A dispetto di quanto sostengono o vogliono far credere i negazionisti dei cambiamenti climatici, il...
A dispetto di quanto sostengono o vogliono far credere i negazionisti dei cambiamenti climatici, il mondo sta continuando ad andare a velocità sostenuta verso un futuro in cui la vita sul pianeta sarà sempre più complicata. Gli impatti sull’ambiente derivanti dall’innalzamento delle temperature, e da tutto ciò che da esso consegue, si riflettono sulla sicurezza dei paesaggi urbani, ma anche sulla capacità di produrre cibo e, più in generale, sulla possibilità per gli esseri umani di vivere come parte di un ecosistema. Che la pressione antropica abbia iniziato ad alterare gli equilibri su cui si regge la Terra è cosa risaputa, ma ad allarmare sono i cambiamenti registrati negli ultimi decenni. Mutamenti che anche guardando agli ultimi anni trovano conferma. A dirlo è anche l’ultimo Rapporto sullo stato del clima in Europa, che raccoglie i dati che hanno caratterizzato il continente nel 2025. Lo studio è il frutto del lavoro effettuato dal servizio Copernicus dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts e dall’Organizzazione meteorologica mondiale.
Europa sempre più calda: l’allarme del rapporto Copernicus
“A livello globale, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato. Si stima che l’attuale livello di riscaldamento globale sia di circa 1,4 gradi centigradi superiore al livello preindustriale”, si legge nel documento. Il dato è particolarmente significativo poiché segnala che il limite massimo che nel 2015 con l’Accordo di Parigi ci si era promessi di non superare – ovvero 1,5 gradi rispetto all’epoca preindustriale – è praticamente già dietro l’angolo: “Potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio, oltre un decennio prima di quanto previsto al momento della firma dell’Accordo”. Da questo punto di vista, si può dire che l’Europa è una cartina al tornasole di ciò che sta accadendo. E anzi è tra le porzioni di globo che più risentono degli impatti dei cambiamenti climatici. “Dagli anni Ottanta, l’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, risultando il continente con il riscaldamento più rapido. Le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense, mentre le precipitazioni estreme causano inondazioni catastrofiche. I ghiacciai continuano a sciogliersi. I cambiamenti climatici stanno influenzando anche la biodiversità, elemento vitale per un futuro sostenibile”, è la sintesi estrema utile a capire che, per quanto ingenuamente spesso si finisca per godere per giornate talmente miti da consentire di fare i primi tuffi in mare già in piena primavera o rimanere a maniche corte in autunno inoltrato, le cose in generale non stanno andando per nulla bene.
Mediterraneo bollente e rischio cicloni tropicali
“Il rapporto sullo stato del clima in Europa dimostra, ancora una volta, che il cambiamento climatico è una realtà per l’Europa, sottolineando l’importanza di un sistema di osservazione della Terra di livello mondiale. Copernicus fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno per orientare le decisioni che plasmeranno un futuro più resiliente, più sostenibile e più forte per l’Europa”, ha dichiarato Andrius Kubilius, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali e di rito, le istituzioni e la politica – tanto a livello internazionale che all’interno dei singoli Stati – ancora oggi non dimostrano di avere a pieno contezza degli scenari attuali e prossimi futuri. “Quasi l’intero continente ha registrato temperature annuali superiori alla media e diversi paesi del Nord Europa hanno registrato il loro anno più caldo o il secondo più caldo di sempre – riporta lo studio presentato da Copernicus –. L’Europa ha subito la sua seconda ondata di calore più intensa mai registrata, mentre la Fennoscandia subartica ha sperimentato la sua ondata di calore più lunga di sempre”.
Un aumento delle temperature si ripercuote anche sui mari: l’86 per cento dei quelli europei ha sperimentato ondate di calore importanti, portando a registrare la temperatura media più alta mai registrata. Di pari passo, in tutte le regioni europee i ghiacciai hanno risentito di una netta perdita di massa, con la neve che a fine della stagione invernale ha raggiunto il terzo livello più basso mai segnalato. Alte temperature comportano un accumulo di energia nei mari che, a loro volta, diventano una condizione propedeutiche per la creazione di fenomeni meteorologici di notevole forza. A riguardo, tuttavia, il Rapporto dice che “tempeste e inondazioni hanno colpito alcune aree, ma nel complesso le precipitazioni estreme e le inondazioni sono state meno diffuse rispetto agli anni precedenti”.
