«Già oggi è evidente come la manipolazione dell’informazione, anche attraverso la diffusione di notizie false avvalendosi delle potenzialità offerte dalla rete, sia in grado di condizionare le opinioni pubbliche, di indirizzarne gli orientamenti e le scelte. Non soltanto a livello commerciale, fenomeno quest’ultimo ampiamente presente nell’esperienza quotidiana». Lo ha detto lunedì il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo alla cerimonia di apertura della quinta edizione del «Festival delle Regioni e Province autonome 2026», a Firenze.
Una considerazione che descrive bene il disagio che gli operatori del settore vivono da tempo. Non è facile fare il giornalista al tempo dei social, perché è cambiato sensibilmente il rapporto con la notizia, con le fonti e con le regole.
Da un lato c’è la deontologia professionale, che gli operatori dell’informazione dovrebbero conoscere bene e che impone di pubblicare i fatti solo dopo un accurato accertamento. Dall’altro c’è la velocità del web, che, soprattutto attraverso i social, fa sì che le notizie di cronaca vengano pubblicate prima dagli utenti di Facebook, Instagram o TikTok che dai giornalisti.
Di conseguenza, la prima narrazione, quella che incide maggiormente sulla formazione dell’opinione pubblica, è spesso quella dei non professionisti, che, non conoscendo le regole del gioco, si sentono in diritto di pubblicare ogni informazione con cui sono entrati in contatto, nel nome di una presunta verità da opporre preventivamente alle successive ricostruzioni della stampa.
Tutto ciò porta spesso gli operatori dell’informazione davanti a un bivio: fidarsi o adottare un atteggiamento cauto? Seguire la deontologia o il trend dei social?
In teoria, il dubbio non dovrebbe nemmeno porsi. Ogni professione ha le sue regole e il loro rispetto non dovrebbe essere un optional. Ma il giornalismo online vive di visualizzazioni, commenti e condivisioni. Chi attende troppo per verificare una notizia corre il rischio di arrivare per ultimo e di incidere marginalmente sulla ricostruzione dei fatti.
È quello che, ad esempio, è accaduto in queste settimane, scandite da una successione di episodi criminosi, veri o presunti, che hanno interessato il territorio marsalese. Se il giornalista prende per buona la prima ricostruzione che legge sui social, rischia di sposare un racconto che potrebbe rivelarsi parziale, falso o persino fuorviante. Magari il suo articolo fa ottimi numeri, ma può anche generare un allarme eccessivo o intralciare le indagini delle forze dell’ordine, senza contare la possibilità che la fonte si riveli del tutto inattendibile.
Se, invece, il giornalista sceglie di pubblicare solo quando ritiene di aver verificato le informazioni, si ritrova a leggere sui social i commenti irritati di chi scrive che la stampa tace perché «preferisce coprire i criminali», «per paura» o perché «ha smarrito la sua principale missione per confluire nell’élite che gestisce il potere».
In un caso e nell’altro, si rischia dunque di perdere quel rapporto di fiducia con i lettori che si costruisce gradualmente nel tempo e che è quanto mai importante per preservare i principi fondamentali del patto sociale su cui si reggono le nostre comunità, proteggendole da pericolose derive illiberali.
Tutto ciò accade in un periodo in cui le norme approvate dal Parlamento hanno alimentato una crescente cautela da parte delle forze dell’ordine e della magistratura nei rapporti con i giornalisti. Questi ultimi, di conseguenza, faticano a ottenere notizie attendibili che consentirebbero di sbrogliare la complessa matassa delle informazioni, nella quale è sempre più difficile distinguere la verità dalle fake news, le emergenze reali dagli allarmi infondati.
Il risultato complessivo è un corto circuito che sta producendo una crescente sfiducia nella categoria, mettendo sempre più in crisi la preziosa funzione di mediazione che l’informazione dovrebbe svolgere nel rapporto tra cittadini e istituzioni.
La politica e le altre istituzioni avvertono il problema solo quando si sentono toccate direttamente nella loro credibilità. Ma lo scenario è molto più complesso rispetto a qualche anno fa, anche per l’irruzione sulla scena di un nuovo attore, l’intelligenza artificiale, che nel giro di qualche anno potrebbe rendere superflua la funzione dei giornalisti, confezionando ricostruzioni funzionali a interessi superiori.
Ai rappresentanti della categoria, così come a quelli delle altre istituzioni, lanciamo dunque un accorato appello per un confronto laico e lucido, nella convinzione che l’informazione fai-da-te, come la giustizia privata, rischi di alimentare scenari distopici e forme di Stato post-democratiche, sempre più fondate sul governo della paura e, di conseguenza, sulla propaganda, sul controllo sociale e sulla limitazione delle libertà individuali e collettive.