Il sequestro del cosiddetto “tesoro” di Matteo Messina Denaro rappresenta un nuovo e significativo colpo inferto alla criminalità mafiosa e conferma l’efficacia della strategia investigativa che punta a seguire i flussi economici delle organizzazioni criminali. Ne è convinto il presidente del Libero Consorzio Comunale di Trapani, Salvatore Quinci, che interviene sull’operazione antimafia sottolineando come il risultato ottenuto da magistratura e forze dell’ordine sia il frutto di un metodo consolidato e di una visione investigativa che affonda le proprie radici nelle intuizioni del giudice Giovanni Falcone. Secondo Quinci, il sequestro recentemente eseguito non sarà probabilmente l’ultimo e testimonia la forza dello Stato e delle sue istituzioni nella lotta contro la mafia. “Magistratura e forze dell’ordine – evidenzia – non si limitano a svolgere il proprio lavoro con dedizione e responsabilità, ma dispongono di un sistema capace di colpire il potere mafioso nei suoi punti più vulnerabili, seguendo il denaro e aggredendo i patrimoni accumulati illegalmente”.
Per il presidente del Libero Consorzio, se gli interventi repressivi restano fondamentali per contrastare il controllo esercitato dalla criminalità organizzata sui territori, oggi risulta decisivo l’attacco ai patrimoni economici e finanziari costruiti attraverso attività illecite. Tuttavia, la battaglia non può limitarsi agli aspetti giudiziari e patrimoniali. Quinci richiama infatti l’attenzione sulla necessità di affrontare la mafia sul piano culturale. Dietro i grandi movimenti di denaro e le operazioni internazionali, spiega, si nasconde un problema più profondo: quello delle relazioni, delle complicità e degli interessi che legano i mafiosi a settori della società apparentemente insospettabili. “Non basta parlare di colletti bianchi – osserva – forse è arrivato il momento di definirli colletti sporchi”, evidenziando come le inchieste abbiano più volte fatto emergere diversi livelli di contiguità tra criminalità organizzata e professionisti, imprenditori e altri soggetti che contribuiscono a rafforzarne il potere.
La mafia, secondo Quinci, continua a radicarsi nella società trasformandosi in una vera e propria cultura mafiosa, capace di contaminare il tessuto civile e democratico. Per questo motivo ritiene necessario superare la semplice retorica dell’impegno collettivo e adottare strategie concrete e credibili, capaci di produrre risultati tangibili. Tra le priorità indicate vi sono una gestione sempre più efficace dei beni sequestrati e confiscati, il rafforzamento delle politiche educative antimafia e un maggiore coinvolgimento delle scuole. “La controcultura mafiosa – sostiene – si costruisce tra i banchi”, dove i giovani possono essere educati al rispetto delle regole, della legalità e della responsabilità civile. Accanto alle azioni pratiche, Quinci evidenzia anche l’importanza dei simboli e delle iniziative pubbliche che contribuiscono a costruire memoria e identità collettiva. In questo senso richiama la quarta edizione di “A Nome Loro – musiche e voci per le vittime di mafia”, manifestazione che si è svolta ieri a Castelvetrano, città che per il presidente può diventare un luogo emblematico di cambiamento e riscatto. “La sfida culturale si vince anche così – conclude Quinci – attraverso eventi capaci di aggregare, condividere valori e rafforzare una coscienza civile che non lasci spazio a zone grigie, scorciatoie o ambiguità”. Una battaglia che passa dalla repressione dei patrimoni illeciti, ma che trova il suo terreno più importante nella costruzione di una società libera da ogni forma di condizionamento mafioso.