Riemerge, dopo oltre 50 anni, lo splendido pavimento musivo con scena di caccia, messo in luce da Carmela Angela Di Stefano nel 1972 nell’area di Capo Boeo, tra la chiesa di San Giovanni Battista al Boeo e viale Isonzo, nell’ambito di una serie di saggi condotti dalla Soprintendenza archeologica della Sicilia occidentale per il primo progetto di Parco archeologico. Si tratta di un pregevole esempio di mosaico romano imperiale, realizzato con tessere minutissime (opus tessellatum) che rendono la volumetria dei corpi e la prospettiva, grazie alla straordinaria gamma di colori (nero, blu, azzurro, rosso, giallo ocra e marrone), utilizzati in varie gradazioni e con sapienti effetti di chiaroscuro.La scena di caccia è incorniciata da due eleganti cornici, quella esterna a meandro intrecciato alternato a riquadri con fiore cruciforme al centro, quella interna con treccia a quattro capi, resa a vivaci tonalità di azzurro e rosso, intercalate a tessere bianche.
La ‘venatio’ è raffigurata su due livelli: nel registro superiore una figura maschile, vestita di corta tunica e con alti calzari ai piedi, preceduta da un cane in corsa, sta cacciando un cervo, del quale si scorgono soltanto gli arti a causa dell’ampia lacuna sul lato sinistro; nel registro inferiore campeggia, invece, un cacciatore a cavallo, che punta la lancia contro un leone, accasciato a terra e grondante di sangue a causa del colpo infertogli da una lunga lancia. Manca purtroppo il lato destro della scena – non scavato nel 1972 – sul quale si sovrappongono due livelli pavimentali e che sarà rimesso in luce, con rigoroso metodo stratigrafico, in una prossima campagna di scavi, sia per recuperare l’intero pavimento musivo, sia per comprendere le fasi di vita e di abbandono della casa.
Questa prima campagna, fortemente voluta dalla direttrice, Anna Occhipinti, si sta realizzando, con poche risorse ma molto impegno, ‘in house’ con la collaborazione della Cooperativa ArcheOfficina e l’apporto scientifico dell’archeologa del Parco, Maria Grazia Griffo, e rientra in un più ampio progetto che, in collaborazione con la EEA – CISC di Granada, sta indagando le fasi di vita meno note della Lilibeo tardo romana e bizantina e il cruciale passaggio alla fase islamica ed altomedievale, segnata dal cambio del toponimo in Marsā ‘Alì. “Intendiamo valorizzare questo pregevole esempio di arte musiva inserendolo all’interno dei percorsi di visita per restituire alla città una preziosa testimonianza della sua storia – afferma la direttrice del Parco Anna Occhipinti – preservatasi proprio al limite tra la recinzione dell’area tutelata e il centro urbano”.“Riemerge un altro importante tassello del patrimonio – dice l’assessore regionale Francesco Scarpinato – nel Parco di Lilibeo, un parco ‘urbano’ che rappresenta un unicum nell’ambito del sistema dei parchi archeologici siciliani per la sua posizione geografica privilegiata, sul mare delle Egadi, e la stretta connessione con la città moderna nell’area di capo Boeo e i siti archeologici disseminati al suo interno“.