasi”, evidentemente, che da quel momento in poi avrebbero invaso senza pietà, in lungo e in largo, la Sicilia. E questa volta la pessima notizia è che non si sarebbero limitati all’originaria classe di appartenenza…

Ma quando avvenne questa transizione da devoti e sempliciotti uomini di fatica a perfetti iconici vastasi? Quando fu, cioè, che i vastasi si rivelarono per quello che avrebbero così magistralmente impersonato, ante litteram?

Certo è facile immaginare che non ci fu un punto di rottura netto, quanto piuttosto una serie di piccole fratture, di comportamenti reiterati, che avrebbero delineato nel tempo un brusco cambiamento semantico della parola vastasu.

Non è specioso a questo punto chiedersi: il cambiamento avvenne a loro insaputa, oppure diventare vastasi fu un vero e proprio atto politico? Difficile dirlo. Al netto della loro classe di appartenenza, cresciuta nei più brutti sobborghi e cortili palermitani, e famosa per essere attaccabrighe pronta per nulla alla rissa, si può ipotizzare una serie di ulteriori concause.

Un peggioramento dei dolori cervicali, diventati sempre più lancinanti, ad esempio. Una recrudescenza nelle condizioni di lavoro, non molto dissimili da quelle destinate alle bestie da soma. Oltre alla continua valanga di contumelie sotto cui, non si fa fatica ad immaginare, venivano seppelliti ad ogni ora da parte di quella classe sociale, schifiltosa e malignamente superba, cui non mancava occasione di dimostrare ai vastasi tutto il loro disprezzo.

Puede ser, señor. D’altra parte e, qui mi fermo, non c’è azione al mondo che non provochi una reazione, il più delle volte non solo uguale e contraria, ma ancora più violenta di quella originaria.

Ora, non posso non pensare a questi vastasi d’antan senza che mi venga in mente una di quelle storie divertenti che nostro Zio ci raccontava quando eravamo bambini e che, in un certo qual modo, proprio di vastasi parlava. Quella storia raccontava di una sorta di teatrino andato in scena durante la processione vivente ed itinerante del Giovedì Santo che trascinava folle di fedeli per le strade di tutta Marsala. La scena è fra quelle più spettacolari dell’intera processione: prima della crocifissione, Cristo, ridotto ormai ad una maschera di dolore, porta la pesante Croce di legno sulle spalle, aiutato dal Cireneo e trascinato dalla corda di un manigoldo.

Si tratta, inoltre, di una delle parti più cruente e pregnanti di tutta la rappresentazione, densa di pathos e di chiaro impatto emotivo. Da piccolo era questa la scena che ogni volta temevo di più. Intanto per l’atmosfera tesa creata dai cordai che ad un certo punto si facevano largo stirando delle possenti corde a protezione delle due ali di folla, poi per quel silenzio denso di emotività che si creava tutto intorno, per lo sgomento che provovocava la vista di quella maschera di cera con l’effigie pietosa di un Cristo ormai devastato dalle flagellazioni, per il rumore dei suoi sandali che sfregavano sul liscio selciato, e infine per quell’ansia allo stomaco che automaticamente saliva nell’attesa del climax definitivo: la caduta con la croce.

E proprio la caduta sembrò l’occasione per una incredibile rissa scoppiata in quel tiepido pomeriggio di un ormai lontano Giovedì di Pasqua di quarant’anni fa. Sembra che fra l’attore che interpretava il Cristo e la figura del delinquente che lo trascinava, non corressero ottimi rapporti. A ritroso, nel ricostruire i fatti, si vociferò che entrambi fossero degli habitué delle patrie galere: nientedichè, ladri di polli, o comunque bassa manovalanza criminale.

Sia come sia, al manigoldo non parve vero di poter ammaccare per bene quel povero Cristo. Già una o due volte aveva strattonato la corda in maniera violenta, fino a quando ad un certo punto quello non stramazzò malamente sul duro selciato, trascinandosi addosso la pesante croce di legno massiccio.

Frastornato e dolorante com’era, ricevette pure le frustate di scena, si dice, in maniera più violenta del dovuto. E fu a quel punto che, allora, strappatasi dal volto la maschera di cera proferì le seguenti parole: “Livatimillu di davanzi, chi lu sminchiu a lignate!” lasciando peraltro trapelare una pesante inflessione dialettale mazarese. E, continuando fuori di sé a santificare il prossimo, fu portato via di peso dai suoi discepoli, mentre prometteva una marziale vendetta, intervallando i suoi improperi con pesanti e triviali espressioni.

Di certo il nostro povero Cristo non potè evitare in quell’occasione dall’essere additato con l’identikit del “perfetto vastaso”: per le crude espressioni utlizzate, per le bestemmie che gli uscirono dalla bocca, per il contesto in cui le profferì. Ma, sostanzialmente, a nessuno dei presenti e tanto meno a mio zio, venne in mente di condannarlo.

Anch’io, onestamente, lo ricordo con una certa simpatia: perché in fondo … malvagi si nasce, mentre vastasi lo si diventa sulla propria pelle. E chi non lo è stato, vastaso, almeno una volta nella vita?

La corda Pazza

"Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la civile, la pazza." Così parlava Ciampa, lo scrivano del "Berretto a sonagli". La corda civile per stare con gli altri, per accomodare la quotidiana finzione del saper vivere; quella seria per offrire le proprie ragioni, esaminarle, difenderle. Ma quando tutto questo non basta più, quando si strappa il pirandelliano "cielo di carta" allora non resta altro che sferrare la corda pazza: "Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s'allarmi! Niente ci vuole a fare la pazza, creda a me! Gliel'insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza…” G. Savatteri

 L’autore:  Gianvito Pipitone
Da 20 anni export manager nel mondo del vino, scrive per passione dai tempi dell’Università. Ha autoprodotto un romanzo (Montagne della Meta, 2009), una raccolta di racconti “del Novecento” (Pecore al buio, 2017) e da novembre 2020 cura un blog (www.BarryLyndon75.it) inseguendo i suoi molteplici interessi: geopolitica, storia, letteratura, musica etc. Vive con la sua famiglia (due bellissimi pupetti: Flavio e Matilde) alle pendici dell’Etna, sospeso fra il Cielo, il Mare e la “Muntagna”.

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