Difendiamo l’educazione sessuo-affettiva

Claudia Marchetti

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Difendiamo l’educazione sessuo-affettiva

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mercoledì 09 Settembre 2026 - 07:00

C’è una cosa che mi inquieta più delle polemiche sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole: la leggerezza con cui continuiamo a parlarne. Come se educare un bambino o un adolescente alla conoscenza del proprio corpo, al rispetto dell’altro, alla gestione delle emozioni, fosse una pericolosa incursione nella vita privata delle famiglie. Non lo è, anzi, è educazione, prevenzione, senso civico. Il referendum che chiede di abrogare le norme che oggi ostacolano l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole deve essere sostenuto e non per appartenenza politica, non per ideologia.

Oggi la normativa introduce vincoli: nelle scuole dell’infanzia e primarie vengono limitate le attività su temi legati alla sessualità, per determinate iniziative sono previste autorizzazioni scritte delle famiglie con un preavviso di 7 giorni e chi non ha il consenso rischia di essere allontanato dall’aula. Le nuove generazioni hanno accesso a una quantità di informazioni dal web che non riesce a discernere. Può guardare pornografia e credere che quella sia una rappresentazione del sesso. Secondo alcuni sondaggi, i ragazzi oggi pensano che sia normale controllare il cellulare del/la partner o pretenderne la geolocalizzazione, sono convinti che far sentire in colpa il proprio compagno o la propria compagna sia una normale dinamica di coppia. Non lo è. Controllare, possedere o manipolare – in tempi in cui il consumismo porta l’individuo a volere tutto – non è amare. Ed è qui che la scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale. Non per sostituirsi alle famiglie ma per insegnare a riconoscere un limite che alcune famiglie stesse hanno. Per spiegare che un “no” è un no, che una relazione non è una prigione, che l’amore non autorizza il controllo.

La cronaca continua a raccontarci una realtà spaventosa: in appena due settimane abbiamo assistito a 8 femminicidi e a due tragedie nelle quali sono state sterminate intere famiglie. C’è un problema? Sì. C’è un problema culturale, educativo, sociale, relazionale. C’è ancora qualcuno che davanti alla parola “femminicidio” risponde: “Il reato esiste già, è omicidio”.

Negare il femminicidio significa negare che ci sono donne uccise perché non hanno accettato di essere controllate, maltrattate. La cronaca, inoltre, ci consegna sempre più spesso carnefici molto giovani. L’età sembra abbassarsi. Che cosa stiamo insegnando ai nostri ragazzi sulle relazioni? Spesso viene tirato in ballo il concetto di famiglia. Non quella sbandierata dalla destra al Governo. Famiglia è cura, responsabilità, rispetto. È anche questo il senso dello Stato che abbiamo progressivamente smarrito. E la politica ne è complice. Anche sull’articolo 21 della Costituzione si fa spesso confusione. La libertà di espressione è sacrosanta ma libertà di parola non significa libertà di danneggiare impunemente gli altri, non vuol dire che ogni comportamento debba essere considerato accettabile in nome della libertà, cancellando il diritto alla dignità, alla sicurezza e al rispetto. Quindi sì al referendum, sì alla scuola che educa insieme alle famiglie, perchè insegnare al rispetto non può essere considerato un pericolo.

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