Germania, viaggio tra le case della Foresta Nera contadina

Redazione

Germania, viaggio tra le case della Foresta Nera contadina

Condividi su:

Redazione |
mercoledì 23 settembre 2026 - 23:33
Germania, viaggio tra le case della Foresta Nera contadina

Redazione 24 Settembre 2026, 01:33 Gutach, 24 set. (askanews) – A Gutach uomini, animali, fieno,...

24 Settembre 2026, 01:33

Gutach, 24 set. (askanews) – A Gutach uomini, animali, fieno, carri e attrezzi stavano sotto lo stesso enorme tetto. Le case del Vogtsbauernhof, il Museo all’aperto della Foresta Nera, raccontano sei secoli di vita rurale. Si cammina per sette ettari, tra prati, orti, stalle, mulini ad acqua e tetti che quasi toccano terra. Il percorso è lungo circa due chilometri e per completarlo servono in media tre ore.

Ogni stagione il museo accoglie più di 220 mila visitatori; circa il 30 per cento arriva dall’estero, il 7 per cento sono italiani, in arrivo soprattutto d’estate. Teodoro Heinzmann, dello staff del museo, insiste perché alle spiegazioni in tedesco, inglese, francese e spagnolo si aggiunga l’italiano.

Per un italiano, la prima sorpresa è che qui la casa è tutto, se si esclude il bosco. Nelle nostre cascine, corti e masserie la vita agricola si allarga tra edifici diversi e spazi aperti. Nella Foresta Nera si sviluppava in altezza. Al piano terreno c’erano la stalla, la cucina e la Stube, dove si mangiava e si pregava; sopra, le camere e il fienile. Sul retro una rampa permetteva ai carri di salire direttamente ai piani alti. Il fieno arrivava sciolto, occupava spazi enormi accanto alle stanze e scendeva nella stalla attraverso apposite botole. Chi conosce i masi dell’Alto Adige o certe architetture del Trentino e della Carnia avverte qualche somiglianza. Per un visitatore del Centro o del Sud Italia, l’effetto è più straniante. ‘Da Roma in giù questo posto risulta molto esotico. Quelli del Nord lo paragonano al Tirolo, al Ticino’, osserva Heinzmann, che accompagna anche i gruppi italiani.

Il museo è nato nel 1964 attorno al Vogtsbauernhof, la fattoria costruita nel 1612 che si trovava già nella valle. Le altre case sono arrivate da varie zone della Foresta Nera: smontate trave per trave, trasportate a Gutach e ricostruite con gli incastri e le tecniche originali. Quando è stato possibile sono stati conservati anche gli arredi e gli ambienti interni. Il risultato sembra un antico villaggio. In realtà le fattorie erano spesso isolate, ciascuna circondata dai propri prati e da una porzione di bosco. L’allevamento fa ancora parte dell’economia della valle e quei prati servono tuttora a produrre il fieno per le stalle.

Camminando da un edificio all’altro si attraversa, in scala ridotta, l’intera Foresta Nera. Nel Sud più alto e freddo i tetti sono ripidi e rivestiti di piccole scandole di legno, le Schindeln. Nelle valli centrali più ampie era più facile trovare fieno e paglia. Verso Nord, dove il clima si addolcisce fino a permettere la vite, compaiono la muratura e le case a graticcio che si incontrano anche nei centri storici di Gengenbach e lungo la valle del Reno. L’Hippenseppenhof, edificato nel 1599 a Furtwangen-Katzensteig, è il più antico esempio conosciuto di una tipica casa della Foresta Nera. Era una fattoria ricca: lo dicono le dimensioni, la cappella privata e le numerose finestre, quando il vetro era un materiale costoso. Il grande tetto poggia su una carpenteria che spiega il prestigio ancora attribuito allo Zimmermann. Tradurlo semplicemente con ‘carpentiere’ è riduttivo: sceglieva gli alberi, conosceva le qualità dei legni, progettava gli incastri e dirigeva la costruzione dell’intera fattoria. A un’occhiata distratta queste case sembrano variazioni dello stesso modello. Guardandole bene si capisce che l’architettura è una carta climatica costruita con legno, pietra e paglia.

In cucina il camino non c’era. Il fuoco bruciava e il fumo saliva verso il sottotetto attraverso un condotto, poi la casa se lo teneva dentro e lo lasciava uscire lentamente. Serviva ad affumicare prosciutti e salsicce e a tenere i tarli lontani dalle travi. Le donne passavano molte ore accanto al fuoco e respiravano ogni giorno lo stesso fumo destinato ai salumi e al legno. Quel fuoco scaldava anche la stufa in muratura della Stube. Nelle camere arrivava soltanto il poco calore che saliva dalla cucina; al piano terreno contribuivano gli animali raccolti nella stalla.

Nella Stube si mangiava fino a quattro volte al giorno. Ognuno aveva il proprio cucchiaio, appeso alla parete. Attorno al tavolo sedevano la famiglia, i braccianti e gli artigiani itineranti chiamati a riparare una ruota, una finestra o un attrezzo. In cambio del lavoro ricevevano spesso da mangiare e un letto; ai braccianti più poveri poteva spettare soltanto un posto per dormire. La fattoria produceva quasi tutto ciò che le serviva, ma per farlo aveva bisogno di molte mani e assegnava a ciascuno un posto preciso nella gerarchia.

Anche la vecchiaia aveva la sua casa. Quando il proprietario consegnava la fattoria alla generazione successiva, il nuovo titolare doveva assicurare un alloggio ai genitori. A questo serviva la Leibgedinghaus, una piccola casa accanto a quella principale. I documenti ricordano che spesso tra il passaggio della proprietà e la morte trascorreva poco tempo. Per secoli la proprietà è passata soprattutto a un solo figlio. Gli altri cercavano lavoro altrove, aiutavano il fratello o, nel caso delle donne, lasciavano la casa con il matrimonio.

Il bosco era una fonte di reddito e un luogo di lavoro molto pericoloso. Gli alberi venivano abbattuti con l’ascia, ripuliti e fatti scendere lungo pendii ripidi. Gli incidenti erano frequenti e del rischio di non tornare a casa erano consapevoli tutti. Per trasportare i tronchi su quelle ripide pendenze c’erano gli Schwarzwälder Fuchs, i robusti cavalli da tiro della regione.

Una parte del legname rimaneva nelle fattorie. Il resto affrontava un viaggio di centinaia di chilometri. I tronchi venivano legati in zattere e fatti scendere lungo torrenti e fiumi come la Gutach e la Kinzig, poi raggiungevano il Reno e continuavano verso l’Olanda e il Mare del Nord. La zattera era anche la merce: una volta arrivata veniva smontata e il legname venduto per costruire navi che avrebbero solcato oceani ed edifici. Poi bisognava tornare indietro via terra, stanchi e con addosso il denaro della vendita. Anche il viaggio di ritorno era lungo e rischioso: si poteva essere derubati e, quando i soldi bastavano, si comprava un cavallo per rientrare.

Nel mulino ad acqua gli ingranaggi sono quasi tutti in legno; il ferro era riservato ai punti indispensabili. Una maschera intagliata sorvegliava simbolicamente la macinazione, chiedendo protezione contro una farina contaminata. Poco più avanti una sega battente trasforma il moto dell’acqua nel movimento verticale della lama. Durante le dimostrazioni gli artigiani intrecciano cesti di salice, filano, tessono o cucinano nella vecchia cucina a fumo. Gli animali appartengono a razze tradizionali e gli orti conservano varietà adatte al clima e agli usi di allora.

È questa continuità tra le case e la vita che si svolgeva al loro interno a tenere il Vogtsbauernhof lontano dall’effetto parco a tema. Il passato non viene addolcito.

Anche la cartolina della Foresta Nera, qui, torna alle sue proporzioni reali. Il Bollenhut, nella versione più conosciuta con i grandi pompon rossi, è diventato il simbolo di un’intera regione. In origine, però, appartiene alla tradizione di appena tre località: Gutach, Wolfach-Kirnbach e Hornberg-Reichenbach. Un costume nato in una piccola parte della valle ha finito così per rappresentare tutta la Foresta Nera, mettendo in secondo piano una varietà di abiti, case e modi di vivere molto più ricca.

Fuori dal museo, la valle continua a vivere anche di allevamento. I grandi fienili delle case storiche aiutano a capire quanto conti ancora oggi mettere da parte abbastanza erba per l’inverno. Nel 2026, però, i prati hanno prodotto molto meno fieno. Heinzmann indica l’erba ingiallita attorno al museo: molti allevatori hanno fatto il primo taglio a giugno, poi hanno aspettato invano che ricrescesse. ‘In una stagione normale qui si taglia tre o quattro volte’, dice. Quest’anno, dopo giugno, l’erba è cresciuta così poco che molti non hanno raccolto abbastanza fieno per nutrire gli animali nei mesi freddi.

Condividi su:

  • Askanews

Fonte: QdS.it