La poesia politica di Antonino Contiliano, sabotaggio semantico

redazione

La poesia politica di Antonino Contiliano, sabotaggio semantico

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venerdì 29 Maggio 2026 - 18:44

C’è un paradosso nella geografia culturale italiana: alcuni autori restano lontani dai grandi circuiti editoriali pur rappresentando una delle voci più radicali della poesia contemporanea. È il caso di Antonino Contiliano, recentemente premiato a Napoli con il riconoscimento “Una vita per la poesia” durante la VI edizione del premio “Poesia a Napoli”.

La motivazione della giuria — composta da Laura Cannavacciuolo, Eugenio Lucrezi, Antonio Perrone, Biancamaria Sparano e Ferdinando Tricarico — descrive bene la natura della sua scrittura: «Antonino Contiliano naviga nel mare della lingua per trasformare la bonaccia del senso comune nel fortunale di una significazione nuova». Una definizione che coglie il cuore della sua poesia: una lingua che non rassicura, non semplifica, ma rompe gli equilibri del discorso comune.

Ma cosa significa oggi “poesia politica”?

Per decenni la poesia politica è stata identificata con la poesia civile o d’impegno, legata ai grandi conflitti ideologici del Novecento. Oggi il quadro è cambiato. La politica non passa più soltanto attraverso i partiti, le piazze o i manifesti: attraversa il corpo, i media, gli algoritmi, il linguaggio stesso. La poesia contemporanea, più che denunciare direttamente il potere, ne smonta i meccanismi invisibili.

In questo senso la scrittura di Contiliano è profondamente politica. Non perché lanci slogan o proclami, ma perché mette in crisi la lingua standardizzata della comunicazione contemporanea: quella dei social, della burocrazia, della retorica economica e televisiva. La sua poesia agisce come una forma di sabotaggio semantico. Frammenta la sintassi, mescola registri linguistici, inserisce neologismi, lessici tecnologici, citazioni filosofiche e scarti improvvisi.

In Horlieu emerge una lingua franta, attraversata da citazioni filosofiche e cortocircuiti mediatici, dove il verso diventa spazio di collisione fra economia globale, biopolitica e comunicazione digitale:

«la lingua è una tromba di sedizione /
potere e tomba a poli di dis-dizione».

In Sbornia al confine la tensione politica si intreccia invece con una dimensione elegiaca e tragica. La scrittura procede per accumulo visionario, trasformando il lessico economico e bellico in materia lirica:

«in questa guerra delle finanze /
che non sia un pensiero per te /
quando la guerra era dei corpi /
e non quelli delle fosse comuni».

Anche Tolleranza zero insiste sulla crisi della comunicazione e sull’impossibilità di una pacificazione simbolica. L’immaginario urbano, mediatico e militare produce una sintassi spezzata che riflette la frammentazione dell’esperienza contemporanea:

«lingua-zero e ombre per le pieghe /
di questa guerra notturna, infinita»

e ancora:

«dov’è questa festa del sogno /
e della lingua la veglia insonnia».

Leggere Contiliano significa entrare in un territorio instabile dove il significato nasce dalla tensione continua tra suono e pensiero. I suoi versi non cercano la trasparenza comunicativa: costringono il lettore a rallentare, a fermarsi, a interpretare. È una poesia che oppone resistenza alla velocità e alla semplificazione del presente.

Per questo la sua opera non parla “a nome del popolo”, come accadeva in molta poesia civile del Novecento, ma registra le fratture del presente dentro la materia stessa della lingua. Ed è forse proprio questa la lezione più forte della poesia di Antonino Contiliano: ricordarci che la lingua non è mai neutrale. E che, ancora oggi, scrivere versi può significare opporsi alle forme invisibili del potere.

Francesco Sasso

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