alberi ulivialberi ulivi Giuliano Spina 25 Ottobre 2026, 13:00 Con l’avvio della campagna olearia autunnale,...
Con l’avvio della campagna olearia autunnale, torna al centro dell’attenzione uno dei comparti più importanti dell’agricoltura siciliana. Per gli olivicoltori dell’Isola, però, l’inizio della raccolta è accompagnato da una situazione economica sempre più difficile, segnata dall’aumento dei costi di produzione e dalla flessione dei prezzi dell’olio. Una combinazione che rischia di compromettere la redditività delle aziende agricole, rendendo sempre più difficile recuperare le spese sostenute durante l’anno.
A pesare sono soprattutto il caro gasolio, il rincaro dei fertilizzanti e dei fitofarmaci, oltre all’aumento del costo della manodopera. A queste criticità si aggiunge la concorrenza dell’olio proveniente dall’estero, in un mercato nel quale il prezzo riconosciuto ai produttori siciliani non sempre consente di coprire i costi.
A delineare il quadro è Mario Terrasi, presidente del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione dell’Olio Igp Sicilia, intervenuto ai microfoni di QdS.it.
Caro gasolio e costi di produzione, aziende sempre più in difficoltà
“I costi di produzione sono strettamente legati al caro gasolio, che in agricoltura ha raggiunto dei prezzi pazzeschi”, spiega Terrasi. Nel mese precedente, secondo quanto riferito dal presidente del Consorzio, il prezzo avrebbe superato 1,70 euro al litro, per poi registrare una lieve flessione.
Una dinamica che si inserisce in un contesto di rincari generalizzati. “A ciò si aggiungono anche l’aumento dei fertilizzanti, dei fitofarmaci e della manodopera. Nell’ultimo anno abbiamo avuto dei rincari pazzeschi”, sottolinea.
A rendere ancora più complicata la situazione è l’andamento delle quotazioni dell’olio. Secondo Terrasi, nell’ultimo anno il prezzo è sceso a meno della metà, mentre le spese necessarie per portare avanti le aziende agricole hanno continuato a crescere.
“Da un lato scende il prezzo dell’olio, dall’altro aumentano i costi e oggi la nostra agricoltura è in ginocchio”, afferma.
Il risultato è una progressiva riduzione dei margini di guadagno, con il rischio che la vendita del prodotto non consenta neppure di recuperare le somme investite. Una condizione che mette sotto pressione non soltanto le imprese, ma anche le famiglie che dipendono direttamente dal reddito dell’olivicoltura.
“Con i prezzi attuali dell’olio, in relazione alle giacenze dell’anno scorso, non si può partire, perché le quotazioni sono spesso al di sotto dei 5 euro. Il produttore così non guadagna, ma va anche sotto i costi di produzione”, osserva Terrasi.
L’auspicio è che la nuova campagna possa garantire quotazioni più remunerative. “Ci auguriamo che la raccolta, che sta partendo in questi giorni, possa far ottenere un prezzo remunerativo che consenta di portare un pezzo di pane a casa a tutti gli olivicoltori”, aggiunge.
Olivicoltura in Sicilia, differenze tra territori e cultivar
La crisi interessa l’intero territorio regionale, sebbene con differenze legate alle aree di produzione, alle varietà coltivate e ai tempi della raccolta.
Le province di Siracusa e Ragusa, ad esempio, hanno avviato la produzione già a settembre, anticipando rispetto ad altri territori grazie alle caratteristiche delle cultivar locali. Un vantaggio iniziale che, secondo Terrasi, potrebbe però ridursi con l’arrivo sul mercato di quantità maggiori di olio nuovo.
“La produzione anticipata ha dato loro un vantaggio su tutte le altre aree, ma adesso che arriva l’olio nuovo in Sicilia e poi in Puglia soffriranno anche loro”, spiega il presidente del Consorzio.
L’evoluzione dei prezzi dipenderà anche dall’ingresso sul mercato delle diverse varietà e dalla capacità della domanda di assorbire la nuova produzione. Resta quindi da capire se le quotazioni tenderanno ad allinearsi oppure se si accentueranno le differenze tra le cultivar.
Un quadro diverso riguarda, almeno in parte, la Nocellara del Belice. Questa varietà, particolarmente apprezzata come oliva da mensa, starebbe mantenendo prezzi in linea con quelli dello scorso anno e punterebbe a quotazioni interessanti. Anche il prodotto destinato alla trasformazione in olio, secondo Terrasi, starebbe risentendo meno della flessione rispetto ad altre produzioni.
“Nel momento in cui tutta la Sicilia entrerà in produzione dovremo capire se ci sarà un allineamento tra le diverse cultivar o se invece ci sarà una forbice tra l’una e l’altra”, conclude sul punto.
Frodi e olio importato, la richiesta di più controlli
Tra le questioni sollevate dal Consorzio c’è anche quella dei controlli sulla qualità e sulla provenienza dell’olio commercializzato. L’obiettivo è contrastare eventuali frodi e impedire che prodotti non extravergini o di origine estera vengano presentati sul mercato come olio extravergine italiano.
“Alle istituzioni abbiamo chiesto maggiori controlli e di smascherare le frodi, perché ci può essere chi lavora con oli non extravergini o non italiani che vengono invece spacciati per extravergini e per italiani”, afferma Terrasi.
Il presidente del Consorzio richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di sostenere economicamente le aziende agricole e di coinvolgere la grande distribuzione organizzata, affinché venga riconosciuto maggiore spazio ai prodotti italiani.
Secondo Terrasi, la Regione Siciliana non avrebbe finora adottato interventi sufficienti per affrontare la situazione, a differenza di quanto avvenuto in Puglia e Calabria, dove sono state avanzate richieste per il riconoscimento dello stato di crisi.
La difficoltà del comparto, tuttavia, non sarebbe riconducibile soltanto all’attuale andamento dei prezzi, ma a criticità strutturali che si trascinano da tempo. Tra queste, il rapporto tra qualità, prezzo e capacità dei consumatori di riconoscere le caratteristiche di un olio extravergine di qualità.
“Il consumatore, non sapendo riconoscere un olio di qualità, lo compra a basso costo e non compra quello italiano”, sostiene Terrasi.
Da qui la richiesta di rafforzare le verifiche lungo la filiera, affinché i prodotti che non rispettano i requisiti previsti o che presentano indicazioni ingannevoli sull’origine siano ritirati dal mercato o, quando ne ricorrano i presupposti, declassati.
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