Lo Stretto di Hormuz è diventato, suo malgrado, il punto di pressione più prezioso e conteso del pianeta: il pomo della discordia tra attori che da qualche settimana proiettano strategie divergenti, ciascuno deciso a piegarlo ai propri interessi, dopo che per tempo immemore era stato di nessuno e di tutti. E così, per volontà di un mero incaponimento criminale ad opera di Trump e Netanyahu, questa crisi si è trasformata nella vicenda geopolitica più mal gestita degli ultimi decenni. Una vera catastrofe che non fa che accelerare un passaggio di consegne già largamente annunciato nella guardia del mondo.
Senza ipocrisie e ambiguità, questa guerra è stata un grande buco nell’acqua. Gli obiettivi sono cambiati così spesso da rendere difficile anche solo tracciarli. Prima il regime change, poi lo smantellamento del programma nucleare, poi la sollevazione popolare, infine la decapitazione della leadership. Nessuno raggiunto nei termini sperati. Il regime iraniano, che avrebbe dovuto sgretolarsi – non certo per via diplomatica, metodo sconosciuto a Trump, ma sotto il peso di minacce sempre più iperboliche – si è dimostrato invece più tenace di quanto la Casa Bianca e Tel Aviv avessero calcolato, o volessero ammettere.
La morte di Khamenei e il ferimento del figlio Mojtaba, che avrebbero dovuto aprire una frattura insanabile al vertice, hanno invece accelerato una transizione già in corso: da regime teocratico-militare a regime militare puro, con la componente religiosa ridotta a legittimazione formale. Le strutture operative iraniane – addestrate da decenni a funzionare per cellule separate, impermeabili l’una all’altra – hanno retto l’onda d’urto dei bombardamenti israelo-americani. Vero, la capacità militare è stata intaccata. Ma quella non era mai stata un obiettivo sufficiente da solo: il regime sa come rifornirsi, e Russia e Cina hanno ribadito – seppure fra i denti – il loro sostegno subito dopo la nomina del nuovo leader.
No, l’Iran non è isolato. È più integrato di prima nello scacchiere eurasiatico. Per strada, la situazione è più complessa di quanto si voglia ammettere. La rivolta di massa evocata da Trump non c’è stata. Una popolazione disarmata, non organizzata, aveva risposto – timidamente, all’inizio dei bombardamenti, il 28 febbraio – per poi ritirarsi fino a scomparire di fronte a uno dei regimi più repressivi al mondo, che non ha lesinato esecuzioni marziali per reprimere ogni forma di protesta.
Sul fronte interno americano invece il quadro si è drammaticamente offuscato. Trump aveva promesso di chiudere la partita in pochi giorni, poi poche settimane, e fra un proclama e una minaccia all’altra, si è arrivati alle trattative – e questo dice tutto – proprio nel giorno dello shock, dopo che aveva dichiarato di voler “cancellare dalla terra la civiltà iraniana”. Parossismo ed escalation verbale di inarrivabile violenza. Una posizione così massimalista da non ammettere altra via d’uscita se non la trattativa stessa.
Ed è infatti la realtà ad aver prevalso, non la saggezza – questa sconosciuta alla Casa Bianca – ma i morsi sulla carne viva della gente: il prezzo della benzina alle stelle, sopra i quattro dollari al gallone per la prima volta dal 2022; il consenso in caduta verticale sotto il 35% nelle ultime rilevazioni YouGov/Economist; Fox News che registra il 59% di disapprovazione, il massimo dei due mandati; e sullo sfondo lo spettro delle elezioni di midterm, ormai proiettate dai sondaggi come una catastrofe annunciata per i repubblicani.
In queste settimane, ci siamo chiesti un po’ tutti se Trump questa guerra l’abbia scelta o subita. Se sia stato trascinato da Netanyahu – con la logica di chi aveva bisogno di un’operazione militare spettacolare per sopravvivere politicamente – e si sia ritrovato in una campagna senza exit strategy, con obiettivi che cambiano e con un regime che anziché crollare si è irrigidito in una forma più pura e più aggressiva di prima.
Domanda mal riposta. Nel senso che il problema non è solo la guerra in sé. È ormai la schizofrenia del presidente degli Stati Uniti. Le dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore che gettano ombre pesanti sulla sanità mentale dell’uomo più potente della terra. I social sono ormai pieni di reazioni di sgomento, che hanno provocato la reazione persino dei suoi: l’ex seguace repubblicana Marjorie Taylor Greene ha addirittura evocato il 25° emendamento – quello che riguarda la rimozione del presidente in caso di incapacità a svolgere le sue funzioni. Tucker Carlson – potente commentatore politico, ex MAGA fuoriuscito dall’inizio di questa guerra – ha definito la Casa Bianca “vili ad ogni livello.” Con il tycoon che non ha più la certezza di poter controllare nemmeno la maggioranza dei suoi né alla Camera né al Senato.
