L’analfabetismo funzionale e la politica

Salvo Fleres

L’analfabetismo funzionale e la politica

Condividi su:

Salvo Fleres |
giovedì 17 settembre 2026 - 7:14
L’analfabetismo funzionale e la politica

Foto di Gerd Altmann da PixabayElezioni comunali, amministrative, referendum - voto - scheda elettorale. Foto...

17 Settembre 2026, 09:14

L’analfabetismo funzionale, vale a dire la difficoltà a comprendere, interpretare e usare testi e dati di media complessità, non determina automaticamente un orientamento politico, ma crea un terreno cognitivo vulnerabile che favorisce messaggi semplici, emotivi e polarizzanti, indipendentemente dal colore ideologico. In Italia dove, secondo i dati Ocse-Piaac, circa il 35% degli adulti è in questa condizione, il fenomeno incide parecchio sulla qualità del dibattito pubblico, sulla resistenza alla disinformazione e sulla capacità di valutare programmi e compromessi politici. L’analfabetismo funzionale non è “non saper leggere”, ma non riuscire a estrarre il significato reale da un testo, né distinguere fonti attendibili da fonti manipolate, e neanche seguire ragionamenti articolati o usare informazioni numeriche nella vita quotidiana.

Analfabetismo funzionale e capacità di comprendere la politica

La vulnerabilità cognitiva non produce di per sé destra o sinistra, ma rende più permeabili, soprattutto verso chi offre soluzioni semplificate a problemi complessi, sostituisce l’argomentazione con lo slogan e promette ordine immediato senza spiegare costi, modalità e sacrifici. Di conseguenza, le democrazie con alti tassi di analfabetismo funzionale tendono a registrare maggiore sfiducia nelle istituzioni, ma anche maggiore polarizzazione e diffusione di disinformazione. In molti contesti europei, la destra radicale e sovranista ha saputo sfruttare questa vulnerabilità con narrazioni binarie (“noi contro loro”, “popolo puro contro élite corrotte”), facendo appello all’emozione, attraverso un uso intensivo di slogan.

Semplificazione e polarizzazione nel dibattito politico

La semplificazione funziona particolarmente bene quando i temi sono complessi (migrazioni, economia, Ue) e il pubblico fatica a valutare dati statistici o scenari controfattuali: in queste condizioni, messaggi forti e identitari guadagnano presa, anche se basati su generalizzazioni o informazioni decontestualizzate. In Italia, il dibattito recente ha visto accuse reciproche: da un lato si denuncia lo sfruttamento propagandistico del problema, dall’altro si usano etichette come “analfabeta funzionale” contro avversari politici, alimentando forme di polarizzazione invece che di educazione civica. Anche la sinistra non è immune dal fare ricorso a metodi discutibili: in presenza di un elettorato con basse competenze di lettura critica, infatti, tende a volte a rifugiarsi in un linguaggio tecnico, moralistico o eccessivamente astratto, che non riesce a tradurre programmi complessi in narrazioni comprensibili.

Questo può generare due effetti: da un lato, una percezione di “élite distante” che non parla la lingua delle persone; dall’altro, la tentazione di rispondere con semplificazioni a propria volta, cadendo in slogan banali o in una comunicazione puramente emotiva che non educa alle complessità. Inoltre, quando settori della sinistra attribuiscono il voto avversario principalmente a “bassa istruzione” o “ignoranza”, com’è accaduto di recente con Bonaccini, un noto esponente del Pd, rischiano di trasformare un problema strutturale in un giudizio morale, alimentando risentimento e rendendo più difficile costruire ponti. L’impatto più profondo di un simile sistema è sulla qualità della democrazia: se una larga parte della cittadinanza non ha gli strumenti cognitivi per leggere le “regole del gioco”, diventa più facile manipolare l’opinione pubblica, diffondere fake news e ridurre la politica a scontro tribale, aumentare l’astensionismo.

Disinformazione, populismo e qualità della democrazia

In questo contesto, il rischio non è solo l’ascesa di forze populiste, ma un deterioramento generale della capacità collettiva di discutere compromessi, valutare evidenze e accettare la legittimità degli avversari.Cosa si può fare per uscire da questo pericoloso tunnel?Contrastare questi effetti richiede politiche di lungo periodo: potenziamento dell’educazione degli adulti, investimenti nella scuola, programmi di alfabetizzazione civica, finanziaria ed economica. Sul piano della comunicazione politica, serve poi un linguaggio più chiaro, meno tecnicistico e meno moralistico, capace di spiegare complessità senza banalizzarle. In sintesi, l’analfabetismo funzionale non è un “carattere nazionale” né un’etichetta da usare come arma politica, ma un prodotto di scelte educative e culturali che la politica, di destra e di sinistra, ha la responsabilità di affrontare.

Condividi su:

  • Leadership

Fonte: QdS.it