La coincidenza del 23 maggio, penultimo giorno del programma del Festival “38° Parallelo”, ha offerto una profonda riflessione sul valore della memoria, sul ruolo delle istituzioni e sull’evoluzione del fenomeno mafioso nel territorio della provincia di Trapani. All’interno del focus dedicato al tema “cultura della parola e della memoria” sono state raccolte testimonianze e riflessioni di uno dei periodi più drammatici, ma allo stesso tempo incisivi, della storia siciliana. Fra questi l’ex magistrato Massimo Russo che ha definito magistrati e giornalisti, “artigiani della parola”: se per il cronista la parola è lo strumento per narrare la realtà, per l’inquirente diventa il mezzo per trasformare quella stessa realtà in prove di responsabilità penale. Analizzando il presente, l’ex pm ha evidenziato come lo scenario criminale sia profondamente mutato, tuttavia, ha richiamato tutti al senso del dovere, alla cultura e a una vigilanza costante. Russo ha lanciato un forte appello affinché il ricordo delle stragi di mafia del 1992 si trasformi in un impegno civile attivo per le nuove generazioni, superando la fredda narrazione dei libri di storia.
La giornalista e scrittrice Bianca Stancanelli ha ragionato sulle stragi mafiose del 1992, ammettendo il persistente senso di colpa di una società che non fece abbastanza per proteggere Falcone, Borsellino e le loro scorte. Nonostante la portata dei loro insegnamenti, la scrittrice ha denunciato un grave vuoto formativo nelle scuole, dovuto anche alla difficoltà della generazione dell’epoca nel decodificare e trasmettere la complessità di quegli anni, con il rischio concreto di lasciare i giovani privi degli strumenti necessari per comprendere un passato che ancora oggi condiziona il presente. L’intervento del nipote di Leonardo Sciascia, Vito Catalano, ha offerto uno spunto di riflessione sul legame indissolubile tra l’informazione quotidiana e la memoria storica, prendendo le mosse da una celebre e lungimirante massima dello scrittore di Racalmuto, in cui emerge con forza il monito di Sciascia secondo cui la cronaca di oggi è destinata a diventare la storia di domani. Una transizione che, nel caso degli scritti e delle analisi dello scrittore siciliano a partire dagli anni Ottanta fino a oggi, rivela un’incredibile lucidità e un’acutezza profetica capaci di decodificare il presente con decenni di anticipo.
Catalano ha regalato al giovane pubblico le parole del nonno per comprendere una delle polemiche più accese, dolorose e spesso travisate della storia culturale e civile italiana recente. Sciascia nel suo celebre articolo “I professionisti dell’antimafia”, uscito sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, esprimeva il timore che l’impegno nei processi di mafia potesse tramutarsi in una corsia preferenziale per la carriera in magistratura a scapito del merito, citando come esempio la nomina di Paolo Borsellino a Procuratore di Marsala. Sciascia precisò che la sua era una critica rivolta ai criteri discontinui del Csm, e non un attacco alla persona di Borsellino, il quale, a differenza dei promotori di una polemica strumentale e dolorosa, aveva compreso il reale senso di quella riflessione.
Il focus, che si è tenuto sabato al Parco archeologico di Lilibeo, ha visto anche il collegamento con Attilio Bolzoni e Francesco La Licata. Il dibattito è stato moderato dal giornalista Vincenzo Figlioli. Il sipario del Festival è cala con l’ultima giornata dal tema “A Futura Memoria” che si è svolta a Racalmuto, all’interno della Fondazione Sciascia. Al centro del dibattito, le testimonianze di Vito Catalano, Edith Cutaia e Paolo Squillaciotti; quest’ultimo ha condiviso il privilegio di aver esplorato il “laboratorio” dello scrittore, descrivendo la meraviglia di vedere testi nati con una purezza e un’autenticità straordinarie, tracciati a penna e già pronti per la stampa, prima di lanciare un accorato invito alla rilettura de Il giorno della civetta come opera imprescindibile per la coscienza di ognuno. L’importanza dell’autore è stata ricordata dal critico letterario Antonio Di Grado, che ha definito Sciascia uno “scrittore necessario”, capace di reinterpretare la realtà e di fornire gli strumenti per decodificarla, indicando ne Il consiglio d’Egitto e Il cavaliere e la morte il vero testamento intellettuale e morale di uno scrittore che ha sempre fatto scaturire la grande letteratura dai fatti di cronaca.
La giornata si è tinta di sfumature intime grazie alla memoria della quotidianità familiare custodita dai suoi cari, mentre gli studenti presenti hanno vissuto l’esperienza unica di immergersi nell’archivio personale dello scrittore, un tesoro da oltre quattordicimila documenti e volumi da lui stesso donati. A legare i fili di questa memoria le note musicali di Mario Indovina e Antonio Pascuzzo, che hanno saputo evocare quell’attitudine analitica, ironica e disincantata che fu la cifra stilistica più autentica di Leonardo Sciascia. L’eredità di Sciascia si conferma così ancora indispensabile per orientarsi nelle complessità del presente; è una lezione civile che il festival “38° Parallelo” è riuscito a restituire nella sua forma più autentica: non un monumento del passato da celebrare, ma un cantiere aperto di idee, parole e coscienza critica. Si chiude così un’edizione straordinaria che consolida il festival “38° Parallelo – tra libri e cantine” come uno dei laboratori culturali e civili più fecondi e originali fra gli eventi di saggistica nazionali.