La beffa della cassa integrazione: ai lavoratori metà stipendio

redazione

La beffa della cassa integrazione: ai lavoratori metà stipendio

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sabato 23 Maggio 2020 - 00:46
La beffa della cassa integrazione: ai lavoratori metà stipendio

Secondo Unimpresa, gli assegni erogati dall’INPS per la CIG in deroga non arrivano al 50% dello stipendio di un operaio

Per assurdo, nell’immediato sarebbe stato meglio essere licenziati, piuttosto che essere messi in cassa integrazione. Magari nel medio-lungo periodo la soluzione della cassa integrazione permetterà di non avere problemi quando si tornerà a lavoro e a produrre, ma in questi mesi di crisi piuttosto grave, l’assegno della NaSPI sarebbe stato più corposo di quello ricevuto dalla cassa integrazione.

Questo, almeno, quello che emerge da un documento realizzato e diffuso da Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa. Secondo i suoi calcoli, mediamente i lavoratori in cassa integrazione a causa dell’emergenza sanitaria hanno ricevuto una “retribuzione netta” di 4 euro l’ora. Una cifra di gran lunga inferiore a quella della retribuzione ordinaria, che ha costretto i cassa integrati a stringere non poco la cinghia nel corso di questi mesi.

Assegno CIG in deroga, i conti di Unimpresa

Le cifre snocciolate nel documento Unimprese sono impietose. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione (e moltissimi sono ancora in attesa del primo assegno dopo oltre due mesi di attesa) hanno visto ridurre il proprio reddito del 50%. L’INPS, infatti, avrebbe versato assegni lordi di 938,89 euro che, al netto, fanno poco più di 750 euro.

Una sforibiciata netta rispetto agli assegni mensili che questi lavoratori avrebbero percepito normalmente, con tagli che arrivano a toccare il 50% della mensilità garantita dal datore di lavoro. Calcolatrice alla mano, si tratta di una retribuzione netta di circa 4 euro l’ora.

Rivalutare opzione NaSPI

Per andare incontro alle necessità dei lavoratori, e delle famiglie italiane, i rappresentanti di Unimpresa chiedono dunque al Governo di rivalutare l’opzione NaSPI. Come noto, infatti, al momento nessuna impresa italiana può licenziare un suo dipendente. Una decisione, nei piani del Governo, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori dal rischio di licenziamento e che, invece, finirebbe per penalizzarli. O almeno così affermano da Unimpresa.

Da un punto di vista economico, i conti sono piuttosto semplice. La NaSPI avrebbe garantito alla gran parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione un assegno superiore ai 1.200 euro mensili. La nuova disoccupazione prevede, infatti, che il lavoratore percepisca il 75% dello stipendio medio degli ultimi quattro anni (la procedura è più lunga e complessa, prendetela come una semplificazione), fino a un massimo di 1.227,75 euro. Se la cifra dovesse eccedere questo massimale, il lavoratore riceverebbe un’ulteriore integrazione, fino a un massimo di 1.335,4 euro mensili.

Insomma, quasi il doppio rispetto ai 750 euro che, mediamente, stanno percependo in questi mesi i lavoratori in cassa integrazione in deroga. “Tuttavia, il decreto legge “rilancio” ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità prorogare gli ammortizzatori sociali per appena cinque settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi”.

Fonte: QuiFinanza

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