La trappola dell’ideologia è una delle più difficili da smascherare. Non perché siamo stupidi, ma perché la mente ragiona per storie e sfugge – riluttante – al concetto – ostico e controverso – di verità. Non a caso, le storie che difendiamo con più ostinazione sono quasi sempre quelle che ci raccontiamo su noi stessi. Psicologia, sociologia, filosofia lo hanno studiato a lungo, ciascuna con i propri strumenti, arrivando quasi sempre alla stessa conclusione: cambiare mentalità, anche dopo aver capito come la mente inganna sé stessa, non solo è raro: è pressoché impossibile.
Non so dove ho letto che la maggior parte degli esseri umani non tollera le verità scomode. E, non a caso, preferisce rifugiarsi nella comfort zone: ossia in un mondo spesso fatto di illusioni, che ci proteggono, ci separano dal dolore, e ci portano alla giusta distanza – quella tollerabile dalla cruda realtà. Lontani da quello che non vogliamo vedere. È, in fondo, un meccanismo di difesa di chi non vuole mischiarsi al flusso dell’incertezza, e che, pur di sopravvivere in un dato contesto o ambiente, continua a raccontarsela in un certo modo, indipendentemente da quello che succede lì fuori.
Perché? Innanzitutto perché la complessità del reale fa paura. Specie se magari si è tentato di affrontarla una volta e se ne è usciti con le ossa rotte. E così l’istinto – antidiluviano, perché ragiona con il peso di milioni di anni di esperienza – ha buon gioco. Stessa cerchia di amici, magari un po’ pesanti o pallosi, ma almeno si ride. Stessa meta di vacanza, perché studiare ogni volta percorsi nuovi è faticoso e richiede tempo e risorse. Stessa pizzeria, perché almeno lì non si mangia da cani. E così via.
C’è dunque qualcosa che la mente fa per proteggerci ogni giorno. Quasi involontariamente. Ci difende dall’ignoto, dall’inedito, da ciò di cui non abbiamo esperienza. O di cui non vogliamo averne. E così facendo, ci porta a ripercorrere gli stessi itinerari mentali, perché almeno in quei percorsi già conosciuti è sicuro che non incontreremo nessun lupo cattivo. Parlo di una paura antica e inspiegabile, la stessa che è alla base di un film horror: l’orrore del buio, dell’incerto, dell’indefinito, dell’horror vacui, di ciò che non si vede e di quello che non si conosce.
Rassicurare. È questo il verbo giusto della comfort zone. Rassicurare la mente, i pensieri, farli camminare su sentieri profumati, pieni di fiori e di rigogliose colline digradanti verso il mare blu. La meditazione d’altra parte funziona proprio così. Si prende aria e la si espelle, si scaccia il pensiero insano, si neutralizza l’ansia che rimane minacciosa in agguato dietro ogni angolo, pronta a trascinarti in una spirale senza fine. È più o meno quello che – coscientemente o meno – facciamo tutti per andare avanti.
Bisogna, però nutrire i propri pensieri. Tenerli al sicuro. Farli prosperare insieme a noi. E quindi bisogna raccontare a se stessi e agli altri quello che succede attorno a noi. Ma cosa succede se poi il mondo che ci raccontiamo non coincide più con la realtà? Se i racconti che nutrivano la nostra anima, finiscono per sostituirsi alla concretezza di ciò che accade?
La narrazione è qualcosa con cui la mia generazione ha avuto una familiarità importante. Negli anni Ottanta alle medie – non so adesso – non c’era programma scolastico che non prevedesse almeno un’ora di “narrativa” a settimana. In quell’ora abbiamo letto in classe: Tom Sawyer e Huckleberry Finn di Mark Twain, Cuore di De Amicis, Robinson Crusoe di Defoe e perfino Le tigri di Mompracem di Salgari. Con quelle storie ci siamo nati e cresciuti. Abbiamo giocato con la fantasia a puntate, aspettando il giorno dopo una storia che non era finita. Vivevamo con essa: era parte di noi, ci apparteneva. Era l’esatta metà di ciò che eravamo nella realtà, una specie di nostro alter ego.
Cosa erano, poi, i cartoni animati giapponesi di quegli anni, se non il prolungamento della nostra esistenza? Il completamento della nostra personalità. Il mezzo attraverso cui imparavamo a capire chi eravamo, che ruolo avevano gli altri e cosa volevamo tutti dal mondo: Lady Oscar, Georgie, Annette, Holly e Benji, Pollon, Lupin III e cento altri ancora. Abbiamo vissuto dentro quelle storie, dividendo spesso i sogni dei protagonisti, le loro paure, i loro desideri. Abbiamo vinto e perso con loro. E abbiamo anche imparato tanto.
