Torna al centro del dibattito nazionale il tema delle cosiddette “classi ghetto”, dopo il confronto politico sviluppatosi attorno alla circolare ministeriale del 26 luglio 1990, emanata quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione e recentemente richiamata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel dibattito sulla presenza degli studenti stranieri nelle scuole italiane. Sul tema interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che invita a spostare l’attenzione dal semplice dato numerico della presenza di alunni stranieri alla reale valutazione dei bisogni educativi e linguistici degli studenti. Secondo il Coordinamento, il punto non è stabilire se una norma amministrativa di oltre trent’anni fa possa essere riproposta oggi, ma comprendere quanto siano cambiati il contesto sociale, demografico e scolastico italiano. Anche in diverse classi siciliane e della Provincia di Trapani nel tempo si sono segnalate delle classi ghetto.
La circolare e i tempi che cambiano
La circolare del 1990 prevedeva, ove possibile, una distribuzione degli alunni tale da evitare la presenza nella stessa classe di più di cinque studenti appartenenti allo stesso gruppo linguistico. Una misura nata per rispondere a specifiche esigenze organizzative e linguistiche, e non per fissare un limite generale basato sulla cittadinanza. Da allora, però, il quadro è profondamente mutato. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. Al tempo stesso, al primo gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti hanno raggiunto quota 5,56 milioni. Nelle scuole italiane gli studenti con cittadinanza non italiana superano oggi le 931 mila unità, pari all’11,6% della popolazione scolastica.
Le dovute e importanti distinzioni
Per il Coordinamento è fondamentale distinguere tra studenti appena arrivati in Italia e ragazzi nati o cresciuti nel Paese, che spesso hanno completato l’intero percorso scolastico in lingua italiana. Cittadinanza straniera e difficoltà linguistiche, sottolineano i docenti, non sono concetti sovrapponibili. Anche i dati sugli apprendimenti suggeriscono cautela. Le rilevazioni evidenziano differenze tra studenti italiani e stranieri, ma mostrano anche come molti divari tendano a ridursi nel corso del percorso scolastico. A incidere in maniera significativa sono spesso le condizioni socioeconomiche e il livello di conoscenza della lingua di istruzione, più che la cittadinanza in sé. Il punto è che bisogna riconoscere la necessità di intervenire nei casi in cui si registri una forte concentrazione di studenti che necessitano contemporaneamente di un supporto linguistico iniziale. Tuttavia, ritiene che le eventuali nuove regole dovrebbero basarsi sulla verifica delle competenze linguistiche degli studenti di recente ingresso e sull’attivazione di percorsi strutturati di italiano L2, con monitoraggi periodici dei progressi raggiunti.
Particolare attenzione viene inoltre richiesta per le differenze territoriali. Le stesse soglie numeriche, osservano i docenti, possono produrre effetti molto diversi tra grandi aree urbane e piccoli comuni colpiti da denatalità e spopolamento, dove spesso il problema principale è la diminuzione degli iscritti più che la distribuzione degli alunni stranieri. La vera sfida consiste nel passare da una logica fondata sulla semplice presenza numerica degli studenti stranieri a una centrata sul bisogno educativo effettivo. Un approccio che consentirebbe di misurare l’efficacia delle politiche scolastiche non sulla riduzione della percentuale di alunni stranieri nelle classi, ma sulla capacità del sistema di garantire a tutti gli studenti gli strumenti linguistici necessari per partecipare pienamente al percorso di apprendimento.