Scomparire non è la fine di una presenza, l’Antigruppo siciliano nel libro di Simona Squadrito

redazione

Scomparire non è la fine di una presenza, l’Antigruppo siciliano nel libro di Simona Squadrito

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venerdì 23 Gennaio 2026 - 03:00

Dal libro Inchiostro e dinamite Antigruppo siciliano di Simona Squadrito (Postmedia Books, pp. 255, € 24.00) riemerge la storia ribelle e critica dell’Antigruppo siciliano, movimento poetico e artistico che tra gli anni Sessanta e Ottanta portò la parola tra la gente. Poeti, operai, intellettuali e studenti decisero di strappare i versi ai salotti letterari per restituirli alle strade, ai mercati, alle piazze: luoghi della vita reale, dove la poesia diventava gesto pubblico e collettivo.L’Antigruppo nacque in Sicilia, ma guardava al mondo. La loro era una cultura del “contro”: contro l’accademia chiusa in sé stessa, contro un linguaggio elitario, contro l’idea che l’arte dovesse restare nei libri. “La poesia non sta nei libri: sta dove vive la gente”, dicevano. Per questo ciclostilavano fogli volanti, scrivevano versi sui muri, organizzavano letture improvvisate. La loro editoria era la piazza; il loro permesso, la libertà di parola.

Il libro di Squadrito racconta questa avventura con rigore e passione, restituendo visibilità a una pagina importante della storia culturale italiana. Non è un semplice saggio, ma un racconto che intreccia biografie, manifesti, fotografie e versi di protagonisti spesso rimossi dalla memoria collettiva. Nelle sue pagine si respira lo spirito di una generazione che credeva nella poesia come atto politico e umano, come forma di comunità.

Un capitolo centrale è dedicato agli “Incontri fra i Popoli del Mediterraneo”, organizzati a Mazara del Vallo dal 1977. In piena Guerra Fredda, mentre l’Europa era divisa, l’Antigruppo guardava al Sud e ai Sud del mondo come compagni di viaggio. Poeti provenienti dall’Italia, dal Nord Africa e dall’Europa si incontravano per discutere, mangiare insieme, leggere poesie sotto lo stesso cielo. Un gesto semplice e rivoluzionario: unire attraverso la parola, contro ogni confine.

La loro radicalità, però, ebbe un prezzo. Rifiutare i compromessi e restare liberi significò anche essere emarginati. Negli anni Ottanta il movimento si disperse lentamente, logorato dal mutare dei tempi politici e culturali. Ma, come scrive Squadrito, scomparire non significa finire. La loro eredità vive oggi in tutte le pratiche artistiche che mettono in discussione l’autorialità, che scelgono la piazza, che rifiutano di essere decorative.

“Inchiostro e dinamite” ci ricorda che la poesia può ancora essere un atto di libertà, una parola che esplode e interroga, che non si accontenta di parlare da sola. È un invito a ripensare il ruolo della parola pubblica nell’epoca delle chiacchiere infinite e del silenzio programmato. La libertà, ci suggerisce il libro, non è un privilegio concesso, ma una scintilla da custodire. Perché la parola, quando è viva, può ancora accendere un incontro – e forse, cambiare il mondo.

Antonino Contiliano

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