Incendi, gas serra e crisi energetica
Non vanno infine dimenticati gli effetti collaterali di un’alterazione del clima come quella che si sta vivendo. Tra questi c’è senz’altro la maggiore facilità di innesco e propagazione dei roghi. “L’area bruciata dagli incendi e le emissioni da incendi hanno raggiunto livelli record. I dati maggiori sono arrivati dagli incendi che hanno interessato la penisola iberica nel mese di agosto”, documenta lo studio. Ma se questa è la situazione a livello continentale, sul piano nazionale i dati non suggeriscono di certo di stare più sereni. A dirlo è Italy for Climate, centro studi che promuove un percorso verso la neutralità climatica, con la pubblicazione della settima edizione dei “10 Key Trend sul clima in Italia”.
“La fragilità geopolitica degli ultimi anni ha investito anche il sistema energetico, dimostrando quanto un modello basato sui combustibili fossili non solo mette a rischio il clima, ma anche la sicurezza energetica e la prosperità del Paese. Dalla guerra in Ucraina del 2022 avremmo dovuto imparare che sostituire gas e petrolio russi con quelli di altri fornitori non ci avrebbe portato lontano. E invece, quattro anni dopo, i dati del 2025 ci presentano con chiarezza i costi dell’inerzia: una dipendenza energetica ancora molto alta che ci lega a Paesi geopoliticamente complessi, con gli Usa diventati in un solo anno il nostro terzo fornitore energetico”, si legge nel documento.
Italia hotspot climatico del Mediterraneo
Nel 2025, l’Italia si è confermata hotspot climatico del Mediterraneo con una temperatura media di 13,6 gradi. “Gli ultimi quattro anni si confermano i più caldi di sempre, oggi viviamo in un Paese più caldo di ben oltre due gradi rispetto a cinquant’anni fa”, sottolinea il centro studi. Lo scorso anno sono stati oltre 2300 gli eventi estremi, in riduzione rispetto all’ultimo triennio ma comunque un numero doppio rispetto al 2019: nello specifico ci sono stati meno episodi di piogge intense e raffiche di vento, ma più grandinate e tornadi. A preoccupare sono i gas serra, che sono tornati a crescere dello 0,2 per cento rispetto al 2024, arrivando a 363 milioni di tonnellate di anidride carbonica liberate in atmosfera. E se si guarda al 1990 si scopre che le emissioni si sono ridotte di quasi un terzo, il processo verso la decarbonizzazione non è veloce abbastanza. Per Italy for Climate è a serio rischio il raggiungimento degli obiettivi fissati al 2030 dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec): “Per centrarli, nei prossimi cinque anni dovremmo ridurre le emissioni di circa 14 milioni di tonnellate ogni anno, mentre nell’ultimo decennio le abbiamo tagliate solo di 7,5 milioni di tonnellate in media all’anno”.
Energia rinnovabile e dipendenza dall’estero
Il tema cammina di pari passo con le politiche di approvvigionamento energetico. Negli ultimi anni, anche all’interno del dibattito pubblico, è stato evidente il mutamento di approccio verso le energie rinnovabili. Quasi non fossero più necessari come si credeva. “Nel 2025, secondo dati Terna, la crescita degli impianti eolici e fotovoltaici in Italia si è fermata a 7,2 GW, di cui 6,4 GW di fotovoltaico e 0,6 GW di eolico. Il dato 2025, in calo rispetto ai 7,5 dell’anno precedente, interrompe così il trend positivo avviato nel 2022”, si legge nel rapporto del centro studi.
Ciò comporta come conseguenza la dipendenza da fonti terze. Questioni che intrecciano sia riflessioni di natura ambientale, per la persistente centralità delle fonti fossili, ma anche geopolitica. “L’Italia è fra i Paesi in Ue con la più alta dipendenza energetica dall’estero, a causa dell’import combustibili fossili. Negli ultimi anni siamo riusciti a ridurla grazie alla ripresa delle rinnovabili, ma nel 2025 il trend positivo ha subito una nuova battuta di arresto e la dipendenza energetica si è fermata intorno al 74%, con un costo per il Paese, stimato da Unem, che ha superato i 53 miliardi”.
“Ennesima smentita per tesi negazioniste. Politiche green non sono più rinviabili”
Intervista a Giammaria Sannino, climatologo e direttore della divisione sul cambiamento climatico dell’Enea
“Forse è giunto il momento che chi occupa ruoli di governo e ha possibilità di incidere nelle scelte della collettività prenda atto dalle conferme che arrivano dai dati, per progettare un cambiamento che non può essere immaginato come futuro a lungo termine, ma prossimo”. La posizione di Gianmaria Sannino, climatologo direttore della divisione “Modelli, osservazioni e scenari per il cambiamento climatico e la qualità dell’aria” dell’agenzia Enea, è ferma. Raggiunto dal Quotidiano di Sicilia, Sannino commenta i dati che arrivano dall’ultimo rapporto pubblicato da Copernicus e che dicono come in Europa le temperature continuino a preoccupare.
“Quello che si è visto nel 2025 in realtà è esattamente quello che ci si aspettava, lo scenario che era stato tracciato in passato effettuando le proiezioni climatiche. Potremmo dire che si tratta dell’ennesima smentita rispetto alle tesi portate avanti dai negazionisti dei cambiamenti climatici, ma non può essere di conforto. Non è più tempo – prosegue Sannino – per accontentarsi di avere ragione, bensì serve capire che oggi più di ieri si ha la possibilità di fare previsioni su cosa ci aspetta da qui a trent’anni se le nostre azioni non dovessero mutare”.
Chi, per diffidenza verso i dati raccolti dagli scienziati o interessi economici, tenta di smorzare le preoccupazioni usa spesso l’argomento secondo cui il clima è mutato più volte nella storia del pianeta. “Ciò con cui facciamo i conti sono i mutamenti causati non da eventi naturali, ma da fattori di origine antropica. Il clima, è vero, è sempre cambiato, ma avveniva su scale temporali di decine di migliaia di anni, e non come nel periodo che stiamo vivendo in appena un secolo. La differenza sta tutta qui ed è fondamentale capirlo”, prosegue Sannino.
Il mondo in cui ci muoviamo è chiaramente in fase di cambiamento. Anche soltanto andando indietro con i ricordi ci si accorge che oggi ci si ritrova a fare i conti con fenomeni che un tempo non si registravano in Italia. “Quando si analizza il clima si fa riferimento a periodi di trent’anni. Si tratta di un arco di tempo che ci aiuta a capire quanto ci stiamo allontanando da ciò a cui eravamo abituati. E questo vale sia per l’esperienza diretta, di chi per esempio fa i conti con un numero decisamente più alto di notti tropicali, ma anche con la capacità delle nostre infrastrutture che – sottolinea l’esperto – furono progettate in epoche in cui non si prevedevano scenari come quelli attuali”.
Particolare attenzione è stata riservata al contesto mediterraneo. Le notti tropicali, quelle in cui la temperatura non scende mai sotto i 20 gradi, nel sud dell’Europa negli ultimi quattro decenni sono aumentate di 15 giorni. “Nel 2025 il nostro mare non se l’è cavata bene, è stata un’annata particolarmente calda anche se non come quella del 2024 – spiega Sannino –. Bisogna tenere a mente che quando gli oceani e i mari diventano più caldi significa che accumulano un maggiore quantitativo di energia che, soprattutto in autunno e in inverno, viene ceduto nell’aria contribuendo a creare perturbazioni che somigliano sempre più a quelle che prendono forma negli oceani, ovvero gli uragani. Parliamo di fenomeni più piccoli perché il Mediterraneo è decisamente più piccolo rispetto a un oceano, però comunque capaci di registrare venti superiori ai cento chilometri orari e dunque potenzialmente molto pericolosi”.
Il pensiero corre al ciclone Harry che a gennaio ha devastato vaste porzioni della costa ionica siciliana, con danni anche in Calabria e Sardegna. Quanto è diretta espressione delle ondate di calore registrate tra 2024 e 2025? “Fare riferimento ad Harry come esempio di cosa ci aspetta non è corretto, perché nel suo caso ci siamo trovati davanti a una concomitanza di eventi sfavorevoli. Se è vero che oggi si formano almeno uno o due piccoli uragani l’anno nel Mediterraneo, fenomeni che vengono chiamati Medicane (da Mediterranean Hurricane, nda), per Harry è accaduto che si è venuto a formare in un punto del Mediterraneo che ha dato la possibilità alle onde di crescere parecchio in intensità. Le onde – prosegue Sannino – per crescere hanno bisogno di spazio e vento costante. Entrambe le cose si sono verificate con Harry, in quanto è rimasto per parecchio tempo nello stesso posto, confinato tra due alte pressioni. Era come se ci fosse una sorta di ventilatore che continuava a soffiare in una direzione dando alle onde la possibilità di raggiungere lunghezze e altezze mai registrate prima nel Mediterraneo”.
Davanti a un quadro generale così complesso, in molti si chiedono se ci si possa sottrarre all’epilogo peggiore, se ancora ci siano i margini per invertire i trend. “Abbiamo dimostrato di essere in grado di prevedere come il clima si evolve nel futuro. Solo che di tutto ciò non ce ne stiamo facendo assolutamente nulla. Il grosso va fatto a livello politico, bisogna fare scelte importanti, cambiare il modo in cui produciamo energia. Se avessimo investito in maniera più massiccia sulle rinnovabili – conclude Sannino – oggi avremmo anche meno bisogno del petrolio e del gas, avremmo una sicurezza energetica di cui oggi non godiamo. Quindi la strada è quella: fare scelte in ottica green può portare a benefici già nell’immediato. Non sono più rinviabili”.