La rissa tra ragazzi e ragazze in piazza Mokarta ha riacceso a Mazara del Vallo il dibattito sulla violenza tra giovanissimi e sulle responsabilità educative della comunità. Un fenomeno che, secondo l’assessore alla Partecipazione e alle Politiche Giovanili, Gianfranco Casale, non può essere affrontato attraverso la repressione, ma richiede una riflessione più ampia sul disagio delle nuove generazioni, sul ruolo degli adulti e sulle opportunità offerte ai ragazzi. In un intervento pubblicato sui social, Casale ha lanciato un appello per costruire una rete che coinvolga genitori, insegnanti, educatori, associazioni sportive e culturali e cittadini disponibili a mettere a disposizione tempo e competenze. Lo abbiamo intervistato per approfondire il fenomeno.
Assessore, siamo di fronte a episodi isolati o a un disagio giovanile più profondo?
“Probabilmente c’è un disagio diverso da quello che vivevano i giovani dieci anni fa. Spesso queste cose si consumano con l’idea di farle apparire su dei social spettacolarizzando la rissa, più di quanto magari succedesse in passato. Mi sono soffermato sul facile giudizio arrivato da parte di molti, che hanno emesso vere e proprie sentenze, senza poi considerare che i ragazzi sono sempre dei ragazzi, per cui nei percorsi di crescita devono essere accompagnati. E poi, altro pensiero, non di poco conto… Quando negli ultimi tempi sono avvenute situazioni del genere, non hanno visto coinvolto quel target spesso evidenziato dai media, ovvero migranti, ragazzi delle periferie, disagiati, fragili… Anzi hanno visto coinvolte persone che vengono da contesti sociali ‘normali’, per così dire. Un po’ come se questa rabbia scaturisse dalla voglia di creare danno, nocumento a qualcuno o a qualcosa”.

Lei ha riconosciuto che le iniziative promosse dall’amministrazione non sono ancora sufficienti. Come si può rafforzare la rete educativa sul territorio?
“Noi abbiamo creato spazi protetti dove i ragazzi si possono riunire, fare attività, trovare protagonismo, esperienze. Cerchiamo di portare nelle scuole momenti di crescita, culturali. Se questi non riescono a essere vissuti come dovrebbero, bisognerebbe consolidare le reti sul territorio. Dopo il mio appello mi ha risposto una professionista, una psicologa, mettendo a disposizione il suo tempo e la sua esperienza per cercare di dare una mano. Bisognerebbe canalizzare questo desiderio di rendersi utili verso i giovani, questa potrebbe essere la chiave per mitigare questo fenomeno”.
Quali sono le attività e gli spazi che il Comune mette già a disposizione dei giovani?
“Al Civic c’è una serie di attività riguardanti l’ascolto. Siamo stati forse il primo Comune in Sicilia ad aprire lo sportello d’ascolto istituzionale. Poi ci sono le associazioni che organizzano settimanalmente attività per i ragazzi. C’è uno studio podcast, di registrazione popolare, che viene concesso a gruppi di giovani a costi irrisori. È stato istituito il patto generativo di comunità e stanno iniziando una serie di iniziative al Civic. C’è Dialoghi urbani, una serie di incontri per stimolare la partecipazione e il protagonismo giovanile nella vita della città, il teatro con il prof. Bonagiuso in Quarta parete, serate al cinema. Tantissime iniziative, ma è chiaro che nonostante ci siano, probabilmente non bastano”.
Nel suo appello ha proposto di creare una rete di adulti disponibili a collaborare. Quali saranno i prossimi passi?
“Io in realtà non ho ricette pronte. L’obiettivo del mio appello era quello di capire chi ci volesse essere. Un dato un po’ sconfortante: su 21mila visualizzazioni, ho ricevuto pochissime risposte. Ma chi ha risposto ha messo a disposizione idee, competenze. Il prossimo passaggio, nel percorso che immagino, è convocare queste persone e provare a creare una mappa dei luoghi sicuri di Mazara, che non possano essere solo luoghi comunali, ma anche parrocchie, luoghi associativi, case del volontariato. E dall’altra parte voglio immaginare anche possibili esperienze che siano delocalizzate, per cercare di dare servizi in più, puntando molto su cittadinanza attiva e volontariato”.
Vede un’eccessiva carenza educativa da parte delle famiglie?
“Riporto quello che leggo dalla voce di pedagogisti e sociologi. Oggi ci sono adulti sempre meno adulti rispetto al passato, mentre i ragazzi vogliono diventarlo troppo presto. Due generazioni che si scontrano perché magari stanno andando in collisione. Servirebbe una rete di adulti più competente e più consapevole del ruolo che svolge nella società. I ragazzi non vanno lasciati soli, bisogna utilizzare anche la propria funzione genitoriale, educativa, con più determinazione, è necessario se vogliamo accompagnare i giovani. E per i ragazzi, soprattutto le vittime del brutto periodo del Covid, bisogna cercare di portarli di nuovo a uscire fuori per avere una vita sociale sana”.