La pesca trapanese si ferma contro il caro-gasolio
Marsala – La pesca trapanese chiede un prezzo politico per il gasolio e lancia un nuovo allarme sulla sostenibilità economica del comparto. La richiesta è stata avanzata dal Centro Permanente per il Coordinamento delle Politiche Locali della Pesca del GAL Pesca Trapanese insieme agli operatori della marineria, riuniti all’ex Lazzaretto di Trapani.
La flotta locale è in stato di agitazione e ha fermato le attività. Secondo quanto riferito durante la conferenza stampa, gli operatori non avrebbero ritirato i documenti di bordo in Capitaneria di Porto, in segno di protesta per le risposte ritenute insufficienti arrivate finora dalle istituzioni regionali e nazionali.
La richiesta: gasolio tra 60 e 70 centesimi al litro
Il punto centrale della protesta è il costo del carburante. Il Coordinamento chiede che per la pesca venga fissato un prezzo politico compreso tra 0,60 e 0,70 euro al litro, ritenuto necessario per consentire alle imprese di continuare a lavorare senza operare in perdita.
Alla conferenza stampa hanno partecipato rappresentanti delle organizzazioni della pesca trapanese, pescatori e il direttore del GAL Pesca Trapanese, Giampiero Cappellino. Il messaggio lanciato è netto: senza un intervento straordinario, il rischio è che una parte importante della marineria non riesca più a sostenere i costi delle uscite in mare.
In dieci anni il prezzo del carburante è triplicato
I dati presentati dal Coordinamento mostrano una crescita progressiva del costo del gasolio agevolato per la pesca. Tra il 2016 e il 2019 il prezzo oscillava tra 0,40 e 0,55 euro al litro, una soglia che permetteva ancora di coprire le spese e garantire un margine ad armatori ed equipaggi.
Con lo shock energetico successivo alla guerra in Ucraina, il costo sarebbe salito fino a 0,95-1,15 euro nel biennio 2022-2023, per poi stabilizzarsi tra 0,75 e 0,90 euro nel periodo 2024-2025. Oggi, secondo quanto riferito dal Coordinamento, il prezzo arriverebbe invece tra 1,40 e 1,50 euro al litro.
Uscire in mare significa lavorare in perdita
Il nodo è tutto qui: il carburante assorbirebbe una quota sempre più alta dei ricavi di una battuta di pesca. In molti casi, secondo gli operatori, uscire in mare significherebbe ormai lavorare senza margini sufficienti o addirittura in perdita.
A complicare il quadro ci sarebbe anche il prezzo del pesce all’ingrosso, che non sarebbe cresciuto in modo proporzionale ai costi. La concorrenza estera e il calo dei consumi interni avrebbero ulteriormente ridotto la capacità delle imprese di recuperare quanto speso per carburante, manutenzione e personale.
Il reddito degli equipaggi sarebbe crollato dell’85%
Uno dei dati più forti riguarda il reddito degli equipaggi. Prendendo come riferimento il valore 100 del 2016, oggi l’indice sarebbe sceso a 15. In termini percentuali, significa una contrazione dell’85%.
Una perdita che starebbe rendendo il mestiere sempre meno attrattivo e che avrebbe già creato difficoltà agli armatori nel reperire personale. Il rischio, secondo il Coordinamento, è quello di impoverire progressivamente un settore che rappresenta una parte importante della storia economica e sociale del territorio.
Il confronto con le flotte dei Paesi terzi
Il problema non riguarda soltanto il costo assoluto del carburante, ma anche la competitività. Le marinerie siciliane e italiane si troverebbero infatti a competere con flotte di Paesi terzi del Mediterraneo che operano con costi molto più bassi.
Secondo gli operatori, questa differenza renderebbe sempre più difficile mantenere quote di mercato, soprattutto in presenza di prodotto importato venduto a prezzi più contenuti. Da qui la richiesta di un intervento che riequilibri almeno in parte le condizioni economiche di partenza.
A rischio strascico, circuizione e centinaia di posti di lavoro
Il timore espresso dal GAL Pesca Trapanese è che, senza misure correttive, nei prossimi anni possano entrare in crisi soprattutto i comparti dello strascico e della circuizione.
Le conseguenze non riguarderebbero soltanto le imprese armatoriali, ma anche gli equipaggi, l’indotto, la trasformazione, la commercializzazione e tutto ciò che ruota attorno alla pesca professionale. In ballo ci sarebbero centinaia di posti di lavoro e un patrimonio produttivo costruito in decenni di attività.
“Un grido d’allarme concreto e disperato”
Dal Coordinamento arriva quindi un appello diretto alle istituzioni regionali, nazionali ed europee. La richiesta è quella di intervenire prima che la crisi diventi irreversibile, con una misura specifica sul carburante e con strumenti capaci di sostenere un settore ormai sotto forte pressione.
Il messaggio lanciato dalla marineria trapanese è chiaro: il problema non è più soltanto economico, ma riguarda la sopravvivenza stessa di una parte importante della pesca professionale siciliana.
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