Povertà fa povertà, investire fa ricchezza

Carlo Alberto Tregua

Povertà fa povertà, investire fa ricchezza

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Carlo Alberto Tregua |
giovedì 17 settembre 2026 - 6:39
Povertà fa povertà, investire fa ricchezza

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17 Settembre 2026, 08:39

Vi è una distinzione chiara fra capitale e ricchezza. Il capitale – trattato da molti scrittori, filosofi, economisti, eccetera – di solito si riferisce al denaro, ovvero a una certa somma di denaro. Si riferisce anche a ricchezza, patrimonio, beni e altre accezioni, ma anche a cose immateriali, per esempio informazioni o formule.

Capitale e ricchezza, due concetti diversi

In economia esso è definito sommariamente come un aggregato di beni, di denaro e di altri prodotti messi insieme in modo ordinato per produrre ricchezza.

Qui non tentiamo di entrare in un argomento così importante, bensì di mettere a confronto lo stesso capitale con la ricchezza, spiegando banalmente che il primo fa la seconda, in quanto è un elemento attivo, che fa girare la ruota. Invece, la ricchezza è l’aggregato passivo perché è rappresentato da denaro improduttivo.

In questa era, dato che la finanza (derivante da azioni, obbligazioni e depositi bancari) rende bene, molta parte della ricchezza si è cristallizzata in questo settore.

Investimenti e crescita economica, il ruolo della ricchezza

Invece bisognerebbe che la ricchezza, ripetiamo, che cristallizza le risorse, venisse messa in continuo movimento perché c’è bisogno di investimenti.

Sono infatti proprio gli investimenti che producono crescita attraverso nuovo manifatturiero, nuovi impianti, costruzioni e via enumerando. Quindi assunzioni, nuovi posti di lavoro e anche, perché no, aumento di stipendi e salari.

Quando un Paese, come l’Italia, cresce di zero virgola, a prescindere dai Governi e dalle maggioranze (come è accaduto in questi ultimi trent’anni), la causa principale è che non si è immessa nel circuito economico quella ricchezza che è depositata presso le banche. Il risparmio privato e non del nostro Paese è fra i più alti dei Paesi europei.

Quando non c’è crescita si estende la povertà, quella povertà che genera altra povertà ed è per questo che Governi e maggioranze di tutti i Paesi, principalmente dell’Italia, dovrebbero tagliare tutti i rami secchi della spesa pubblica (denominata cattiva) e destinare la maggior parte delle risorse – a eccezione di quelle per l’assistenza alle fasce più deboli della popolazione – agli investimenti, in modo da alimentare una crescita che dovrebbe essere almeno del tre per cento l’anno.

Infrastrutture e sviluppo, perché gli investimenti fanno crescere l’economia

Dunque, l’economia di un Paese si basa sugli investimenti non solo in attività produttive, che generano nuove assunzioni, ma anche in nuove infrastrutture.

Quando si amplia un nuovo porto arrivano più navi, il transito delle merci è più ampio e più frequente, ci vuole più manodopera, i costi dei trasporti diminuiscono, i prezzi dei prodotti finali ne traggono benefici.

Quando si costruiscono autostrade, i cittadini viaggiano meglio e risparmiano, si incrementa il turismo e quindi la ricettività, la ristorazione e tutte le attività conseguenti.

Quando si costruiscono le linee ferrate ad alta velocità i tempi dei trasporti diminuiscono, il costo delle merci trasportate diminuisce, i viaggiatori pagano di meno, arrivano prima e tutto questo contribuisce a fare girare la ruota dell’economia più rapidamente e per conseguenza la crescita.

Quando si ripara il territorio si evitano le sciagure e i relativi danni materiali ed economici che intaccano le casse pubbliche. E così via.

Adam Smith e il capitale come motore dell’economia

Adam Smith, con il suo enciclopedico lavoro, La ricchezza delle nazioni – pubblicato nel 1776, lo stesso anno della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti – indicò nel Mercato lo strumento principale per fare funzionare l’economia. Inoltre indicò nel capitale il carburante per fare girare la ruota economica, in una sorta di circolo virtuoso di beni, denaro e risorse diverse organizzate per la produzione di beni e servizi che facciano profitti.

Profitti e reinvestimenti per alimentare la crescita

Quei profitti, però, non devono essere tesaurizzati, bensì reinvestiti in modo da alimentare l’economia e, per conseguenza, la crescita. Guai a mettere i profitti nella finanza perché essi si cristallizzerebbero e non produrrebbero ulteriori profitti e quindi lavoro di vario genere.

Una parte della ricchezza – non dimentichiamolo – va alla previdenza. Una chicca: la previdenza fu inventata in Scozia da due ecclesiastici presbiteriani, Webster e Wallace. Oggi vi sono strumenti formidabili per farla funzionare bene e assistere chi lecitamente ne ha diritto.

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  • Editoriale

Fonte: QdS.it