Vediamo un po’ come si può riuscire a raccontare la complessità della geopolitica, utilizzando un mezzo ormai alla portata di tutti: Substack. La stessa piattaforma da cui ricevete puntualmente la mia newsletter, FuoriAsse. Questo, naturalmente, non mi impedisce di mantenere nei suoi confronti uno sguardo critico e orizzontale, come più volte sottolineato nelle note del mio profilo. Per chi mi segue un pò, sa già qualcosa.
Anzi, visto il tema, è meglio chiarire subito le premesse: proviamo a capire quale alchimia serve per far funzionare il congegno comunicativo che permette di costruire quella “bolla d’autore” in cui molti followers – per convinzione o per semplice emulazione – finiscono per riconoscersi e convergere. Spesso per demandare, in maniera a-critica, il proprio pensiero su un argomento delicato e spinoso come la geopolitica. Come sonnambuli attratti dal canto delle sirene.
Questo – sia detto e ridetto fino all’estenuazione – indipendentemente dal grado di attendibilità dell’Autore che, nel caso che andrò a delineare – quello che ho in mente – risulta essere davvero molto alta. Ma non è della qualità o dell’attendibilità intrinseca della comunicazione che si parla qui. Quanto delle strutture che servono per arrivare in profondità, al maggior numero di lettori, creando quasi una sorta di incantesimo globale. Comunque la si pensi, un argomento affascinante che va oltre, al di là del contesto delineato e che – nella sua forchetta più ampia – tocca i modi e la capacità che si nascondono dietro alla creazione di un consenso: quale che sia.
Nello specifico, per cominciare sceglierei un nome “marziale”, da campo di battaglia, un nome quasi in codice. Delineare una grande esperienza militare fa sempre colpo, è figo, e in scenari di guerra funziona alla grande. Poi serve sottolineare che le fonti utilizzate siano esclusive, attinte da un cluster chiuso, permesso a pochi eletti. In seguito bisogna vantare una capacità di analisi fuori dal comune e dimostrarla sul campo. Il resto deve essere avvolto da un’aura quasi ieratica, sacra, con l’utilizzo magari di un tono da “iniziato”. A questo punto, si butta tutto nel frullatore dell’AI, si shakerano bene i dati, e ci si cura di presentare lo studio confezionato come fosse l’ultimo dei capolavori appena sfornati. Intendiamoci bene: non è mai l’autore – quello che ho in mente io – a vantarsi. Anzi, lui vola basso, adotta un approccio umile, si schermisce, rifiuta ogni forma di divinizzazione. E infatti non è lui il problema. Lui non fa che il suo mestiere, peraltro in maniera eccellente, applicando un metodo che funziona alla perfezione.
Il problema sono gli altri. Almeno a leggere i commenti. La gente già pronta, già predisposta, che osanna ogni riga, lunga o corta che sia. E più si moltiplicano i complimenti – spesso imbarazzanti – più cresce il valore intrinseco della comunicazione, con un rapporto direttamente proporzionale. Non ce n’è uno, tra le migliaia che lo seguono, che non si senta in dovere di ringraziare personalmente il Mentore: per la sua profondità, per la visione, per la scrittura, il suo stile, per la scelta di questo e di quell’altro. Per tutto, insomma. A questo punto viene da alzare le mani. E sposare, ma non è una novità, la tesi dello scettico: Munnu ha statu e munnu è, per dirla alla sicula. Ossia: nulla di nuovo sotto il sole. Si ha sempre bisogno di sacerdoti, interpreti e mediatori del mondo.
A questo, personalmente, preferisco un’informazione meno totalizzante, magari più spacchettata, più critica anche nel suo mettere in dubbio le forme, ma certamente più genuina. Senza la pretesa di essere infallibile. E senza, sotto ogni post, gente ubriaca di gratitudine che vomita slinguazzamenti e lodi sperticate. E’ quello che mi ripeto, a pappagallo. Ed è quello che, coerentemente faccio, ricercando profili di comunicatori – compagni di viaggio – che siano più in linea con i miei ritmi. Ma la domanda rimane: perché in definitiva accade questo? Mi chiedo. Cioè: ma davvero si sente il bisogno di dichiarare trasporto – oserei dire quasi amore – all’autore a ogni suo commento? È proprio lì che – a mio avviso – qualcosa non torna. Eppure, quando lo metto in relazione con la postura militare dell’autore, e con quanto possa avere presa la forza ideale dei gradi dell’esercito – nel paese dove germoglia la narrazione del “generale” Vannacci – qualche conto comincia a tornarmi. Ma, ripeto, su queste cose – di sensibilità – spesso io mi sbaglio.
Mi sbaglio volentieri, ma almeno sbaglio con la mia testa. Però, ogni volta che vedo crescere questa forma di ossequio, insieme a questa sospensione del giudizio critico, nei confronti di un nuovo “guru”, faccio un gesto apotropaico: mi tocco le palle. E mi dico: non fa per me. Indipendentemente dal fatto che le sue analisi mi convincano o meno. Che siano cioè più o meno condivisibili. È proprio il ruolo che non mi convince, fin dall’inizio della “bolla mediatica”. Per dirla con il filosofo: non mi convince il “mezzo” attraverso cui si recapita il “messaggio”.
PS: per chi pensa che sia una qualche forma di invidia, quella di cui si parla quassù, ovviamente non avete capito niente. Ma va bene anche questa narrazione. Figuriamoci. Stessa sorte per chi legge qui un attacco frontale a uno degli autori della piattaforma. Qualcuno che fa solo il suo mestiere e anche bene. Quindi: fuori strada! Lungi da me la ricerca di un singolar tenzone con chicchessia. Spero anzi di non ricevere nessun commento e nessun like. E sgombro subito il campo da eventuali domande imbarazzanti: non dirò il nome di chi o a quanti Autori si ispira la newsletter di oggi. E, a voler esagerare, ammetto di sperare pure che non lo leggano in troppi … Perché, come sempre, scrivere – a mio modo di vedere – è una mera urgenza personale. Un’ indagine interna, se si vuole, anche una forma di terapia, se è lecito.