Chi spegne la luce dell’Illuminismo

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Chi spegne la luce dell’Illuminismo

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lunedì 27 Aprile 2026 - 08:52

Nel mio scorso pezzo, che potete leggere qui, I romantici della Silicon Valley avevo delineato – in maniera volutamente semplificata – quei movimenti di pensiero che, mutatis mutandis, ritornano sempre nella Storia. Da una parte i cultori del razionalismo, dall’altra i fan del romanticismo. O, se si preferisce, da un lato i misuratori, gli ingegneri della realtà, dall’altro i sognatori, i ricercatori dell’infinito.

Uno scontro che si ripete in ogni epoca, cambiando soltanto strumenti e scenografie: illuministi contro romantici, calcolatori contro visionari.

E mentre celebravo la gloria di chi, grazie alla Ragione, ha costruito un percorso di progresso e di evoluzione umana, ho anche messo in guardia da una deriva più recente: quella degli architetti oscuri della tecnocrazia, che spingono verso un uso della macchina come fossero dei novelli dottor Frankenstein, convinti ormai che l’uomo sia obsoleto, non più affidabile.

È qui che entrano in scena i teorici del transumanesimo: coloro che non solo immaginano un’evoluzione della specie mediata dall’intelligenza artificiale, ma che danno ormai per scontato che l’uomo verrà sostituito, quasi integralmente, da essa.

A questo si collega l’accelerazionismo, un approccio filosofico che scommette sul “tanto peggio, tanto meglio”. Nella sua variante di destra – quella che fa capo a figure come Nick Land o Curtis Yarvin – l’idea alla base di questi teorici reazionari è di intensificare le contraddizioni del capitalismo, spingere al massimo la tecnologia fino a provocare il crollo dell’ordine sociale e politico esistente. È esattamente quello che riporta il saggio The Dark Enlightenment, (2013) testo molto seguito dalla generazione di tecnocrati formatisi nella Silicon Valley. Land teorizza la fine della democrazia liberale, vista come un ostacolo all’efficienza e al progresso tecnologico, e propone una visione tecno-feudale: forme di governo moderne, autoritarie, addirittura monarchiche, dove i valori liberali e democratici dell’Illuminismo vengono drasticamente ridimensionati, se non cancellati del tutto.

Tutto ciò è, in sintesi, un movimento contro i principi che hanno ispirato l’Illuminismo. Non a caso l’autore parla di “dark enlightenment”: un illuminismo rovesciato, oscuro, privato volutamente della sua luce.

Indagando questi temi, mi sono imbattuto in questi giorni in un saggio di qualche anno fa, pre COVID, di Steven Pinker, Illuminismo adesso (2018). Pinker – scienziato cognitivo, psicologo evoluzionista, linguista – è noto per la sua visione ottimistica fondata sulla razionalità. Sostiene che il progresso scientifico e i valori illuministi abbiano migliorato la qualità della vita umana, riducendo la violenza e ampliando le possibilità di ciascuno.

Al di là della tesi centrale – dimostrare che, nonostante la percezione diffusa spesso pessimista, salute, prosperità, sicurezza e felicità sono aumentate proprio grazie ai valori illuministi – Pinker si pone una domanda che sembra quasi retorica: chi potrebbe essere, oggi, contro la ragione, la scienza, l’umanesimo, il progresso? Tutti valori alla base dell’Illuminismo che nessuno, in apparenza, si sognerebbe di mettere in discussione.

A chi fa gioco, allora, rispedire l’uomo nel buio del Medioevo e al suo posto assumere l’intelligenza artificiale, la macchina fredda, il calcolatore infallibile, fino alla sostituzione o all’ibridazione completa? E chi ha interesse a raccontare il buio?

Nonostante gli indicatori fondamentali dell’esistenza umana, siano migliorati grazie ai valori illuministi, Pinker sottolinea che viviamo immersi in una narrazione opposta: un mondo percepito come in declino, sempre sull’orlo del collasso.

Secondo Pinker, le forze che si oppongono all’Illuminismo non sono certo nuove: cambiano solo linguaggio e strumenti. Le categorie narrative che individua – veicolate subdolamente tramite i social – sono ricorrenti e spesso intrecciate fra loro in maniera indissolubile. Parla di un “romanticismo politico”, che tende nelle persone ad esaltare l’istinto, l’emotività, in un certo senso a prestare il fianco alla debolezza, contro l’utilizzo della ragione che, al contrario, dovrebbe invece aiutare a dissipare o a isolare le forme di paura umane. Di “reazionarismo”, un sistema di pensiero che porta a rimpiangere gerarchie, catene di comando e ordini perduti. Di “tribalismo”, concetto utile a spiegare quando all’individuo si sostituisce il branco, più forte e pertanto inattaccabile. Strumento spesso manifesto per raggiungere lo scopo è “l’autoritarismo”, quando il potere preferisce l’obbedienza al pensiero, gli automi agli esseri senzienti. Da lì il passo è breve verso il “pessimismo culturale”, quello stigma che finisce per trasformare ogni barlume di progresso in una minaccia. Il tutto viene poi sedimentato “nell’anti-scientismo”: la diffidenza del metodo e di ogni evidenza scientifica (i no-vax, qui, dovrebbero dirci qualcosa).

Sono queste le correnti narrative scagliate contro un’umanità sfiduciata, convinta ogni giorno di più che il mondo stia peggiorando, anche quando non è né conveniente né scientificamente fondato affermarlo. Un’umanità rassegnata, che – sotto i colpi di continui quotidiani bombardamenti mediatici – percepisce il futuro come una minaccia perpetua – la guerra, la bomba atomica, il collasso economico – è più facile da guidare, più facile da spaventare e, alla lunga, più facile da sostituire.

Ed è qui che il discorso torna al Dark Enlightenment citato all’inizio. Perché ciò che Pinker descrive come tendenze culturali, Nick Land e gli accelerazionisti di destra lo hanno già trasformato in un progetto politico: non correggere la modernità, ma riscriverla dopo averla rovesciata.

Per loro, la democrazia è inefficiente, l’uguaglianza è un errore, la ragione è troppo lenta, l’umanesimo è un lusso che questo mondo nuovo non si può più permettere.

La loro soluzione? Un ordine tecno-feudale, gerarchico, post-democratico, dove la macchina decide e l’uomo esegue.

In questo senso, la “cupa rassegnazione” a un mondo che risprofonda nel Medioevo – la direzione verso cui questi pensatori eversivi spingono – non è nostalgia del passato. È il terreno perfetto per costruire un futuro senza cittadini, senza democrazia, senza diritti. Tutto ciò che l’Illuminismo ha conquistato verrebbe non solo messo in discussione, ma spento alla radice. E c’è da scommettere che a molti non dispiacerà affatto.

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