Pina Travagliante 6 Agosto 2026, 06:42 Quanto costerebbe agli italiani l’accettazione del prestito europeo Safe...
Quanto costerebbe agli italiani l’accettazione del prestito europeo Safe da investire per gli armamenti? Anche facendo i conti alla “fimminina”, come recita un detto siciliano, dovremmo restituire circa il doppio dei 14,9 miliardi prenotati.
Nell’audizione del 28 luglio 2026 sugli esiti del vertice Nato di Ankara, il vice premier Antonio Tajani ha annunciato che l’Italia “ha deciso di utilizzare” il fondo europeo Safe, acronimo di Security action for Europe, chiedendo un intervento fino a 14,9 miliardi di euro da investire in armamenti. Poche ore dopo, lo stesso Tajani, di fronte alle polemiche suscitate dalla sua dichiarazione, ha cercando di stemperare il clima parlando di “tempesta in un bicchier d’acqua”, precisando che la cifra è solo “prenotata”, che se ne userà “probabilmente meno” e che la decisione finale spetta al Parlamento.
A stretto giro, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha aggiunto che in fondo è “un’alternativa ai Bot, una scelta totalmente tecnica” da valutare “dal punto di vista della convenienza finanziaria”, della crescita e dell’occupazione.
Come funziona il fondo Safe per gli armamenti
Ma è davvero conveniente accettare questo fondo? E quanto costerebbe all’Italia restituirlo? In realtà, il prestito Safe, presentato come un semplice strumento di tesoreria, impone un impegno finanziario che, se attivato per intero, l’Italia dovrà pagare fino alla seconda metà degli anni Settanta e il cui costo complessivo potrà essere circa il doppio del capitale ricevuto.
Intanto, il tasso non sarà intorno al 3% perché verrà stabilito nel momento preciso in cui ciascuna tranche del prestito verrà emessa. Ne deriva come conseguenza un onere che il Governo non ha spiegato ai cittadini: il costo complessivo dei 14,9 miliardi che si vogliono incassare non è determinato oggi, ma si stabilisce a ogni erogazione, in funzione dei tassi di mercato di quel momento.
Le condizioni strutturali del Safe sono invece certe e fissate nel Regolamento di emissione impostato dall’Unione europea: “Durata fino a 45 anni, periodo di preammortamento fino a 10 anni durante il quale si rimborsano soltanto gli interessi e non il capitale, prefinanziamento fino al 15% dell’importo, erogazioni successive due volte l’anno fino alla fine del 2030”.
Quanto costerà il prestito Safe agli italiani
Il risultato è chiaro: ipotizzando realisticamente una variabile dal 3% al 4%, chiedere l’erogazione dell’intera somma Safe prenotata significa per l’Italia impegnarsi a restituire, nell’arco di quasi mezzo secolo, tra i 27 e i 32 miliardi di euro nominali. Insomma, circa il doppio di quanto ricevuto. I soli interessi potrebbero costare tra 12,5 e 16,7 miliardi: quasi un secondo prestito, versato all’Unione.
Il ministro Crosetto ha sottolineato che il ricorso ai normali Titoli di Stato costerebbe sicuramente di più. A parere degli analisti, però, il vantaggio dello strumento Safe sarebbe intorno ai 3,3 miliardi di euro di minori interessi lungo l’intera vita del prestito: un risparmio reale, ma minimo, con la differenza, tuttavia, che con i titoli emessi direttamente, i famosi Bot, lo Stato italiano raccoglie fondi che resta poi libero di destinare a ciò che ritiene prioritario (sanità, scuola, infrastrutture o anche difesa militari). Con il Safe, invece, i fondi avranno un costo complessivo meno caro ma saranno vincolati per destinazione all’acquisto di armamenti. In altre parole, si accetta un’ipoteca politica di mezzo secolo in cambio di un risparmio finanziario modesto: la “convenienza tecnica” comporta la rinuncia alla libertà di scelta su come impiegare il debito.
Gli effetti del Safe sulle future generazioni
Inoltre, il prefinanziamento del 2027 si chiuderebbe intorno al 2072 e l’ultima tranche del 2030 arriverebbe fino al 2075 circa. È un vincolo che lega non una, ma almeno due generazioni di contribuenti italiani (i nostri figli e nipoti) a una decisione di riarmo presa oggi.
Il meccanismo Safe, in altre parole, non si limita a offrire un prestito: per la sua stessa architettura spinge verso l’opzione più costosa per i cittadini nel lungo periodo, mascherandola da scelta prudente perché “leggera” nell’immediato.
Nel dibattito politico il ricorso al Safe viene presentato come una scelta neutra, “tecnica”, di pura ottimizzazione finanziaria, o come un’erogazione decisa dall’Unione europea a favore anche dell’Italia che non configura costi per il nostro Paese. Purtroppo, anche facendo i conti alla “fimminina”, come già detto in precedenza, non sarà cosi: un prestito da restituire in mezzo secolo il cui costo reale oscilla di oltre dieci miliardi, il cui ultimo rimborso cade nel 2075 e il cui contratto non è ancora firmato né discusso nel merito dal Parlamento, non è una partita di tesoreria e neanche un regalo. È una decisione politica di lungo periodo che riserva la priorità alla spesa militare rispetto a sanità, scuola e welfare state.
Investimenti in armamenti e occupazione: il confronto con altri settori
Certo, i ricavi delle industrie militari aumenteranno di circa il 70%, stimoleranno la crescita, ma l’occupazione crescerà solo di circa il 27%. Secondo il rapporto pubblicato a novembre 2024 da Asd, European Aerospace, Security and Defence Industries che riguarda i 27 Paesi Ue, oltre la Norvegia, il Regno Unito e la Turchia, i ricavi nell’intera industria del settore militare in Europa sono cresciuti del 65%, mentre l’occupazione è aumentata del 26%. Secondo i dati ufficiali del Consiglio europeo se le stesse risorse venissero investite in sanità, educazione, ricerca universitaria, transizione energetica e digitale, ambiente e welfare, a parità di spesa, si creerebbero dal 40 al 120 per cento in più di posti di lavoro.
Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania
