Adolescenti e social, il paradosso di una generazione: riconoscono i rischi, ma hanno paura di dire no

Francesco Pira

Adolescenti e social, il paradosso di una generazione: riconoscono i rischi, ma hanno paura di dire no

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Francesco Pira |
venerdì 16 ottobre 2026 - 4:01
Adolescenti e social, il paradosso di una generazione: riconoscono i rischi, ma hanno paura di dire no

Francesco Pira 16 Ottobre 2026, 06:01 I ragazzi di oggi leggono il digitale con lucidità,...

16 Ottobre 2026, 06:01

I ragazzi di oggi leggono il digitale con lucidità, riconoscono i meccanismi, smontano gli stereotipi, e poi si trovano davanti a un gruppo di amici e restano in silenzio. A fotografare questa dinamica interviene l’articolo di Enrico Calabrese per Il Sole 24 Ore, dal titolo “Adolescenti, social e relazioni: la generazione che riconosce i rischi online, ma fatica a sottrarsi”, perché sottolinea come il problema non sia il comportamento dei ragazzi, ma la responsabilità degli ambienti in cui crescono.

Adolescenti e social network: i dati sui rischi online

Il pezzo parte da due numeri da leggere con attenzione: “L’85% dei ragazzi e delle ragazze ha visto online post o video in cui la gelosia o il controllo nella coppia vengono presentati come normali”. E ancora: “Il 92% degli adolescenti si imbatte sui social in contenuti che prendono in giro e svalutano le ragazze”. I dati provengono dalla Survey Teen 2026, con le rilevazioni Ipsos Doxa elaborate per Fondazione Libellula, su oltre 1.300 adolescenti.

TikTok è utilizzato dal 64% degli intervistati, Instagram dal 51%: sono “il principale ambiente di socializzazione digitale”. Ed è qui che circolano i modelli: “L’89% degli intervistati dichiara di essersi imbattuto in contenuti legati ai cosiddetti ‘maschi alpha’, ‘sigma’ o alla cultura del ‘body count’”.

La lettura dei ricercatori è precisa: “La responsabilità non è soltanto dei singoli contenuti, ma delle logiche algoritmiche che privilegiano emozioni forti, polarizzazione e coinvolgimento immediato”.

Social network e identità: il peso dell’approvazione online

Queste percentuali fotografano la vetrinizzazione dell’identità: le piattaforme sono il luogo in cui gli altri, attraverso il loro gradimento, ci ridefiniscono. Pierre Bourdieu, sociologo francese, ci offre la chiave, perché funzionano come un campo sociale: uno spazio in cui si conquistano posizioni e si stabiliscono gerarchie.

L’articolo documenta poi la dimensione estetica: “Quasi un ragazzo su due, il 48%, ammette di modificare le proprie immagini sui social per apparire più attraente. Tra le ragazze la percentuale sale al 54%”.

Il vero paradosso viene evidenziato dall’articolo stesso: gli adolescenti “sono perfettamente consapevoli della pressione estetica esercitata dalle piattaforme” e continuano a partecipare a quelle dinamiche “perché considerate centrali per ottenere approvazione”.

Adolescenti e solitudine: il ruolo della famiglia

C’è un dato che ribalta uno stereotipo: “La famiglia continua a rappresentare il principale riferimento emotivo”. Il 56% dei ragazzi si confiderebbe con i propri genitori in caso di malessere, e tra i 14 e i 15 anni la quota sale al 67%. Eppure “il 38% degli intervistati dichiara di sentirsi solo”, con una differenza netta: “tra le ragazze la quota raggiunge il 45%, contro il 32% dei ragazzi”.

Consapevolezza dei rischi online, ma difficoltà a dire no

Lo studio arriva all’evidenza più significativa: “Una generazione che sa riconoscere stereotipi, sessismo, controllo e modelli tossici, ma che spesso incontra difficoltà nel prendere posizione quando questi fenomeni coinvolgono il proprio gruppo di amici, le relazioni affettive o le dinamiche sociali online”.

Gli autori della ricerca concludono che “non basta fornire informazioni o vietare contenuti”, e che servono “contesti educativi capaci di ridurre il ‘costo sociale’ del dissenso”. Questa intuizione fa pensare a Erving Goffman, sociologo canadese, che ha spiegato come la vita sociale sia una rappresentazione continua in cui cerchiamo conferma nel giudizio altrui. Quando l’appartenenza al gruppo è la posta in gioco, dissentire espone la propria posizione. Chiedere a un ragazzo un gesto del genere senza offrirgli una rete di sostegno significa chiedergli un atto di coraggio isolato.

Educazione digitale: come aiutare i giovani a prendere posizione

Bisogna rendere il dissenso un gesto collettivo: un ragazzo che si oppone da solo si espone, dieci che si oppongono insieme hanno già spostato la regola del gruppo. Poi trasformare la consapevolezza in competenza, perché riconoscere un contenuto tossico è il punto di partenza, mentre sapere che cosa fare quando lo si incontra è il vero traguardo. Infine, l’alleanza con le famiglie, che la ricerca stessa autorizza: la porta di casa è aperta, e il lavoro da fare consiste nel rendere quell’ascolto più competente.

I giovani di oggi sono connessi dentro un ambiente progettato per non proteggerli. La consapevolezza ce l’hanno, e la esprimono con una lucidità che sorprende gli adulti. Quello che manca è una rete che renda sostenibile il gesto di prendere posizione.

La buona notizia è che le reti si costruiscono. Ogni volta che una scuola lavora sul dissenso come pratica collettiva, ogni volta che una famiglia impara ad ascoltare, quel costo sociale si abbassa e la consapevolezza trova la via dell’azione. I ragazzi ci chiedono di non lasciarli soli davanti a ciò che vedono. Accogliere quella richiesta è la forma più concreta di educazione che possiamo offrire.

Francesco Pira
Professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina

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Fonte: QdS.it