Massimo Russo: “Il 23 maggio appartiene alla coscienza civile del nostro Paese”

redazione

Massimo Russo: “Il 23 maggio appartiene alla coscienza civile del nostro Paese”

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domenica 24 Maggio 2026 - 07:59

Riceviamo e pubblichiamo il testo dell’intervento del magistrato Massimo Russo in occasione del Festival 38° Parallelo

Oggi è il 23 maggio. Una data che sta nel cuore di ogni italiano.

Una di quelle date che non appartengono soltanto alla storia giudiziaria, ma alla coscienza civile del nostro Paese.

E per me questa giornata ha un significato ancora più particolare.

Perché io la mia esperienza nella lotta alla mafia l’ho iniziata qui, a Marsala, accanto a Paolo Borsellino.

Qui ho imparato a capire cosa fosse la mafia, quando essa non era ancora diventata il grande racconto nazionale che sarebbe stato dopo le stragi.

Qui ho capito che Cosa Nostra non era soltanto un’organizzazione criminale.

Era un sistema di potere.

Un sistema fatto certamente di violenza, di intimidazione, di sangue.

Ma anche e soprattutto di relazioni. Di silenzi. Di complicità. Di linguaggi.

Ed è forse per questo che oggi parlare di parola e memoria ha un significato così profondo.

Perché le parole, per i giornalisti come per i magistrati, non sono semplicemente strumenti del mestiere. Sono materia viva.

Noi — giornalisti e magistrati — siamo artigiani delle parole.

Parole scritte. Parole pronunciate. Parole cercate. Parole pesate.

I giornalisti raccontano. I magistrati provano. I giornalisti illuminano i fatti davanti all’opinione pubblica. I magistrati cercano di trasformare i fatti in verità processuale.

Ma entrambi lavorano, in fondo, con lo stesso obbiettivo: la ricerca della verità.

E in questa ricerca le parole possono avere un peso enorme. Possono liberare.

Oppure possono nascondere. Possono costruire coscienza civile. Oppure anestetizzarla.

Per anni la mafia è vissuta anche dentro l’ambiguità del linguaggio.“Uomini d’onore”. “Fatti di mafia”. Parole che descrivevano ma insieme attenuavano.

Parole che finivano quasi per normalizzare.

I quattro autori di oggi con i loro scritti hanno rotto quel linguaggio restituendoci la drammaticità della realtà mafiosa.

Attilio Bolzoni ha raccontato la violenza mafiosa come una ferita nazionale, quasi una guerra contro la democrazia.

Francesco La Licata ci ha restituito la solitudine concreta degli uomini dello Stato.

Bianca Stancanelli ha saputo illuminare le zone grigie: le relazioni sociali, le ambiguità, le connessioni, la rispettabilità del potere mafioso.

Leonardo Sciascia ci ha obbligati a riflettere sul rapporto tra morale pubblica, potere e antimafia.

Rileggendo oggi quei pezzi si comprende una cosa fondamentale. Non erano semplici articoli. Erano strumenti di conoscenza collettiva. Erano memoria costruita mentre i fatti accadevano.

L’articolo di Bianca Stancanelli sui funerali di un boss mafioso di Bagheria è impressionante proprio per questo.

Perché non raccontano soltanto un funerale. Raccontano un sistema di potere. La politica che sfila. I notabili presenti. Gli imprenditori. Le convenienze. I silenzi.

E improvvisamente si comprende che la mafia non è soltanto criminalità armata.

È consenso sociale. È relazione. È riconoscimento pubblico.

E raccontare tutto questo, a quell’epoca, significava già rompere un equilibrio di potere.

Perché la mafia teme certamente la repressione giudiziaria. Ma teme anche chi racconta, chi rompe il linguaggio dell’omertà, chi porta alla luce ciò che deve rimanere oscuro, nascosto. Ed è per questo che il vero giornalismo è fondamentale per la democrazia, perché essa vive di trasparenza.

Vive della possibilità di rendere comprensibile ciò che il potere — mafioso, politico, economico — tende naturalmente a tenere opaco.

E io credo che dobbiamo essere profondamente grati a quei giornalisti che hanno pagato con la vita la loro libertà. Perché in quegli anni cercare la verità significava spesso scegliere la solitudine. Ed è impossibile, oggi, non pensare a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Noi oggi li ricordiamo come simboli nazionali ma essi furono anche uomini profondamente soli. Le pagine di Francesco La Licata sull’Asinara raccontano di Falcone e Borsellino costretti a vivere quasi da reclusi insieme alle loro famiglie. Protetti e insieme isolati.

E qui bisogna avere il coraggio della verità storica. Giovanni Falcone non venne colpito soltanto dal tritolo di Capaci. Per anni fu colpito dal sospetto. Dall’invidia.

Dalla delegittimazione. E questo ci insegna una cosa che dovremmo ricordare ancora oggi: le parole possono salvare una democrazia. Ma possono anche determinare le solitudini dei suoi uomini migliori. Naturalmente quella stagione fu anche attraversata da polemiche alte e complesse. Penso inevitabilmente a Leonardo Sciascia e ai “professionisti dell’antimafia”. Sciascia poneva una domanda seria, molto seria : come evitare che l’antimafia diventasse retorica, conformismo, rendita, potere a sua volta. Era una domanda democratica. Ma la storia ci obbliga anche a guardare anche l’altra faccia di quella stagione. Perché mentre il Paese discuteva strumentalmente dei “professionisti dell’antimafia”, uomini come Falcone e Borsellino e tanti altri vivevano una condizione di crescente isolamento.

C’è però un altro aspetto fondamentale di quella stagione che spesso dimentichiamo.

Le parole più devastanti contro Cosa Nostra non furono soltanto quelle dei magistrati o dei giornalisti. Furono anche le parole dei collaboratori di giustizia.

Quelle parole furono bombe che fecero esplodere il muro dell’omertà. Per la prima volta la mafia veniva raccontata dall’interno: i codici, le gerarchie, i riti, le alleanze, i tradimenti. E il maxiprocesso fu qualcosa di enorme non soltanto sul piano giudiziario. Fu un gigantesco fatto pedagogico nazionale: svelò quale mostro il paese portava in seno. Perché la mafia perde una parte del proprio potere nel momento in cui perde il segreto, nel momento in cui viene raccontata. Oggi viviamo in un tempo completamente diverso. Un tempo in cui tutti parlano, comunicano sui social. C’è rumore. Velocità. Aggressività. Reazione immediata. Ma la democrazia ha bisogno di altro, ha bisogno di profondità, di verifica, di senso critico, di responsabilità. Ha bisogno di giornalisti liberi. Di magistrati indipendenti. Di cittadini che non rinunciano al dubbio e al senso del dovere. E ha bisogno di coltivare la memoria, perché una società senza memoria diventa manipolabile e finisce inevitabilmente per subire potere, anche quello criminale. Perché dimenticare significa, anche inconsapevolmente, diventare complici.

Massimo RussoMagistrato

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