Peppino e gli eroi divisivi

Vincenzo Figlioli

Punto Itaca

Peppino e gli eroi divisivi

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martedì 19 Marzo 2024 - 06:50

L’enciclopedia Treccani definisce “divisivo” ciò che “crea divisioni o contrapposizioni, impedendo di preservare o di raggiungere un’unità di punti di vista e di intenti”. Un soggetto divisivo, dunque, potrebbe somigliare a un seminatore di zizzania, un nemico della quiete e della contentezza.

Proprio in questi giorni tale termine è tornato al centro del dibattito a proposito di Peppino Impastato, definito “troppo divisivo” dagli studenti del Liceo “Santi Savarino” di Partinico, che in maggioranza si sono opposti alla proposta di intitolare il loro istituto al militante comunista, barbaramente ucciso dagli scagnozzi di Tano Badalamenti per il suo impegno antimafia.

A ben vedere, di personaggi divisivi la Sicilia ne ha avuti davvero tanti. In vita, sono stati sicuramente divisivi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: il primo subì l’ostracismo del Csm che gli preferì Meli per la guida della Procura di Palermo dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto; il secondo, quando fu nominato Procuratore Capo a Marsala, fu oggetto di una pesante campagna stampa, culminata nel famoso articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Furono divisivi Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Beppe Montana e Ninni Cassarà, così come lo furono Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Pippo Fava, Beppe Alfano, Mauro De Mauro, Mauro Rostagno, Giangiacomo Ciaccio Montalto e tanti altri.

Persone molto diverse tra loro per idee politiche, cultura, formazione, ma accomunate dalla convinzione che la mafia fosse la negazione della libertà per il popolo siciliano e che, come tale, andasse combattuta. Hanno consapevolmente accettato il rischio di apparire fastidiosi rompiscatole pur di rendere migliore la loro terra, per se stessi e per gli altri. Perchè ci sono momenti nella storia in cui il compromesso può essere un valore (lo fu ai tempi dell’Assemblea Costituente o con Moro e Berlinguer) e altri in cui coltivare visioni eretiche e potenzialmente divisive è l’unico modo per provare a sconfiggere un sistema che si nutre di cinismo, violenza, diseguaglianza e ingiustizia sociale.

Dopo le Stragi, la consapevolezza di tutto ciò è cresciuta notevolmente, facendo immaginare un futuro – neanche troppo lontano – in cui le organizzazioni mafiose non avrebbero più avuto né adepti, né sostenitori. I fatti, purtroppo, hanno dimostrato che non bisogna mai dare nulla per scontato e che ci sono battaglie che vanno alimentate continuamente e con cura per evitare il rischio di un arretramento. Se oggi esistono pezzi di società in cui questo concetto fa fatica a passare, c’è da prendere atto che i valori dell’antimafia stanno progressivamente perdendo il proprio radicamento, lasciando spazio a una narrazione omogenea e rassicurante, che emargina il pensiero non allineato e – se necessario – lo prende a manganellate (come avvenuto lo scorso anno a Palermo, durante un corteo in ricordo della Strage di Capaci). Appare, dunque, quantomai necessario far tesoro di questi segnali e recuperare quell’incisività (forse) perduta nel preservare la memoria di quegli eroi “divisivi” che non si sono allineati al sistema, durante il fascismo o negli anni della mafia stragista.

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