La movida violenta e gli Stati Generali della Civiltà

vincenzofiglioli

La movida violenta e gli Stati Generali della Civiltà

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martedì 06 Luglio 2021 - 06:45

Dopo lockdown e zone rosse, la voglia di leggerezza è tanta e comprensibile. Fa dunque piacere vedere i tavoli e i gazebo che si ripopolano di avventori alla ricerca della socialità perduta. Ciò che non si comprende, invece, è l’ostinazione con cui una parte della popolazione giovanile utilizzi il week end per seminare il terrore, prevalentemente per le vie del centro storico. Sabato sera, l’ennesimo episodio, che ha visto un ragazzo essere colpito a bottigliate sulla schiena, riportando diverse ferite.

Non passa fine settimana senza il reiterarsi di situazione di questo tipo, che spesso si scatenano in maniera estemporanea e per futili motivi. Più volte gli organi di stampa e le istituzioni hanno invocato maggiori controlli, l’attivazione di ulteriori servizi di videosorveglianza. Decisamente meno si discute sulle origini del disagio che si scatena violentemente, lasciando interdetti residenti e turisti che hanno la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. La sensazione è che non sia soltanto un problema di mancato controllo, né pare auspicabile demandare l’ordine sociale all’invio dell’esercito per le strade, sostituendo un coprifuoco sanitario con un coprifuoco di prevenzione alle risse.

C’è un problema di tenuta sociale che manca e che dovrebbe convincere tutti gli interlocutori a vario titolo coinvolti a ragionare seriamente sul fenomeno. Per parafrasare un’espressione sempre in voga, occorrerebbe convocare gli Stati Generali della Civiltà, per cercare di capire a che punto siamo.

Probabilmente la pandemia ci ha reso peggiori, o comunque non ci ha sicuramente resi migliori. I problemi già esistenti – in termini di tensione sociale – si sono acuiti, il welfare locale è ridotto all’osso e per invertire la rotta servirebbe, piuttosto, un esercito di sociologi, psicologi, assistenti sociali, nell’ambito di una rete che faccia sedere attorno a un tavolo, con pari dignità, politica, scuola, sindacati, organizzazioni religiose, associazioni, forze dell’ordine, comitati di quartiere. Un confronto autentico, di quelli che non si fanno più da anni, per combattere quello che è uno dei principali mali del nostro tempo – l’autoreferenzialità – che erode i ponti di una comunicazione civile, fino a rendere plausibile la ricerca di uno sfogo settimanale, un momento per certi versi catartico in cui bruciare rabbia e frustrazione.

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