La narrativa ci ha fatto capire, a poco a poco, chi eravamo e cosa ci sarebbe piaciuto diventare. Una cosa però non poteva insegnarci: la realtà così com’è, dura o morbida che sia. Il confine tra il desiderio, il sogno e il reale. Perché la narrativa vive sospesa nell’irrealtà, in un mondo parallelo che solo occasionalmente sfiora quello reale. Ecco forse perché quando ricordiamo la gioventù tendiamo a colorarla con i nostri sogni, con tutto ciò che faceva parte del bagaglio dei nostri desideri.
Insomma, il racconto in ogni tempo, che vive nei cartoni, nei romanzi, nei manga, nei fumetti, nelle storie, altro non è che una ideologizzazione ad hoc dei concetti. Perché l’ideologia, si nutre della narrativa, mescolando fatti veri a cose completamente inventate.
Su questo stesso terreno prosperano i terrapiattisti, i complottisti, i seguaci dei rettiliani, i no‑vax e, in fondo, i fanatici di ogni religione e latitudine: tutti nutriti dalla stessa fame di certezze semplici, di narrazioni totali che cancellano la fatica del dubbio. Ed è lì, nella narrazione, che le grandi lobby politiche populiste trovano terreno fertile: investono in queste fragilità, alimentano sacche di ignoranza “per sentito dire” e finiscono per monopolizzare il pensiero critico, sostituendolo con narrazioni semplici, rassicuranti e spesso tossiche.
A cosa bisogna votarsi, allora? A spanne, direi sempre alla realtà improntata alla scienza. Per non sbagliare. Alle cose misurabili e verificabili. È questo ciò che ci ha insegnato il filosofo Popper, all’indomani della teoria della relatività di Einstein, che aveva messo in discussione le fondamenta del pensiero scientifico. Popper ha detto una cosa incontrovertibile: se una teoria è falsificabile allora è scienza; ciò che invece non si può falsificare rimane allo stato di racconto, o di dogma. Dio, la metafisica, i mostri alieni, l’inferno, il diavolo, tutti concetti non falsificabili, perché nessuno ne sa parlare con cognizione. Per questo, la scienza ha bisogno di procedere per continue revisioni e aggiustamenti. Altro che ideologie.
Dall’altro lato c’è Kuhn, grande storico della scienza, che complica le cose, e fa bene a farlo. Secondo lui, la ricerca scientifica non è il regno neutro della verità oggettiva che immaginiamo: funziona per paradigmi. Il paradigma non è altro che un insieme di presupposti, metodi e concetti che una comunità scientifica dà per scontati, e dentro cui i dati acquisiscono senso. E la cosa più importante: il paradigma è valido solo in un preciso momento storico. La fisica di Newton era un paradigma; poi arrivò Einstein e ne raccontò uno nuovo. Fra cento anni arriverà qualcun altro che ne racconterà un altro ancora. E questo vale non solo per la fisica, ma a maggior ragione per la filosofia, la politica, i valori, la morale.
Popper e Kuhn non vanno d’accordo su quasi nulla. Eppure, letti insieme, dicono la stessa cosa essenziale: la conoscenza non è un edificio immutabile e definitivo, è un cantiere permanente. Popper esige che ogni teoria si esponga alla smentita e questo già la distingue radicalmente dall’ideologia, che non ammette smentite per principio. Kuhn aggiunge che persino la scienza più rigorosa è disposta a farsi correggere. Non certo a farsi abbindolare dall’ideologia.
La differenza, alla fine, è tutta qui. La narrazione alimenta un sistema chiuso che vive di sé e delle proprie storie – le cose che ci raccontiamo perché ci fanno stare in pace con il mondo e con noi stessi. Il paradigma scientifico è invece un sistema aperto: funziona fino a un certo punto, fino a quando viene falsificato e sostituito da qualcosa di meglio. Dal paradigma di Newton a quello di Einstein sono passati tre secoli. Le ideologie, figlie della narrazione – fascismo, nazismo, comunismo e così via – spesso vivono lo spazio di una stagione; e quasi sempre muoiono delle proprie contraddizioni.
Ecco perché, nella vita pratica, bisognerebbe evitare di cadere a capofitto nelle trappole che ci tendono le storie. In televisione, sui social, in piazza a un comizio. Le storie sono costruite per stare in piedi anche senza basi scientifiche: sono sorrette dalla sola verità di chi le racconta e le fa vivere. Ci piacciono certo. Ci portano lontano, ci fanno sognare. Ci lasciamo coccolare, abbindolare e vincere dalle storie. Le condividiamo, le scambiamo con altri, che le fanno proprie. E che a loro volta le spacciano per realtà.
La filosofia, in questo mondo distratto e veloce che tutto fagocita e nulla tiene per sé, serve esattamente a questo: smascherare la narrativa fuorviante, le storie false e tendenziose, e indicare con spirito critico la direzione di ciò che è più vicino alla verità. Aletheia, la chiamavano i greci antichi. Non una certezza inscalfibile, ma una bussola.