Più anziani e con un welfare che arretra: l’Italia delle RSA cresce, ma la Sicilia resta indietro 

Hermes Carbone

Più anziani e con un welfare che arretra: l’Italia delle RSA cresce, ma la Sicilia resta indietro 

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Hermes Carbone |
lunedì 02 febbraio 2026 - 4:30
Più anziani e con un welfare che arretra: l’Italia delle RSA cresce, ma la Sicilia resta indietro 

anziani imagoeconomica (1) In Sicilia l’assistenza agli anziani non autosufficienti è sempre più una questione...

In Sicilia l’assistenza agli anziani non autosufficienti è sempre più una questione privata. A mostrarlo è l’ultimo report Istat su “Strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024”. Le strutture residenziali crescono, ma restano drammaticamente insufficienti rispetto al fabbisogno reale, soprattutto al Sud. Le famiglie, spesso sole, pagano il prezzo di un welfare pubblico debole e territorialmente diseguale, che le costringe a ricorrere all’assistenza privata. Con costi esorbitanti. E che – nell’incapacità di poterli affrontare – alimentano il lavoro nero di chi svolge la professione di badante, spesso senza contratto. 

Il dato che fotografa il Paese

Al 1° gennaio 2024, in Italia risultano attivi 12.987 presidi residenziali per anziani, con un’offerta complessiva di 426.000 posti letto. Il dato segna un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente, confermando una crescita strutturale del settore dell’assistenza residenziale. Il rapporto tra posti letto e popolazione residente è pari a 7,2 posti ogni 1.000 abitanti, ma dietro la media nazionale si nasconde una frattura profonda tra territori.  Nel Nord-Est si contano infatti 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti; nel Sud appena 3,4. La Sicilia si colloca al di sotto anche della già bassa media meridionale, con una dotazione che, in diverse province, non arriva a 3 posti letto ogni 1.000 residenti over 65

Una crescita che non riduce le disuguaglianze 

L’aumento del numero di strutture non ha prodotto un riequilibrio territoriale.  Il report Istat evidenzia come oltre il 57% dei posti letto complessivi sia appunto concentrato nel Nord Italia; il Mezzogiorno, che presenta uno dei più rapidi processi di invecchiamento della popolazione, resta strutturalmente scoperto. La crescita delle RSA, inoltre, è trainata in larga parte da strutture private o convenzionate, con rette che oscillano tra 1.800 e 3.000 euro mensili, cifre fuori portata per una larga fetta di famiglie siciliane, dove il reddito medio pro capite resta inferiore del 30% rispetto alla media nazionale (Istat, Conti territoriali). Secondo Istat, gli over 65 rappresentano oggi il 24,1% della popolazione italiana. In Sicilia la quota è leggermente inferiore (22,6%), ma cresce più rapidamente a causa dell’emigrazione giovanile e del crollo delle nascite. Il report segnala poi che solo il 18% delle strutture è a gestione pubblica, mentre il resto è affidato a soggetti privati, cooperative sociali e fondazioni. 

Sicilia: famiglie sole e Comuni senza risorse

In Sicilia il quadro è aggravato dalla fragilità finanziaria degli enti locali. I Comuni, titolari dei servizi sociali, non dispongono delle risorse necessarie per integrare le rette o ampliare l’offerta pubblica. Secondo i dati della Ragioneria generale della Regione Siciliana, la spesa sociale pro capite per anziani è inferiore del 40% rispetto alla media nazionale. Il risultato è un sistema che scarica il peso dell’assistenza sulle famiglie. Chi non può permettersi una RSA privata ricorre a soluzioni informali: badanti irregolari, assistenza familiare non specializzata, rinuncia alle cure continuative. Il report Istat incrociato con i dati regionali mostra una Sicilia a più velocità nella quale le province di Palermo e Catania concentrano oltre il 45% dei posti letto in strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie. A faticare maggiormente sono invece le province di Enna, Caltanissetta e Agrigento. C’è poi il problema degli spostamenti sul territorio: nelle aree interne l’accesso alle RSA comporta spostamenti superiori anche ai 40–50 chilometri, con costi aggiuntivi per le famiglie. Un dato chiave del rapporto riguarda le liste di attesa, che in Sicilia superano in media i 14 mesi per l’accesso a una struttura convenzionata. Nel frattempo, le condizioni degli anziani peggiorano e, se i pazienti continuano a rimanere in vita, il carico assistenziale ricade soltanto sui caregiver familiari, in larga parte donne over 55, spesso fuori dal mercato del lavoro. 

La Sicilia dell’assistenza privilegiata 

Al 1° gennaio 2024, la Sicilia dispone di una dotazione di posti letto per anziani non autosufficienti che resta stabilmente al di sotto della soglia minima raccomandata a livello europeo. Il rapporto tra posti disponibili e popolazione residente over 65 si colloca sotto i 3 posti ogni 1.000 abitanti, un valore che risulta non solo distante dalla media nazionale, ma anche inferiore alla già critica media del Mezzogiorno.  Questo significa che, a parità di bisogno assistenziale, un anziano siciliano ha meno della metà delle possibilità di accedere a una struttura rispetto a un coetaneo residente nel Nord-Est del Paese. Il dato assume un peso ancora maggiore se letto alla luce delle dinamiche demografiche regionali. Secondo Istat, la Sicilia ha perso oltre 150 mila residenti negli ultimi dieci anni, prevalentemente giovani in età lavorativa. Il risultato è un’accelerazione del processo di invecchiamento, con un aumento costante degli ultraottantenni e una riduzione della rete familiare tradizionale che storicamente suppliva alle carenze del welfare pubblico. Il modello dell’assistenza “in casa”, che per decenni ha retto il sistema siciliano, mostra oggi tutti i suoi limiti. 

