“Il crack mi ha divorato la vita”: il dramma nascosto raccontato da chi è uscito dall’inferno

Claudia Marchetti

“Il crack mi ha divorato la vita”: il dramma nascosto raccontato da chi è uscito dall’inferno

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sabato 24 Ottobre 2026 - 07:00

C’è un inferno che spesso resta nascosto, consumato in un sottobosco urbano lontano dagli occhi di chi non lo conosce, ma che sta diventando una realtà sempre più preoccupante anche a Marsala e nel territorio trapanese. È quello del crack, una sostanza capace di insinuarsi nella vita delle persone, annientarne la volontà, logorare gli affetti e trasformare la ricerca di una dose in un’ossessione che divora tutto il resto. Dietro il fenomeno, oltre ai sequestri e alle piazze di spaccio, ci sono storie che raramente vengono raccontate da chi le ha vissute sulla propria pelle. Quella che segue è la testimonianza diretta di un cittadino marsalese di 50 anni che ha scelto di restare anonimo per proteggere la propria privacy e i suoi affetti e che ha deciso di raccontarsi.

La sua è una riflessione cruda, che non cerca giustificazioni né sconti, ma vuole squarciare il velo su una realtà troppo spesso raccontata soltanto dall’esterno. Perché il crack non distrugge soltanto chi lo consuma: travolge famiglie, relazioni e intere comunità. “Scrivo in forma anonima per tutelare la mia privacy, augurandomi che questa scelta non venga interpretata come una mancanza di educazione, ma come la necessità di proteggere il mio percorso e i miei affetti. Fino a circa 14-16 mesi fa ho fatto largo uso di crack, la droga di cui parlate sempre più spesso nei vostri articoli relativi alla città di Marsala. Non corrispondo allo stereotipo comune del consumatore: ho studiato, ho una famiglia che mi ha supportato e sostenuto in ogni aspetto della mia vita e ho raggiunto il traguardo dei 50 anni. Ho conosciuto questa sostanza a 29 anni e, pur considerandola maledetta, non nego che continui a esercitare un fascino ineluttabile sui miei centri del piacere. Ho conosciuto quasi ogni punto di spaccio a Marsala. Dal confronto con i miei ex ‘compagni di strada’, ho maturato la convinzione che la situazione sia drasticamente peggiorata: il calo della qualità della sostanza e l’aumento di effetti allucinogeni imprevedibili hanno intensificato esponenzialmente la compulsione e la ricerca della dose”.

Il nostro concittadino dice che si chiama “canazza”, è il desiderio smisurato, feroce, che finisce per superare qualsiasi altro istinto umano, persino quello sessuale. La persona viene risucchiata in una spirale in cui sembra non avere più il controllo di sé, letteralmente posseduta da una sostanza che acquisisce quasi una personalità propria. “Vorrei mettere a disposizione la mia testimonianza per raccontare questa vicenda dall’interno – ci dice -. C’è un forte aspetto emotivo e psicologico, quello di chi consuma; ci sono le modalità, da non trascurare, con cui ci si procura il denaro; ci sono le tipologie di venditori presenti sul territorio, le dinamiche dello spaccio e i tagli illeciti, profondamente dannosi per la mente, spesso legati a metodi spregiudicati o di stampo criminale. Lo dimostrano anche vicende emerse in passato nelle cronache locali, come le piazze di spaccio scoperte anni fa nel quartiere Sappusi. Credo sia fondamentale che acquirenti, venditori, forze dell’ordine e opinione pubblica comprendano cosa significhi vivere questo inferno sulla propria pelle, soprattutto nella nostra città. Non si può capire fino in fondo la portata di questa dipendenza limitandosi a osservarla da fuori – specifica infine -: bisogna conoscere i meccanismi che la alimentano, la forza con cui si impadronisce della mente e il prezzo che presenta a chi ne rimane intrappolato. Ho chiuso con quel mondo da pochi mesi e sono riuscito a recuperare credibilità e affetti nella mia cerchia familiare e amicale”. 

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