Simone Olivelli 24 Ottobre 2026, 06:03 Il governo più lungo della storia repubblicana d’Italia ha...
Il governo più lungo della storia repubblicana d’Italia ha appena varato l’ottavo decreto Sicurezza. Una media di due all’anno. Il tema è costantemente al centro del dibattito pubblico e trova ampia copertura mediatica: programmi televisivi, quelli specializzati in cronaca nera e quelli che strizzano maggiormente l’occhio al sensazionalismo in chiave politica, e soprattutto i social network sono un profluvio quotidiano di contenuti che raccontano quanto il nostro Paese sia violento. A fronte di questa tesi, l’ultimo studio che l’istituto di ricerca Eurispes ha dedicato all’Italia rischia non tanto di capovolgere il quadro, ma di offrire una prospettiva diversa su cui ragionare. L’approfondimento ha riguardato i dati – aggiornati al 2023 – relativi alla ricorrenza degli omicidi nei paesi dell’Unione Europea.
Omicidi in Italia e in Sicilia: i dati Eurispes
L’Italia risulta tra i Paesi dove si ammazza di meno. Con un’incidenza della mortalità per omicidio che si situa ampiamente sotto la media continentale. “Nel 2023, il tasso italiano si attestava a 0,4 decessi ogni 100mila abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7; un valore che colloca il nostro Paese insieme a Germania e Malta, nel gruppo con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione”, ha fatto sapere l’istituto. L’indicatore è quello che l’Ue utilizza per monitorare l’obiettivo che il programma Agenda 2030 dedica a pace, giustizia e istituzioni solide. L’omicidio, in quest’ottica, è la massima minaccia per la tranquillità di ogni individuo.
Se in Italia servono più di 200mila abitanti per averne uno che muore per la mano di un’altra persona, in altre nazioni la frequenza è molto più elevata: “La distanza diventa ancora più evidente se il confronto si sposta sui Paesi con i valori più elevati, dall’1,1 (su 100mila abitanti, nda) di Svezia, Estonia e Lussemburgo fino all’1,5 della Lituania e all’1,7 della Lettonia”, si legge nella nota divulgata da Eurispes. A livello regionale, inoltre, la Sicilia è tra le regioni italiane con il valore più basso: 0,38 su 100mila abitanti. “La geografia regionale dell’indicatore europeo riserva più di una sorpresa a chi si aspetterebbe di ritrovare il tradizionale divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno – sottolinea l’istituto –. Nel dato standardizzato Eurostat del 2023, il valore più alto spetta alla Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68), dall’Abruzzo (0,65), dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Puglia (entrambe 0,55) e dalle Marche (0,54), mentre in fondo alla graduatoria, accanto al Friuli Venezia Giulia (0,11), all’Umbria (0,19), a Bolzano (0,20) e alla Lombardia (0,25), si trovano la Campania (0,20) e la Basilicata (0,22) – prosegue la nota – Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a quelli di Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49)”. Aggregando i singoli valori regionali, ci si ritrova il Nord con un’incidenza di 0,38 omicidi ogni 100mila, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno (senza Sardegna) a 0,46.
Sicurezza e omicidi: la differenza tra dati e percezione della criminalità
Ma come tenere insieme l’asciuttezza dei dati con le notizie che finiscono sulle pagine dei giornali, nei servizi dei tg o nei post su Facebook? Le riflessioni da fare sono tante: dall’età media della popolazione che è aumentata – nella considerazione che la tendenza dice che autori e vittime di omicidio tendono a essere giovani uomini – al fatto che le uccisioni sono soltanto la massima espressione dell’aggressività. Le minacce alla tranquillità personale e la stessa violenza possono assumere diverse forme, anche fisiche, senza arrivare all’epilogo peggiore. Un’attenzione particolare merita poi il dato riguardante i femminicidi: i numeri dicono che specialmente quelli commessi all’interno della cerchia familiare o delle relazioni più strette – la maggior parte – l’andamento nel tempo non ha registrato la stessa flessione.
“L’omicidio è la manifestazione più estrema della violenza, ma non esaurisce il concetto di sicurezza: la stessa ricostruzione storica dell’Istat ricorda che per alcune forme di criminalità predatoria, come i furti di autoveicoli e nelle abitazioni, l’Italia continua a presentare livelli relativamente elevati nel confronto europeo – commenta Eurispes –. Spesso territori con pochi omicidi presentano livelli elevati di insicurezza percepita e viceversa. La paura della criminalità, dunque, non dipende soltanto dalla frequenza della sua manifestazione più estrema, ma anche dalla diffusione di altri reati, dal degrado urbano, dalla vulnerabilità individuale e dalla struttura dei contesti in cui si vive”.