Nessuno insomma si fida di lui, e questo “nessuno” include i suoi alleati più stretti. Lo temono, che è diverso. Ma il timore non costruisce coalizioni, nel crea consenso: lo paralizza. E intanto le macerie si accumulano – nel rapporto con il Canada, con il Messico, con l’Europa intera, trattata come un’appendice della NATO da riformare o scartare a seconda dell’umore del giorno. Per non parlare dei danni in Sudamerica con il Venezuela e le continue minacce nei confronti di Cuba. Il tutto mentre Mosca, fa buon viso sotto mentite spoglie, felice di assistere in diretta al disfacimento del suo storico nemico di sempre; e mentre da Pechino un gelido silenzio accompagna ogni movimento scomposto di Washington.
L’Europa, in questo disastro mondiale, lo abbiamo sottolineato in tutti i modi, non riesce invece a toccare palla. Per quanto non è solo una questione di capacità militare o di unità politica, che pure mancano. È che l’Europa non ha una strategia per questo nuovo mondo, forse solo una nostalgia di quello precedente. E magari aspetta di rientrare in gioco per un episodio casuale – come quella squadra che attende un rimpallo favorevole, un rigore a favore, una svista dell’arbitro, senza essere capace di costruire un’azione propria di alcuna consistenza. Ma stare in difesa cioè ad aspettare che qualcosa succeda, buttando la palla in tribuna ad ogni pericolo avversario, senza avere nessuna leva per controllare un evento, non è mai stata una buona strategia. Dovrebbero averlo ormai capito nelle cancellerie europee oltre che dalle parti di Bruxelles.
E in tutto questo bailamme ecco spuntare il Pakistan. Nessuno – davvero nessuno – avrebbe scommesso una lira, anche solo un anno fa, che Islamabad sarebbe diventata il baricentro di una delle trattative più complicate degli ultimi decenni. È stato il primo ministro Shehbaz Sharif a mediare il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7 aprile, invitando le delegazioni americana e iraniana a Islamabad per l’apertura dei negoziati il 10 aprile. Il Pakistan – duecentoventi milioni di abitanti, instabilità strutturale, rapporti consolidati sia con Teheran che con Pechino – è diventato dunque l’unico interlocutore credibile tra le parti. È un segnale che vale più di qualsiasi analisi: il centro del mondo si è spostato. Non verso Oriente in senso vago e poetico – ma in senso letterale, fisico.
Il Settecento è stato francese. L’Ottocento britannico. Il Novecento americano. Il Duemila si sta rivelando, con una velocità che fa girare la testa, sino-asiatico. E questa transizione non è solo economica o militare: è politica, istituzionale e magari arriverà anche la parte culturale. Riguarda chi decide le regole, chi controlla le narrazioni, chi definisce cosa è legittimo e cosa non lo è. L’Occidente, qualsiasi cosa significhi ormai questa parola vuota, sembra stia affrontando qualcosa che assomiglia a un audit finale. Una verifica dei conti. Dei conti che già da tempo non tornano più.
Quello che si sta certificando, attorno allo stretto di Hormuz, è il tramonto di un’egemonia. Forse non ci sarà nessun crollo improvviso, quanto invece l’erosione progressiva di credibilità, di capacità e di proiezione. La democrazia liberale ha retto a molto, in passato: guerre mondiali, crisi incontrollabili, spaventose derive nazifasciste. Ma reggerà al terremoto Trump e alla sua politica predatoria, senza più diplomazia e senza una strategia ? Difficile dirlo, senza lasciarsi ammantare da un velo di pessimismo strisciante.
Una cosa sembra comunque segnata, qualsiasi cosa possa succedere da ora in poi. Lo stretto di Hormuz potrà riaprire o restare chiuso. Le trattative troveranno una forma oppure si sgretoleranno. La guerra finirà, come finiscono sempre le guerre: male, con un accordo che non soddisfa nessuno e con dei conti che ricadranno, come sempre, su chi non ha mai deciso niente. Quel che è già finito, invece, è più difficile da accettare. Perché è più difficile da ricostruire. Si chiama fine dell’egemonia americana – e con essa, del primato occidentale sul mondo. Il che non significa che l’America scomparirà, né che scompariremo noi che – volenti o nolenti – le siamo a traino. Significa probabilmente che conteremo molto, molto meno. E non potremo fare finta che non sia successo.