Mafia, il pizzo cambia volto in Sicilia: “Tra i grandi imprenditori c’è anche chi non denuncia per convenienza”

Valentina Di Salvo

Mafia, il pizzo cambia volto in Sicilia: “Tra i grandi imprenditori c’è anche chi non denuncia per convenienza”

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Valentina Di Salvo |
domenica 25 ottobre 2026 - 4:54
Mafia, il pizzo cambia volto in Sicilia: “Tra i grandi imprenditori c’è anche chi non denuncia per convenienza”

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25 Ottobre 2026, 05:54

“Tra chi non denuncia oggi potrebbe esserci il fattore paura, ma nei grossi imprenditori c’è la componente convenienza“. Benedetto Gianlombardo, imprenditore che nel 2011 denunciò i propri estorsori, ed ex presidente dell’associazione antiracket Fonte di Libertà, descrive così le trasformazioni che osserva in una parte della provincia di Messina.

Una lettura legata all’esperienza sul territorio: dietro la mancata denuncia possono esserci paura, sfiducia, isolamento, ma anche interessi condivisi e capitali mafiosi che entrano nell’economia legale. Una visione che non può essere estesa all’intera Sicilia, che appare frammentata sul piano sociale e culturale.

Cosa non ci raccontano i dati?

In Sicilia, la relazione annuale sull’attività 2025 del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura registra una diminuzione delle domande di accesso al Fondo per le vittime di estorsione e un aumento di quelle per le vittime di usura.

Le prime passano dalle 46 del 2024 alle 27 del 2025, con una riduzione del 41,3%; le seconde da 9 a 13, quattro in più, pari a un incremento del 44,4%. Sono richieste di sostegno economico: elargizioni per le vittime di estorsione e mutui per quelle di usura. Non rappresentano il numero delle denunce, né consentono, da sole, di misurare quanto siano diffusi i due fenomeni. Nel 2025, le elargizioni deliberate in favore delle vittime di estorsione in Sicilia ammontano a 3.897.908,97 euro, secondo importo regionale dopo la Campania e prima della Calabria. Per presentare domanda ai fondi, tuttavia, è necessario rispettare criteri precisi.

Esiste infatti un precedente sul diniego dell’elargizione da parte del Tribunale di Caltanissetta, nel procedimento RG 1694/2023, con sentenza depositata il 23 giugno 2025. La vicenda riguardava un sequestro di persona a scopo di estorsione avvenuto a Colonia, ai danni di un imprenditore, ma pianificato in Italia da esponenti della criminalità organizzata italiana. Pagato il riscatto, è stata poi avviata la procedura legare, ma la domanda non è stata accolta a causa della mancata denuncia e, soprattutto, dell’assenza di collaborazione con l’autorità giudiziaria: questo fattore determinante per ottenere il beneficio.

I dati sull’accesso agli strumenti di sostegno, però, non consegnano una misura integrale sulle dinamiche che restano sommerse e non bastano a dimostrare una riduzione della pressione criminale.

Dal pizzo ai capitali nelle imprese

In passato, fino a quindici anni fa, la bottiglia di benzina davanti al negozio, la colla nelle serrature, le uova o gli spari contro la saracinesca erano segnali che spingevano l’imprenditore a rivolgersi a qualcuno ritenuto vicino alla criminalità organizzata. La richiesta di denaro arrivava poi attraverso quel contatto.

A Terme Vigliatore, Furnari, Mazzarrà Sant’Andrea e Falcone, nel messinese, secondo l’esperienza di Benedetto Gianlombardo, l’estorsione alle piccole attività commerciali e imprenditoriali si sarebbe fortemente ridotta. Una valutazione che distingue dalla situazione di Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto dove, riferisce, persisterebbero ancora richieste ai pubblici esercizi, seppur inferiori al passato, pur a fronte di poche denunce.

Per le imprese più grandi, prosegue, il condizionamento assumerebbe anche altre forme: forniture da acquistare presso determinati soggetti, assunzioni imposte, regole non scritte per continuare a lavorare. Un sistema che riguarderebbe il settore degli appalti e delle forniture pubbliche “dai lavori edili alle infrastrutture, fino alle forniture per gli ospedali e la pubblica amministrazione“.

“La modalità per continuare a lavorare e guadagnare”

A esporsi non sarebbe necessariamente un componente riconoscibile dell’organizzazione mafiosa. “Può essere un imprenditore, può essere un funzionario” racconta Gianlombardo, descrivendo intermediari capaci di far comprendere quali comportamenti siano richiesti. Alcuni imprenditori aderirebbero perché “capiscono che quella è la modalità per continuare a lavorare e guadagnare”.

Gianlombardo ricorda, a questo proposito, un intervento di Tano Grasso a un convegno pubblico: il senso, riferisce, era che la convenienza reciproca può consentire al sistema di proseguire senza bisogno di minacce esplicite.

