La capacità di arrossire

Fabio Gabrielli

La capacità di arrossire

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Fabio Gabrielli |
martedì 28 luglio 2026 - 5:37
La capacità di arrossire

Fabio Gabrielli 28 Luglio 2026, 07:37 “I timidi, specie quelli quasi felici o che lo...

28 Luglio 2026, 07:37

“I timidi, specie quelli quasi felici o che lo sono stati o che lo sono perché si sono accontentati, in sincera gratitudine pur non sapendo a chi mai esprimerla, sono più preparati a uscire dai diversi palchi dell’esistenza in quanto non vi hanno mai creduto. Non pensano che i successi conseguiti siano stati poi così importanti. Sono più preparati, perché vanno incontro al congedo almeno con un pensiero diuturno. Sono più avvezzi ad avere una vita meno grama e meno perseguitata dal demone della sconfitta personale. Non tale in ogni caso però da generare quella contentezza satolla e quella sicumera che, se riempie di sé tutta una vita, non predispone certo a intraprendere una strada schiva. Tanto meno, quando lo si deve, e si dovrebbero accettare di lasciare ad altri la scena guardando a come cambiare i propri giorni”. (D. Demetrio, “La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza”).

Il significato della timidezza secondo Duccio Demetrio

La timidezza, nella sua versione estrema, rinvia al peso della voce, alla pesantezza nel sentire la nostra voce, quindi a occultarla, a non darle ospitalità all’interno della scena umana. Tuttavia, come si evince dal passo citato del filosofo Duccio Demetrio, c’è un’altra versione della timidezza, più feconda, più relazionale, refrattaria al sorriso istituzionale, una sorta di lubrificante dei rapporti sociali, come lo definisce il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard.

La timidezza come pratica di vita e cultura del pudore

Si intende qui la timidezza come pratica di vita dell’anima schiva, che non significa evitare, schivare la vita, farsi da parte per vigliaccheria o per misconoscimento delle proprie abilità, bensì saper rinominare il mondo all’insegna del pudore, della giusta misura, del desiderio come energia trasformativa e donativa.

La capacità di arrossire e il valore dei sentimenti autentici

I timidi abitano la dimensione del raccoglimento, della pausa meditativa, prima dell’apertura, della relazione, non vista come luogo di incroci infecondi ma di incontri, di esperienze di quegli incontri. Saper arrossire significa recuperare uno dei sentimenti più caldi e originari del nostro stare al mondo. A maggior ragione, in orizzonti relazionali in cui i sentimenti sono improntati al più gretto conformismo o sono gestiti sulla base dell’arte del calcolo, del contesto specifico o dell’utile immediato.

La timidezza oltre le apparenze

I timidi, inoltre, ci rammentano in ogni momento che la sicurezza virilmente esibita, è non di rado una maschera tragica, deformata, finalizzata a celare biografie e vissuti insicuri, fragili, angosciati.

Perché la timidezza è un antidoto all’indifferenza

Insomma, il timido ci insegna a prendere consapevolezza della contingenza, della finitezza del nostro vivere, e, soprattutto, a reimparare l’arte del sentire, del provare e comunicare sentimenti genuini, non di celluloide.

La timidezza, allora, si pone come il vero antidoto alla gestione utilitaristica, funzionale al proprio tornaconto di emozioni e sentimenti, che ha finito per produrre un certo uomo indifferente dei nostri tempi, tutto teso, come rimarca lo psicologo Adriano Zamperini, a vivere in “apnea “, a “trattenere il respiro per meglio adattarsi alla realtà sociale”.

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Fonte: QdS.it