Draghi e le diseguaglianze

redazione

Draghi e le diseguaglianze

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mercoledì 12 Gennaio 2022 - 07:00

Nel corso della conferenza stampa di lunedì pomeriggio, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha spiegato che il suo governo non intende favorire il ricorso alla Didattica a Distanza, ritenendo che negli scorsi anni abbia prodotto un aumento delle diseguaglianze.

Personalmente sono convinto che in una fase caratterizzata da un incremento esponenziale dei contagi, la ripartenza scolastica con la Dad – limitata a qualche settimana – sia il minore dei mali: consentirebbe di contenere la diffusione di Omicron in un periodo particolarmente delicato ed eviterebbe ai docenti le difficoltà della didattica mista, cui sono spesso costretti nei casi in cui debbano fare lezione contemporaneamente ai ragazzi presenti in classe e ai loro compagni in quarantena a casa e collegati on line (un ibrido didatticamente poco funzionale).

Tuttavia, non si può negare che nelle esperienze precedenti la Dad abbia effettivamente generato fenomeni di dispersione scolastica, che – storicamente – penalizzano proprio le fasce più fragili della popolazione. Al presidente del Consiglio bisognerebbe però ricordare, che le diseguaglianze del nostro Paese non iniziano e finiscono con la Dad. Già nel 2019 il dossier Oxfam, nel rapporto “Non rubateci il futuro”, spiegava che in Italia l’ascensore sociale era bloccato da tempo, calcolando che i figli delle persone collocate nel 10% più povero della popolazione italiana, sotto il profilo retributivo, avrebbero avuto bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Difficile immaginare che la pandemia abbia potuto cambiare la situazione in meglio.

Poi ci sono le diseguaglianze geografiche: il divario tra Nord e Sud, come confermato dall’ultimo rapporto Eurispes, è andato aumentando, sia per quanto riguarda i collegamenti che per l’innovazione tecnologica, evidenziando condizioni di vita che hanno causato il progressivo spopolamento di intere aree del Mezzogiorno e la crescente fuga verso il Centro-Nord o l’estero dei cervelli più promettenti.

Da buon “nonno al servizio delle istituzioni” (come si è recentemente autodefinito) Draghi sarà dunque consapevole delle difficoltà in cui versano i suoi “nipoti” sparsi tra Bolzano e Lampedusa, dei quartieri periferici costantemente pieni di rifiuti, in cui non arriva l’acqua e l’illuminazione pubblica è sempre spenta, delle scuole di frontiera che faticano a tenere in classe i propri ragazzi, del merito che faticosamente viene riconosciuto, del divario di genere nel mondo del lavoro, delle mafie che continuano a far fruttare i propri affari speculando persino sulla pandemia.

Per cui, se il suo governo volesse affrontare seriamente il capitolo delle diseguaglianze sociali ed economiche del Paese, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta. Del resto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza era nato esattamente per quest’obiettivo. Le cronache dei prossimi anni ci diranno se sarà servito a unificare finalmente l’Italia, 160 anni dopo l’unificazione geografica o se – come temono alcuni osservatori – avrà ulteriormente ampliato i divari esistenti.

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