Un altro passaggio riguarda l’ingresso dei proventi criminali nelle attività economiche. Gianlombardo descrive imprese che accettano denaro da riciclare, ottenendo risorse con cui crescere e competere sul mercato. Nell’esempio che propone, all’organizzazione basterebbe recuperare una parte del capitale iniziale sotto forma di denaro ripulito, lasciando all’imprenditore un vantaggio economico. Una convenienza che altererebbe la concorrenza e creerebbe interessi condivisi. In questa prospettiva, l’assenza di una richiesta di pizzo non dimostra necessariamente l’estraneità di un’impresa agli interessi mafiosi: il rapporto può essersi spostato dall’imposizione alla partecipazione.

Il costo personale della denuncia

Tra gli aspetti che i numeri non restituiscono c’è il trattamento riservato a chi denuncia. Gianlombardo richiama esperienze di isolamento commerciale in territori come Gela e Caltanissetta. Nel contesto messinese che conosce, invece, racconta di cittadini che continuano a frequentare negozi e locali di chi si oppone al racket, talvolta “pure con più piacere”. Diversa può essere la condizione dei grandi imprenditori che lavorano con gli appalti: la denuncia rischia di irrigidire i rapporti con ambienti politici, imprenditoriali e burocratici, compromettendo le opportunità di lavoro, specifica. È su questo terreno che paura e convenienza possono intrecciarsi, rendendo insufficiente una spiegazione unica delle mancate denunce.

La sua denuncia risale al 2011 e si intreccia con l’inchiesta Mustra sul racket delle estorsioni a Terme Vigliatore. Gianlombardo racconta di aver collaborato con i carabinieri, che seguirono la consegna del denaro e arrestarono Salvatore Campisi nei pressi del suo bar. Campisi iniziò poi a collaborare con la giustizia.

“Ho denunciato per istinto perché mi sembrava una cosa giusta”, ricorda. Allora non conosceva gli strumenti di sostegno previsti per le vittime e guardava con diffidenza all’antimafia organizzata. L’avvicinamento alle associazioni arrivò dopo. Nella sua esperienza, la risposta delle istituzioni fu concreta, ma non cancellò il peso personale dell’esposizione: la paura per i familiari, la tutela durata anni, la difficoltà di testimoniare davanti agli imputati. “Un conto è dire dal divano ‘li dovete condannare tutti a vent’anni‘, un conto è che i vent’anni li fai dare tu”.

Il valore delle associazioni

Benedetto Gianlombardo è stato presidente di Fonte di Libertà dal 2016 al 2024. Al vertice oggi c’è Salvatore Barresi, che denunciò i propri estorsori nel 2011; vicepresidente è Vito Giambò, imprenditore del florovivaismo che denunciò nel 2013. Nata a Terme Vigliatore nel 2012, l’associazione sostiene le vittime di racket e usura attraverso una rete di avvocati, commercialisti e altri imprenditori che hanno già denunciato.

Un rapporto costante con Prefettura e forze dell’ordine. Accompagnano infatti l’imprenditore prima e dopo la denuncia, aiutandolo ad accedere agli strumenti di sostegno, senza lasciarlo solo in Tribunale. Secondo l’esperienza dell’Associazione, la loro vicinanza può esercitare anche una funzione deterrente nei confronti degli estorsori.

Fonte di Libertà si è costituita parte civile nei processi scaturiti dalle inchieste Mustra, Gotha 4, Gotha 5, Gotha 7 e Vecchia Maniera, oltre che nel troncone ordinario del processo relativo all’operazione antimafia del 22 febbraio 2022. L’assistenza alle vittime comprende anche l’accompagnamento nella presentazione delle domande di accesso al Fondo di solidarietà. Sono 66 le vittime accompagnate nelle fasi successive alla denuncia, tra cui dalla fase precedente: 63 vittime di estorsione e 3 di usura. Negli ultimi anni, nel 2023 sono state assistete tre vittime, mentre una nel 2025.

Quanto all’attività recente, Gianlombardo segnala la denuncia di un imprenditore da poco presentata, sulla quale preferisce ancora non esporsi.

Il sostegno che serve nel tempo

Dopo la denuncia, Gianlombardo ha ricevuto la tutela dello Stato, con “pattuglie dei carabinieri che passavano davanti a casa giorno e notte“. Ansie e preoccupazioni, però, possono proseguire e ripercuotersi sulla vita familiare e sulla gestione dell’impresa, soprattutto quando il titolare si occupa personalmente di ogni attività.

Attraverso un progetto finanziato dal PON Legalità, l’Associazione ha potuto seguire anche persone che avevano denunciato quindici anni prima, ma che continuavano ad avere difficoltà nell’azienda o in famiglia. Il percorso metteva a disposizione uno psicologo, insieme a un avvocato e a un commercialista, per intervenire su bisogni che rimanevano persistenti e che non vengono colmati dal riconoscimento economico del danno biologico.

Da quell’esperienza nasce la riflessione di rendere stabile il sostegno psicologico per chi denuncia la mafia.

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  • Messina

Fonte: QdS.it