Il crollo degli omicidi in Italia dagli anni Novanta a oggi
Arrivati a questo punto c’è da chiedersi se esiste un fattore che abbia più di altri determinato il calo degli omicidi rispetto a qualche decennio fa. Per fare un esempio: il 1991 si chiuse in Italia con 3,4 uccisioni ogni 100mila abitanti. La risposta c’è: la criminalità organizzata oggi ricorre all’omicidio molto meno che in passato. Sia nei confronti dei nemici esterni – esponenti delle istituzioni, della forze dell’ordine e della società civile – ma anche verso i rivali interni. Le faide tra clan si sono ridimensionate notevolmente. Dei 1916 omicidi commessi nel 1991, il 37,5 per cento fu riconducibile all’azione delle mafie che operano in Italia. La proporzione era stata più significativa nell’arco temporale che va dal 1985 al 1991: su 992 omicidi, 522 erano stati delitti di Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra. “Il peso della componente mafiosa emerge anche nel lungo periodo con 6.681 omicidi attribuibili alle organizzazioni criminali di tipo mafioso compiuti nel periodo 1983-2018, il 95,6 per cento dei quali concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia – si legge –. Nel quinquennio 1988-1992 questi delitti sono arrivati a rappresentare circa un terzo di tutti gli omicidi commessi in Italia, mentre nel periodo 2013-2017 la loro quota era scesa al 9,1%. Dopo il picco, la curva si è invertita con una rapidità che ha pochi precedenti: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80 per cento”.
Cosa Nostra, le stragi di mafia e gli attentati a Falcone e Borsellino
Gli anni in cui gli omicidi di mafia aprivano con cadenza quasi quotidiani i telegiornali del Paese sono gli anni in cui Cosa Nostra in Sicilia ha dichiarato guerra allo Stato. Gli anni dei Corleonesi che, guidati da Totò Riina, dopo avere avuto la meglio sulle famiglie palermitana aveva deciso di tenere sotto scacco le istituzioni per poi, davanti alla sconfitta pesante del Maxiprocesso, vendicarsi contro i referenti politici che avevano tradito l’organizzazione ma soprattutto contro chi quel processo lo aveva ideato con indagini acutissime che, grazie anche alla legge Rognoni-La Torre e ai racconti dei primi collaboratori di giustizia, avevano consentito di portare alla sbarra i vertici di Cosa Nostra: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
“Le ragioni di questa inversione sono in buona parte note. La reazione dello Stato alla stagione delle stragi e alla crescente offensiva della criminalità mafiosa tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta – culminata negli attentati di Capaci e via D’Amelio – si tradusse in un profondo potenziamento degli strumenti investigativi, giudiziari e penitenziari di contrasto alla criminalità organizzata. Tra il 1991 e il 1992 furono istituite la Direzione investigativa antimafia, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia; venne rafforzato il coordinamento delle indagini, disciplinata la protezione dei collaboratori di giustizia e introdotte norme più incisive sul piano patrimoniale, processuale e carcerario, fino al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis”, viene ricordato da Eurispes.
Le nuove strategie delle mafie e i rischi ancora presenti in Sicilia
A intrecciarsi con questo quadro sono stati però anche i cambiamenti che hanno attraversato le criminalità organizzate italiane parallelamente al resto della società: oggi le mafie continuano a essere presenti, ma si muovono in un mondo che anche per loro è cambiato. Gli strumenti tecnologici, i nuovi business che si sono prospettati, le nuove opportunità della logistica hanno contribuito a modificare i tradizionali paradigmi seguiti dai clan.
Anche se poi, anche in questo caso, i distinguo sono d’obbligo. I dati monitorati da Eurispes sono del 2023, ma negli ultimi anni in Sicilia sono aumentati in maniera preoccupanti le sparatorie, specialmente nelle grandi città. A Catania negli ultimi due anni sono state diverse decine i casi, il più delle volte riconducibili a tensioni tra i gruppi criminali dediti al narcotraffico. Il fatto che quasi sempre le stesse siano terminate soltanto con feriti non può rappresentare un sospiro di sollievo.
