Faccetta nera in discoteca a Mazara: quando il Ventennio finisce in pista. VIDEO

Nicola Baldarotta

Faccetta nera in discoteca a Mazara: quando il Ventennio finisce in pista. VIDEO

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lunedì 07 Settembre 2026 - 11:38

C’è un momento, nelle serate estive, in cui può succedere praticamente di tutto.
La musica sale, i drink fanno il loro mestiere, qualcuno perde il senso dell’orientamento e qualcun altro, invece, lo ritrova questo orientamento addirittura nella storia. E’ successo in una discoteca di Mazara del Vallo dove la band ha pensato bene di infilare in scaletta “Faccetta nera”. E non l’ha fatto sottovoce.
La canzone è stata suonata con entusiasmo e una parte del pubblico, soprattutto giovanile, ha risposto con altrettanto entusiasmo solo che, invece di limitarsi a cantare, qualcuno ha pensato di accompagnare la musica con il braccio teso. Qualcuno ha registrato “il momento” certificando questo bel salto temporale: dalla pista da ballo direttamente al ventennio senza passare nemmeno dal guardaroba.

Prima di indignarsi, forse sarebbe utile ricordare davvero cosa sia “Faccetta nera”. Non è semplicemente una vecchia canzone italiana, nè un innocuo motivetto folkloristico: è legata alla propaganda coloniale italiana e alla guerra d’Etiopia. Il testo racconta, con il linguaggio colonialista dell’epoca, una donna etiope che dovrebbe essere “liberata” e portata a Roma. Dentro quelle parole c’è un pezzo preciso della storia: il colonialismo italiano, l’Africa orientale, l’idea di una missione “civilizzatrice” e tutta la retorica di quel regime. Dunque sì, il contesto storico non è esattamente quello di una serata da discoteca. Eppure c’è un dettaglio interessante. Nel 2026 “Faccetta nera” rischia di essere semplicemente una canzone da goliardia, una specie di reperto pop trasformato in tormentone. Il significato originario si perde, resta la melodia e restano, purtroppo, il gesto e la provocazione.
E qui entra in gioco la sociologia spicciola.

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Perchè un ragazzo che fa il saluto romano in una discoteca non è neessariamente un nostalgico del fascismo. Può essere semplicemente uno che non sa nemmeno distinguere un simbolo storico da una posa TIK TOK. E forse questa è una delle caratteristiche della nostra epoca: trasformare tutto in segno, gesto, meme, provocazione, senza necessariamente conoscerne l’origine. Il problema, semmai, è proprio questo: la banalizzazione. Perchè la memoria storica funziona anche attraverso i simboli. E quando un simbolo viene ripetuto mille volte come una gag può perdere il suo significato originario. Ma può anche accadere il contrario: proprio ridicolizzandolo, trasformandolo in caricatura, lo si svuota della sua pretesa di essere qualcosa di serio.

Del resto, abbiamo fatto film comici sulla mafia, trasformato mafiosi e boss in personaggi grotteschi, raccontato tragedie vere attraverso la satira. Nessuno, per questo, pensa che ridere di un mafioso significhi voler fare il mafioso. E forse vale anche per certi aspetti del Ventennio: una cosa è celebrare il fasciscmo, un’altra è trasformare “Faccetta nera” nella colonna sonora improbabile di una serata in discoteca. Anzi, forse c’è qualcosa di involontariamente comico nell’immaginare la scena: Mussolini che prepara la marcia su Roma e ottant’anni dopo qualcuno che, con un mojito in mano, cerca di ricordarsi come si fa il saluto romano. Perchè sono sicuro che molti di loro, in quella discoteca, manco sapessero come si faceva precisamente il saluto romano. Hanno scimmiottato. Ridicolizzando e ridicolizzandosi. Bontà loro.

Resta comunque una domanda che riguarda più gli adulti che i ragazzi: quanto conoscono davvero la storia quelli che oggi ne utilizzano i simboli per gioco? Perchè il punto non è impedire a una band di suonare una canzone. E nemmeno trasformare una serata estiva in un seminario universitario sul colonialismo italiano. Il divertimento è divertimento e, per carità, nessuno pretende che in discoteca si balli sulle note di un saggio di Benedetto Croce.

Insomma, niente drammi e niente processi sommari. Una piccola riflessione, però, sì.
Se “Faccetta nera” diventa una canzone da discoteca può anche essere un segnale interessante: forse il fascismo, almeno per una parte dei ragazzi, non è più una convinzione politica ma un’immagine (distorta), una posa (scimmiottata), una provocazione (banale), una caricatura (involontariamente vera).
E qui sta il paradosso, però: il rischio non è soltanto che qualcuno torni a prendere sul serio quei simboli (e, a occhio, direi che il rischio sia già bello grosso), è anche che nessuno li prenda più sul serio abbastanza da sapere cosa rappresentassero.
Tra una cosa e l’altra sarebbe bello che almeno qualcuno, finita la musica, spiegasse ai ragazzi perchè quella canzone era stata scritta. Poi se vogliono continuare a ballarla, facciano pure. magari, però, col braccio abbassato. Non per paura. Perché almeno sappiano cosa stanno facendo.

PS: per onor di cronaca va detto che prima dI “Faccetta nera” la stessa band si era divertita e aveva fatto “divertire” la platea sulle note di “Bella ciao”. Vale lo stesso discorso fatto per “Faccetta nera”.
Buon “divertimento” a tutti.

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