“Dalla gonna alla divisa. E il pregiudizio resta!”

redazione

“Dalla gonna alla divisa. E il pregiudizio resta!”

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venerdì 23 Ottobre 2026 - 07:58

Ho 24 anni e appartengo ad una generazione di donne cresciute con la possibilità di studiare, lavorare, scegliere il proprio futuro. Libertà che ci accompagnano fin da giovani, tanto da sembrarci naturali. Eppure, non lo sono sempre state. Il 20 ottobre 1999, con la legge n. 380, l’Italia apriva finalmente alle donne l’accesso alle carriere militari. Una conquista che oggi può apparire lontana, quasi un dettaglio della nostra storia, ma che appena ventisette anni fa segnava il superamento di un’esclusione fondata sul genere. Per la prima volta, una donna poteva scegliere di indossare una divisa fino ad allora riservata agli uomini. Ventisette anni dopo, però, ci ritroviamo ancora a discutere della lunghezza delle gonne. Le recenti dichiarazioni del ministro Antonio Tajani, che in una metafora matrimoniale ha associato l’immagine di una donna con la gonna più lunga a una maggiore affidabilità, hanno suscitato critiche, seguite da chiarimenti e scuse.

Ma al di là delle intenzioni, quelle parole lasciano spazio a una riflessione: perché ancora oggi sentiamo il bisogno di attribuire un significato morale al modo in cui una donna sceglie di vestirsi? Forse perché è più facile cambiare una legge che abbandonare un pregiudizio. Ed è proprio questo che, come giovane donna, mi colpisce maggiormente. Sono nata in un Paese in cui il diritto di intraprendere una carriera militare era già stato riconosciuto alle donne. Non ho dovuto lottare personalmente per quella possibilità. Qualcuna, prima di me, ha contribuito a renderla concreta. E lo stesso vale per molti altri diritti che oggi fanno parte della nostra quotidianità. Noi giovani donne abbiamo ereditato possibilità che altre donne hanno dovuto rivendicare, difendere e conquistare. Non dovremmo dimenticarlo, né pensare che ogni conquista sia definitiva soltanto perché è scritta in una legge. Conoscere la storia dei nostri diritti non significa vivere guardando al passato. Significa comprendere il valore delle scelte che oggi possiamo compiere e riconoscere le disuguaglianze che ancora resistono.

Nel mio impegno come operatrice della Casa di Venere, sento quanto sia importante che questa consapevolezza raggiunga soprattutto le nuove generazioni. Perché il contrasto alla violenza di genere passa anche dalla capacità di riconoscere i pregiudizi, di non accettare come normali i giudizi che limitano le donne e di non restare indifferenti quando la loro dignità viene messa in discussione. Non dobbiamo sentirci obbligate a essere all’altezza di un modello di donna considerato più serio, più rassicurante o più rispettabile. Dobbiamo poter essere noi stesse, senza che una scelta personale diventi un’etichetta. La legge del 1999 ci ricorda che ciò che un tempo sembrava impossibile può diventare un diritto. Ma ci ricorda anche che ogni generazione ha una responsabilità: conoscere le conquiste ricevute, custodirle e contribuire ad ampliarle. Vorrei che le ragazze della mia età, e quelle che verranno dopo di noi, non considerassero mai la parità una conquista ormai conclusa.

Perché i diritti non sono soltanto qualcosa che abbiamo. Sono anche qualcosa di cui dobbiamo conoscere la storia e prenderci cura. E allora, a ventisette anni da quella legge, forse possiamo imparare a guardare una gonna per quello che è: una gonna. Senza pretendere che ci dica nulla sulla dignità, sull’intelligenza o sull’affidabilità di chi la indossa. La libertà di una donna non si misura in centimetri di stoffa, ma nello spazio che la società le riconosce per essere pienamente sé stessa. Mi piace concludere con le parole di Simone de Beauvoir, filosofa e figura fondamentale del pensiero femminista: «Non dimenticate mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete rimanere vigili durante tutto il corso della vostra vita».

“Dalla gonna alla divisa. E il pregiudizio resta!”

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