Una crescita squilibrata e concentrata

L’aumento delle strutture residenziali registrato a livello nazionale si riflette solo marginalmente in Sicilia. La crescita, dove esiste, è concentrata in poche aree urbane e riguarda quasi esclusivamente presidi a gestione privata o mista pubblico-privata. Palermo e Catania assorbono la quota maggiore dell’offerta regionale, lasciando scoperti interi territori dell’entroterra e delle province più periferiche. Nei distretti socio-sanitari delle aree interne, la presenza di una RSA accreditata è spesso un’eccezione. In alcune zone dell’Ennese e del Nisseno, l’unica alternativa all’assistenza domiciliare è il trasferimento in strutture situate a decine di chilometri di distanza. Una distanza che non è solo geografica, ma anche economica e sociale. Per molte famiglie siciliane, l’accesso a una struttura residenziale equivale a una scelta dolorosa tra l’assistenza del proprio caro e la sostenibilità finanziaria del nucleo familiare. Il report Istat evidenzia come la Sicilia rientri tra le regioni con la più alta incidenza di strutture non convenzionate sul totale dell’offerta. Questo significa rette più elevate e minori possibilità di integrazione economica da parte del servizio pubblico. Un sistema che, di fatto, seleziona l’utenza sulla base del reddito. 

Liste d’attesa e diritto alla cura sospeso

Uno degli aspetti più critici che emergono dall’analisi dei dati riguarda i tempi di accesso. In Sicilia, l’attesa per un posto in una struttura convenzionata supera frequentemente l’anno. Il report Istat, incrociato con i dati delle ASP regionali siciliane, segnala tempi medi di attesa che oscillano tra i 12 e i 16 mesi, con punte ancora più elevate nelle province meno servite. Durante questo tempo sospeso, le condizioni di salute degli anziani spesso peggiorano. Le famiglie sono costrette a improvvisare soluzioni alternative, ricorrendo a badanti private, spesso senza un’adeguata formazione, o riducendo l’orario di lavoro di uno dei componenti del nucleo. È un welfare che genera costi sociali enormi, in termini di impoverimento, isolamento e stress psicofisico dei caregiver. Secondo i dati Istat sul lavoro di cura non retribuito, in Sicilia oltre il 70 per cento dell’assistenza agli anziani non autosufficienti è garantita all’interno della famiglia o grazie a alla presenza di badanti, spesso di nazionalità straniera. 

PNRR, il sogno di una occasione perduta

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrebbe dovuto rappresentare una svolta anche per il sistema dell’assistenza agli anziani. Missione 5 e Missione 6 prevedono ancora investimenti specifici per il rafforzamento dei servizi territoriali e per la non autosufficienza. In Sicilia, però, l’attuazione procede molto a rilento. Stando ai numeri del sistema Re.Gi.S., la Regione Siciliana ha registrato una spesa del 32,6% sui progetti gestiti direttamente per la Missione 5, in linea con le altre regioni italiane. La spesa per i 693 progetti gestiti dalla Regione all’interno della Missione 6 ammonta invece al 30,6% (circa 360 milioni su 1,176 miliardi allocati), con il 59,3% dei progetti in fase avanzata. Questa è la missione prevalente (64,6% dei fondi regionali attuati), ma persistono ritardi nazionali (34,4% speso al giugno 2025, con solo 1 casa di comunità completata in Sicilia. Nel frattempo, la domanda cresce. L’invecchiamento della popolazione è un processo irreversibile nel breve periodo, e la Sicilia, priva di una rete pubblica solida, rischia di trovarsi impreparata di fronte a un aumento esponenziale dei bisogni assistenziali. 

Mannino (Cgil): “In Sicilia c’è una emergenza sociale invisibile alla politica”  
 

“In Sicilia il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti è una vera emergenza sociale. I dati nazionali ci dicono che crescono le strutture residenziali per anziani, ma ci dicono anche un’altra verità: il Sud, e la Sicilia in particolare, restano drammaticamente indietro”. A confermarlo al QdS è Alfio Mannino, segretario regionale della Cgil. “Dietro questi numeri ci sono famiglie lasciate sole, spesso disperate, che non riescono a sostenere i costi delle strutture private e non trovano alternative pubbliche. In Sicilia l’accesso all’assistenza dipende troppo spesso dal reddito e non dal bisogno, trasformando un diritto fondamentale in un privilegio per pochi”, aggiunge. La Cgil denuncia da tempo “la carenza di RSA e l’assenza di una rete pubblica territoriale”. A questo tema si aggiunge quello legato alla qualità del lavoro degli operatori impiegati all’interno delle strutture. Per il segretario regionale spesso si tratta di personale “sottopagato, con turni insostenibili e appalti al massimo ribasso”. Secondo il sindacato sarebbe necessario “spostare il baricentro dell’assistenza dalla residenzialità al territorio, investendo seriamente sull’assistenza domiciliare pubblica, sugli infermieri di comunità, sui servizi sociali comunali e sull’integrazione tra sanità e sociale”. In attesa di un piano strutturale per la non autosufficienza, con risorse certe, continuative e non interventi occasionali da parte della Regione Siciliana.

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Fonte: QdS.it