Nel dibattito sull’innovazione industriale il Sud compare quasi sempre come territorio in ritardo. È una lettura che coglie un dato reale, ma che nasconde trasformazioni in corso in comparti dove nessuno le cerca.
Nel Trapanese l’automazione sta entrando, e lo sta facendo attraverso porte laterali: le cantine, i frantoi, le serre, gli impianti di lavorazione del pescato, le saline. Non attraverso grandi impianti industriali, che nel territorio sono pochi, ma attraverso interventi puntuali su processi specifici.
Il vino: dove l’innovazione è arrivata prima
Il comparto vitivinicolo è quello che ha investito con più continuità, per una ragione competitiva chiara.
La qualità del vino dipende in misura rilevante dal controllo dei parametri di processo, in particolare della temperatura durante la fermentazione. Il controllo automatico della temperatura nei serbatoi è ormai standard anche nelle aziende di dimensione media.
Sono seguiti i sistemi di gestione delle operazioni di cantina: rimontaggi programmati, tracciamento dei lotti, registrazione automatica dei parametri.
Il fattore che ha reso questi investimenti sostenibili è il posizionamento di prezzo. Un vino che si vende in fascia media o alta assorbe il costo dell’automazione. Un prodotto sfuso venduto a prezzi di commodity no. È il motivo per cui la trasformazione è avanzata nelle aziende che imbottigliano e si è fermata dove si vende sfuso.
Le serre: automazione a basso costo
L’orticoltura protetta rappresenta il secondo ambito di diffusione, con caratteristiche diverse.
Qui l’automazione riguarda apertura e chiusura delle aperture di ventilazione, irrigazione a controllo temporizzato o su sensore di umidità del suolo, movimentazione di teli ombreggianti.
Sono interventi di costo contenuto, spesso realizzati incrementalmente, che incidono su due voci pesanti: il consumo idrico e il tempo di presidio.
I sistemi di movimentazione impiegati sono meccanicamente semplici. Un telo o una falda di ventilazione che scorre lungo un asse richiede attuatori, riduzioni e organi di guida. Le guide lineari motorizzate e i gruppi analoghi risolvono questo tipo di movimentazione in modo standardizzato, con il vantaggio di essere componenti reperibili e sostituibili invece che soluzioni artigianali difficili da manutenere.
La lavorazione del pescato
Nel comparto ittico l’automazione ha seguito la pressione normativa più che quella economica.
I requisiti su catena del freddo, tracciabilità e igiene degli ambienti hanno reso necessari sistemi di registrazione automatica delle temperature e impianti di lavorazione conformi ai criteri di pulibilità.
È un settore dove gli investimenti sono spesso stati sostenuti da fondi europei, e dove il limite principale non è stato il capitale ma la disponibilità di personale in grado di gestire gli impianti installati.
Il collo di bottiglia è sempre lo stesso
In tutti questi comparti gli imprenditori segnalano lo stesso ostacolo, ed è il medesimo che emerge in altre aree del Mezzogiorno.
Un impianto automatizzato richiede qualcuno che sappia gestirlo quotidianamente, riconoscere le anomalie e intervenire sui guasti semplici. Quando questa figura non esiste in azienda, ogni problema diventa una chiamata all’assistenza, con costi e tempi che nelle stagioni di punta sono difficili da assorbire.
Il risultato è che impianti perfettamente funzionanti vengono utilizzati in modalità ridotta, disattivando le funzioni automatiche ogni volta che qualcosa non funziona come previsto.
È una perdita economica che non compare in nessun bilancio: l’investimento è stato fatto, il beneficio non si realizza.
Cosa funzionerebbe
Le esperienze che hanno dato risultati migliori nel territorio condividono tre caratteristiche.
La prima è la gradualità. Automatizzare un processo alla volta, consolidare e poi procedere, produce risultati più stabili di un intervento complessivo.
La seconda è il coinvolgimento del personale esistente fin dalla progettazione. Chi conosce il processo sa dove sono i problemi reali, informazione che il fornitore di tecnologia non possiede.
La terza è la scelta di componenti standard invece di soluzioni su misura. Un impianto costruito con parti commerciali si ripara acquistando un ricambio; uno costruito artigianalmente richiede chi lo ha realizzato.
Una questione di scala, non di volontà
Il ritardo nell’adozione tecnologica delle piccole imprese del Sud viene spesso attribuito a resistenza culturale. È una spiegazione comoda e in larga parte sbagliata.
Il fattore determinante è la dimensione. Un investimento in automazione ha una soglia minima che non si comprime, e sotto una certa scala produttiva non si ammortizza.
Le vie d’uscita sono due, entrambe difficili: crescere dimensionalmente, oppure condividere impianti attraverso forme consortili. La seconda ha nel territorio precedenti significativi nel settore agricolo, ed è forse la strada più realistica per le realtà che non intendono aggregarsi sul piano societario.