Calcio, Massimo Morgia, ex tecnico di Marsala e Palermo: “con l’epidemia il calcio cambierà”

redazione

Calcio, Massimo Morgia, ex tecnico di Marsala e Palermo: “con l’epidemia il calcio cambierà”

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mercoledì 06 Maggio 2020 - 19:34
Calcio, Massimo Morgia, ex tecnico di Marsala e Palermo: “con l’epidemia il calcio cambierà”

I suoi 69 anni Massimo Morgia, allenatore del Chieri, Serie D piemontese, li ha trascorsi quasi tutti da esploratore del calcio italiano cosiddetto di provincia, prima da calciatore e poi moltissimo in panchina, da Nord a Sud, serie C e dintorni, anche se Siena, Foggia, Mantova, Pisa e soprattutto Palermo non sono stati di sicuro palcoscenici minori.
Morgia, dentro questa pandemia lei difende gli invisibili del pallone.

“Non parlo per me, che ho una pensione da professionista. Sulla mia pagina Facebook ho ripreso le parole del mio amico Cristiano Lucarelli sui poveri. Gli invisibili sono quelli che appunto non si vedono. In serie D sono la maggioranza, ma ce ne sono anche nel campionato di Eccellenza: accanto a calciatori e allenatori mascherati da dilettanti, che scendono di categoria per guadagnare qualcosa in più, ce ne sono tanti altri che invece prendono 700-1000 euro al mese. E che non li prenderanno mai più, in questa situazione”.
I famosi rimborsi spese.
“Si chiamano così, ma in serie D ci sono anche trasferte di 7-8 ore: è una vita da professionista mascherato. Non esistono tutele giuridiche, se non magari una vertenza finale, che conta pochissimo. Fino alla serie C le società pagano i contributi, c’è un fondo pensionistico, in questa fase ci sono gli ammortizzatori sociali. Io ho avuto la fortuna di potere scegliere, rinunciando a panchine di categorie superiori, perché privilegio sempre i progetti dove posso lavorare anche coi giovani, non solo con la prima squadra. Ma un invisibile non sceglie mai di esserlo. Va così da quasi trent’anni”.
Da quando?
“Dal 1995, dalla sentenza Bosman sulla libera circolazione dei calciatori comunitari tra i Paesi europei, con l’effetto a catena: stranieri sempre più numerosi, ultratrentenni che per trovare spazio scendono di categoria, giovani che spazio non ne trovano più. Quando presi anche il diploma da direttore sportivo al corso di Coverciano, la mia tesi partiva proprio da lì. Poi è diventata un libro: “Ricominciamo a giocare a pallone”. Niente di più attuale, in questo momento”.
In che senso?
“Che è l’occasione per una grande ristrutturazione. Quando giocavo io, fino a metà degli anni Ottanta, c’era una differenza minima tra serie A e C, infatti i Rivera e i Mazzola non sono mica diventati miliardari: la distanza retributiva era giusta. Oggi io non contesto il cambiamento, dico solo che adesso i due mondi sono troppo lontani per potere restare insieme. Gli interessi dei grandi club, i loro legami internazionali, non sono più gli stessi della maggior parte delle altre società. Conviene prenderne atto: meglio un supercampionato europeo e uno italiano, con maggiore equilibrio e stadi meno deserti, dove torni il concetto di campanile”.
Una riforma minimalista?
“No, al contrario. Questa crisi è l’occasione giusta per raddrizzare la direzione, restituire allo sport il suo ruolo popolare. C’era una volta l’oratorio, le società di calcio ti rifornivano di tutto, scarpe, magliette. Oggi le società dilettantistiche fanno business, i ragazzini pagano per andare a giocare. Serve una riforma che restituisca al calcio la sua funzione di aggregazione sociale. Non è retorica affermare che il pallone abbia tolto tanti ragazzi dalla strada. Posso ben dirlo io, da romano cresciuto alla Garbatella e a Tor Marancia negli anni Cinquanta, quelli della ricostruzione dopo la guerra”.
Vede analogie?
“Sostanziali. Anzi, questa è peggio di una guerra. Cambierà tutto. A Lucca, dove vivo, non c’è in giro anima viva, solo qualche persona con la mascherina. Ma il rimedio medico alla pandemia arriverà. Invece economicamente, per ricostruire, ci vorrà una vita intera: non per tirare su i palazzi, come allora, ma per restituire i posti di lavoro alla gente”.
Nel calcio, ha detto proprio Bosman a Repubblica, si moltiplicheranno i disoccupati.
“Condivido. Il calcio, tolto quello di alto livello, si regge sulle sponsorizzazioni. Non sono un economista, ma la soluzione mi sembra una sola: che le grandi aziende vengano obbligate, magari con la detassazione, a sostenere lo sport. Non solo il calcio, ma anche pallavolo, pallacanestro, atletica e via dicendo: lo sport è fondamentale per i ragazzi”.
I campionati, dalla serie C in giù, usciranno dimezzati dal coronavirus?
“Per forza di cose, a meno che non ci sia una ridistribuzione delle risorse dei diritti televisivi alle categorie inferiori. Non potranno più esserci i mecenati dello sport. La crisi economica non lo consentirà, le loro priorità saranno altre. Io, poi, vedo anche un altro rischio”.
Quale?
“La deriva verso il calcio televisivo, cioè la morte della partita come aggregazione di una comunità. Lo stadio vuoto, le porte chiuse, sono un’altra cosa. Il pubblico è una componente essenziale: immaginate un concerto di Vasco Rossi a San Siro deserto o un attore di teatro che recita senza platea?”.
Non teme che la sua battaglia tra gli invisibili sia perdente?
“Gianni Mura, nel 2000, venne a intervistarmi a Palermo, perché conosceva le mie idee, e alla fine mi disse: sei bravo, non farai carriera. Io lavoro solo dove mi si dà la possibilità di allenare insieme vecchi e giovani, perché per i ragazzi è l’unico modo di imparare, come all’oratorio. Mura aveva ragione. Ma io non cambio”.

Fonte: repubblica.it

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