La Rivoluzione Nazionale targata Mancini

redazione

La Rivoluzione Nazionale targata Mancini

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martedì 13 Luglio 2021 - 08:36

Siamo campioni d’Europa. Una vittoria attesa 53 anni, che ha il sapore di un dolce riscatto dopo la dolorosa esclusione dai Mondiali in Russia e le sofferenze legate alla pandemia. L’Italia aveva bisogno di tornare a riunirsi e festeggiare e lo sport ha offerto l’occasione giusta, dando al contempo una piccola grande lezione che dovrebbe essere colta anche da altri settori: le vittorie si conquistano con la programmazione, l’armonia, lo spirito di gruppo.

Roberto Mancini ha creato uno staff capace di trasmettere valori in parte perduti, riaffermando la centralità della Nazionale e l’orgoglio della rappresentanza, superando le logiche individualistiche che erano prevalse nel recente passato. Di quest’Europeo 2020, celebratosi con un anno di ritardo, ricorderemo dunque le prodezze di Chiesa e Insigne, le sgroppate sulla fascia di Spinazzola e le sue stampelle al cielo dopo la finale, le parate di Donnarumma, le geometrie di Jorginho e Verratti, il muro difensivo di Bonucci e Chiellini, ma soprattutto ricorderemo la coesione, una certa idea di squadra che per una volta ha ricalcato quell’articolo 5 della nostra Costituzione, per cui la Repubblica è “una e indivisibile” e quando gioca l’Italia non esistono più le maglie bianconere, granata, nerazzurre, rossonere, viola o giallorosse. Esiste solo una maglia – azzurra – e un inno da cantare a squarciagola. Stavolta non abbiamo visto prime pagine dedicate ai capricci di giocatori viziati o ossessionati dalla popolarità social, ma un unico abbraccio, come quello tra Vialli e Mancini, capaci di riabilitare l’idea di amicizia in un contesto che ha sostituito i rapporti umani con le relazioni d’interesse.

Una vittoria così bella deve però soprattutto ridare forza all’investimento sullo sport nel nostro Paese, attraverso la dotazione di un’impiantistica adeguata, da Nord a Sud e di misure a sostegno delle preziose attività condotte in centro e in periferia dalle associazioni sportive, nella consapevolezza dello straordinario valore sociale che lo sport mantiene. Troppo spesso in Italia ci si affida al caso, all’intuizione geniale di qualche allenatore, all’esplosione improvvisa di un talento, alla buona volontà di tanti che, nonostante tutto, cercano di sopperire con i propri sforzi alle inadeguatezze del sistema politico-amministrativo. Troppo spesso non ci si fida dei giovani, si preferisce puntare sull’usato sicuro o si risponde a logiche non meritocratiche.

La Nazionale di Mancini è andata oltre il deja vù in maniera coraggiosa, per certi versi rivoluzionaria (nel gioco, nelle scelte, persino nel linguaggio). L’auspicio è che la rivoluzione si estenda come il più benefico tra i virus a tutto il mondo sportivo italiano, ma anche a una certa idea della politica, che finora si è dimostrata pronta ad esultare di fronte a una coppa da celebrare, ma non è detto che abbia compreso come sono maturate le condizioni che hanno portato a quest’esaltante impresa sportiva.

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